Un tema di grande attualità, impietoso, devastante e terribilmente serio. Abbiamo visto i nostri fiumi smagrire, quel magro che non è lo snello sinonimo di benessere, ma un asciutto dei più asciutti che non lascia presagire nulla di buono. Il Grande Fiume per primo. La siccità. Questa tragedia causata dall’uomo stesso, che non da più, alla natura, la possibilità di ricaricarsi e riprendersi dagli attacchi impetuosi e imperiosi di un faber che ormai disfa. Le temperature miti di questo inverno non sono semplice bel tempo ma crisi climatica.
A toccare questo tema importantissimo è il film fuori concorso all’ultima edizione del Festival del Cinema di Venezia, Siccità, di Paolo Virzì, cui è andato un riconoscimento speciale per essersi “assunto la grande responsabilità di esporre un tema così devastante e di incredibile attualità”, interpretato, fra gli altri, da Silvio Orlando, Valerio Mastandrea, Tommaso Ragno, Claudia Pandolfi, Monica Bellucci, Max Tortora.
È un film nato durante il lockdown – peraltro, uscito nelle sale dopo l’estate più secca degli ultimi 500 anni -, quando, dice il regista, con le strade delle nostre città deserte, chiusi ciascuno a casa propria, connessi l’uno all’altro solo attraverso degli schermi, è venuto naturale guardare avanti e interrogarsi su come sarebbe stata la nostra vita dopo.
La sceneggiatura è scritta a otto mani dallo stesso Virzì, Francesco Piccolo, Paolo Giordano e Francesca Archibugi. È un cinema che (pre)corre e, oserei, scalpita.
Abbiamo iniziato a fantasticare su un film ambientato tra qualche anno, scrive Virzì nelle sue note di regia, in un futuro non così distante dal presente. Immaginando alcuni racconti da far procedere ciascuno autonomamente, secondo la tecnica del film corale, che man mano scopriamo esser legati l’uno all’altro in un intreccio più grande. Quasi un destino.
Una galleria di personaggi, giovani e vecchi, emarginati e di successo, ricchi e poveri, vittime e approfittatori, ugualmente innocenti e colpevoli, un’umanità̀ spaventata, affannata, afflitta dall’aridità̀ e dalla vacuità delle relazioni, malata di vanità, mitomania, rancore, rabbia, che attraversa una città dal passato glorioso come Roma, che si sta sgretolando e “muore di sete e di sonno”. Un tempo che fu, un tempo che non ritorna. Un futuro incerto.
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Una città in cui non piove da tre anni, tanto tempo, troppo. Tutti si sono irrimediabilmente inariditi, essere umani, piante, vite e anche pensieri. Antonio (Silvio Orlando), a Rebibbia (ormai la sua sola e unica casa) per avere ucciso la compagna, non sa proprio nemmeno immaginare la possibilità di essere libero, Loris (Valerio Mastandrea), autista impolverato, parla ormai solo con i suoi fantasmi, Alfredo (Tommaso Ragno), un attore scalcinato e narcisista è ossessionato dai social e dai like, mentre la moglie Mila (Elena Lietti) porta avanti, da sola il bilancio familiare, facendo i conti con un figlio ribelle. Ci sono poi un ex commerciante in bancarotta (Max Tortora), Sara (Claudia Pandolfi), un medico che scopre una nuova epidemia legata alla siccità e il marito Luca (Vinicio Marchioni) che la tradisce.
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Mentre, in uno scenario apocalittico, la città aspetta con ansia la pioggia, come un miracolo, i destini di tutti questi essere persi si incrociano, in una decadenza di tutto e di tutti. Uomini che hanno sete d’acqua ma, soprattutto, di salvezza. Come sopravvissuti.
In un universo fatto di polvere, sete, tradimenti, nostalgie, malessere, paure (le stesse che la pandemia ci ha risvegliato) e delusioni. Oltre che di tanta immobilità che non porta da nessuna parte. In un tempo davvero molto ma molto malato. Film moralmente impegnativo.
Siccità, di Paolo Virzì, con Silvio Orlando, Valerio Mastandrea, Elena Lietti, Tommaso Ragno, Claudia Pandolfi, Max Tortora, Vinicio Marchioni, Italia, 2022, 124 minuti
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Simonetta Sandri
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