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Perché Trump mette i dazi?

Articolo pubblicato il 18 Marzo 2025, Scritto da Andrea Gandini

Tempo di lettura: 9 minuti


Perché Trump mette i dazi?

Lo slogan di Trump “Make American great again significa che sia gli americani che lo hanno votato, sia Trump non credono che l’America sia davvero così forte oggi. E’ vero che controllano gran parte della finanza, ma Cina e Russia possiedono gran parte delle materie prime e terre rare che sono decisive per le tecnologie del futuro; e tra soldi e tecnologia/manifattura, in caso di conflitto, vince la seconda. Draghi & c. si sono sentiti dire dal Pentagono, a metà 2023, che l’intero Occidente non era in grado di rifornire l’Ucraina delle munizioni necessarie, mentre la Russia si, nonostante fosse 30 volte inferiore come PIL e sparasse molto di più. Il motivo è che la manifattura è stata delocalizzata nei paesi poveri.

L’occupazione statunitense cresce da sempre più dell’Europa perché loro attraggono immigrati. Ciò spiega la continua crescita demografica, a differenza dell’Europa. Sono passati da 249 milioni del 1990 agli attuali 334, e non certo per la fecondità delle donne americane che è prossima a quella europea; ma se si considera il Tasso di Occupazione, cioè quanti sono gli occupati sugli abitanti dai 16 anni in poi, è inferiore (62% rispetto al 70% dell’Europa). I redditi sono maggiori ma, se confrontati in termini di potere d’acquisto (PPP), sono di poco superiori a quelli europei e la società americana è molto più diseguale (41,5% indice di Gini; Italia 35% tra i maggiori in Europa con Germania e Paesi del Nord a 29-28%). Lo sanno bene i 70 milioni di americani poveri che non possono accedere alla sanità, o i nostri amici americani che vengono in Europa per far studiare all’Università i loro figli e curarsi nei nostri ospedali, vista la mancanza di un welfare di tipo europeo che fa la differenza, per chi non è ricco.

Ma ci sono soprattutto fattori sociali e macroeconomici che rendono fragile l’America.

1) negli ultimi 25 anni il saldo commerciale è diventato da positivo a negativo per un cifra enorme; 2) il debito pubblico americano è diventato quasi come quello dell’Italia, passando dal 54% del Pil del 1999 al 122% del 2024 e pure il risparmio privato in deficit (le vendite a rate sono una invenzione Usa); 3) si è ridotta di 2 anni la speranza di vita (caso unico al mondo nei paesi avanzati); 4) la società è divisa come non mai e in via di disgregazione sociale con altissima mortalità per droga, suicidi e omicidi.

Una nuova Yalta

Trump vuole farla finita con i regime change ed il soft power nel mondo e, a quanto pare, concentrarsi solo sull’America e i suoi interessi continentali: chiudere con le guerre e definire una Nuova Yalta in cui ciascuno abbia una sua sfera di influenza, ricominciando a fare affari con tutti. Il vero avversario rimane la Cina e quindi conviene dialogare il più possibile con la Russia, mentre l’Europa rimane quello che è: un ricco vassallo che non preoccupa. Per Trump il riarmo europeo è benvenuto. Per un esercito comune operativo ci vorranno 10 anni e per decidere chi comanda bisogna rifondare l’Europa come vera statualità, nel frattempo può essere utile per vendere armi americane (il 63% delle armi europee è acquistato in USA).

Così si spiega anche l’interesse di Trump per la Groenlandia (regione autonoma della Danimarca, 57mila abitanti  al 90% inuit, che con un semplice referendum possono diventare indipendenti), le mire su Canada e Panama e il dialogo con la Russia, la quale dovrà convincere l’Iran sciita a lasciar ricostruire Gaza dagli arabi sunniti (con un porto, caso mai, dell’Arabia Saudita sul Mediterraneo) e con 50 miliardi, sistemando i palestinesi e pacificando il Medio Oriente.

L’America ha un grosso problema nella competizione con la Cina: la globalizzazione degli ultimi 25 anni ha visto spostarsi all’estero gran parte della sua manifattura, in Cina (ora in Vietnam, etc.) con stratosferici profitti per le imprese (sfruttando i bassi salari) ma causando l’attuale gigantesco deficit commerciale USA (1.210 miliardi nel 2024, +14% sul 2023; nei servizi l’avanzo è invece di 293 miliardi e nel complesso la bilancia dei pagamenti è in deficit per 917 miliardi), con una perdita di competitività del mercato interno.

E qui nasce la questione dei dazi. L’iva all’importazione (un dazio per le regole del WTO), “sales tax” nei singoli Stati USA varia dall’1% all’11% (media 8%), mentre nei paesi europei dal 17% al 27% (Italia 22%; media UE 21%). I dazi all’import sono quindi negli Stati Uniti metà di quelli in Europa e per le auto 4 volte più bassi (2,5% per Usa, 10% per Europa). Per Trump questo squilibrio deve essere superato.

Il libero commercio non esiste

Tutta la retorica mainstream sul libero commercio è fuffa, perché da sempre il libero commercio non esiste. Oltre alle barriere tariffarie ci sono infatti quelle non tariffarie (ad esempio gli standard sui processi e prodotti) e, in alcuni casi, sono (a mio avviso) positive. Per esempio: Italia e Francia non vogliono l’accordo col Mercosur (UE invece si) per non importare agricoltura con pesticidi, OGM e altre schifezze, sia per tutelare i nostri contadini sia per salvaguardare un’alimentazione sana e locale che ha grande impatto sulla salute. Ma vale anche per lo sviluppo di imprese nascenti. Nella boxe nessun peso piuma combatte contro un peso massimo: così nessuna economia debole/nascente apre tutti i suoi mercati al libero commercio se non vuole essere rasa al suolo da una economia più forte.

E’ vero che senza libero scambio i prezzi possono essere più alti, ma è anche vero che si tutelano di più i propri prodotti e lavoratori. E’ anche il tema che affronta l’Europa col riarmo. Un conto è un esercito comune che sia tecnologicamente indipendente, altro è riarmarsi acquistando tecnologie da altri (potenziali avversari).

Non sono quindi stupito se Trump introduce dazi con l’obiettivo di riportare la manifattura in patria, accrescere gli occupati, ridurre il deficit commerciale, a costo di aumentare l’inflazione a scapito dei consumatori americani. Del resto la Federal Reserve Usa ha come mandato non solo la difesa dell’inflazione ma anche quella dell’occupazione e gli americani su questo sono più avanti degli europei in quanto la BCE (Banca Centrale Europea) invece ha solo l’obiettivo di contenere l’aumento dei prezzi. Come mai Draghi non si è battuto per cambiare questa regola e introdurre la difesa dell’occupazione quando era lui a capo della BCE? Perché non si discute di questa importante questione?

Introducendo i dazi l’import degli Stati Uniti calerà e il dollaro, dicono i liberisti mainstream, si rivaluterà. Come è possibile allora che si stia svalutando? E’ a 1,09 sull’euro, quando era 1,04 subito dopo eletto Trump. Cresceranno poi i tassi di interesse, ma ciò avverrà anche in Europa col riarmo a debito, per la gioia di chi ha un mutuo. Trump sta bypassando molte regole democratiche nel suo paese, ma Von der Leyen col riarmo non fa la stessa cosa?  La regola del max 3% in deficit che è valsa per 20 anni all’improvviso non vale più.

Se il deficit delle merci Usa è alto, è invece in avanzo quello dei servizi (sempre più digitali, per esempio prenotazione on line di alberghi e case in Europa). L’OCSE ha in cantiere di tassare questi servizi digitali a favore dei paesi dove risiedono i clienti. Anche prima di Trump però gli Usa hanno fatto muro perché, essendo la maggioranza di queste imprese americane, la tassazione andrebbe a vantaggio dell’Europa, la quale potrebbe rispondere ai dazi Usa non solo con propri dazi, ma tassando i servizi digitali americani che viaggiano on line.

Coi dazi arriverà l’Apocalisse? Non credo. Trump ne ha introdotti già nel 2017, Biden li ha riconfermati e quegli stessi economisti che avevano levato alte le grida (tra cui premi Nobel come Krugman) si sono zittiti. Adesso che Trump ha ricominciato a mettere i dazi ritorna il coro accademico di allarme che tutto ciò porterà al disastro. Così prosegue la narrazione sul “matto” Trump. Stephen Miran, economista, guida il suo staff economico. Sostiene che l’economia americana trarrebbe vantaggi da un aumento dei dazi in quanto:

1) non è vero che esiste il libero scambio. La Cina, per esempio (il maggior competitor degli USA), è retta da un sistema dirigista in cui lo Stato può decidere di sussidiare alcuni prodotti sottocosto (dumping) pur di riuscire ad entrare in certi mercati, dove, una volta entrati, distruggere la concorrenza e infine alzare i prezzi (strategia oggi ampiamente usata dai monopoli big tech);

2) gli Stati Uniti sono uno dei pochi “monopsoni”, cioè un monopolio dal lato della domanda, nel senso che sono un paese che importa tanto ed esporta poco, relativamente agli altri. Il monopolio dal lato dell’offerta significa che c’è un solo o pochi (oligopolio) che vende quel prodotto. Vedi Google tra i motori di ricerca (usato dal 90% in Occidente). I monopoli o oligopoli sono svantaggiosi per i consumatori perché da un lato si accordano sui prezzi (alzandoli) e dall’altro impediscono ai “piccoli innovatori in ascesa” di entrare nel loro mercato, cercando di distruggerli o acquistarli (come hanno fatto per decenni i big tech made in Usa, ma anche i monopoli Usa nella seconda metà dell’Ottocento). L’anti trust serve a contenere queste pratiche sleali. Il monopolio dal lato della domanda si chiama monopsonio. Quando c’è un solo grande cliente com’è, per es., il caso dell’Italia che acquista gas dall’estero, l’unico acquirente potrebbe imporre un prezzo basso ai molti venditori. Invece col libero mercato l’Italia ha permesso a 700 utilities di svilupparsi: ciascuna di esse deve fare profitti sulla pelle dei clienti italiani. Un monopsonio sono anche gli Stati Uniti come paese: sono un gigantesco cliente da 344 milioni di abitanti che importa meno del 10% del suo PIL ed esporta poco. Se raffrontato al suo PIL l’export USA è 11,6%, rispetto al 15,6% dell’Europa, 23% della Cina, 30% dell’Italia, 37% della Germania). Si noti l’ottima posizione dell’Italia nell’export.

Alzando le tasse doganali gli Stati Uniti avrebbero più inflazione, ma vantaggi in termini di:

1) aumento delle tasse pagate dagli stranieri,

2) riduzione del deficit commerciale,

3) più occupati nelle imprese americane e una manifattura più forte.

Inoltre è possibile che le imprese straniere, pur di non perdere le vendite in USA, siano disposte a ridurre i prezzi, per cui i consumatori americani potrebbero essere poco penalizzati dal dover comprare un prodotto alternativo made in Usa a costo maggiore.

Se i dazi funzionano i vantaggi potrebbero essere girati alle imprese e famiglie americane in termini di minori tasse. In sostanza il paese che ha meno danni dal protezionismo sono gli Stati Uniti. Dipende anche se il dollaro si rafforzerà o meno. Se si rivaluta, crescono anche i flussi di capitale negli USA, ma Miran punta anche ad indebolire il dollaro per esportare di più made in Usa, come sta già avvenendo.

I dazi sono anche una forma di pressione per ottenere altro. Dopo l’incontro col primo ministro giapponese Ishiba, Trump ha trasformato quella che era una pericolosa vendita (per l’interesse nazionale USA) della US Steel ai giapponesi della Nippon Steel (per 15 miliardi di dollari), in un enorme investimento in Usa “a favore del lavoro americano e dell’industria manifatturiera USA”. Dopo questo accordo per i dazi contro il Giappone (che ha un avanzo commerciale con gli USA di 68 miliardi annui),  i dazi contro l’Europa servono per convincere gli imprenditori europei a investire negli Stati Uniti per creare lavoro americano e rafforzare la loro manifattura. Infatti John Elkann ha già dichiarato che ci investirà 5 miliardi con Stellantis.

Insomma un argomento più complesso di quello che ci vogliono far credere gli economisti liberisti mainstream e forse così matto Trump non è. Certo è che quando i dazi Usa arriveranno anche per l’Europa le due maggiori economie che saranno colpite saranno quella tedesca e italiana;  tra le aree interne italiane, l’Emilia-Romagna. Una risposta simmetrica (dazi contro dazi) è rischiosa soprattutto per noi europei che non abbiamo né uno Stato, né una visione di lungo periodo, né il dollaro come moneta di riserva mondiale, né le materie prime ed energetiche americane, né il digitale; in più abbiamo manifatture in recessione. Su questo dovrebbe riflettere l’Europa, altro che fare propaganda a manetta e riarmo a vanvera.

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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PAESE REALE
di Piermaria Romani