Valli di Comacchio: il giallo delle anguille rapite
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da: Circolo del Delta, Sinistra Ecologia Libertà
Sono ricorrenti le preoccupazioni dell’opinione pubblica sullo stato ambientale delle Valli di Comacchio. Ora, per l’innalzamento inusitato della sua colonna d’acqua. A vecchi mali – la subsidenza – se ne aggiungono di nuovi. Per incuria idraulica nello scolo delle acque, di cui sarebbe responsabile il Parco, secondo alcuni.
Il contrario, a detta più autorevole di altri, che invece individuano la causa principale di tutto ciò nel prelievo eccessivo di acqua dolce dal Reno effettuato dai possessori delle valli private contigue al fiume. Se questa seconda versione fosse vera, aggiunge allora questo Circolo di Sinistra Ecologia Libertà, la responsabilità di quanto lamentato ricadrebbe soprattutto sui gestori della parte non ancora arginata di Valle Furlana, le cui acque private si mescolano senza ostacoli con quelle pubbliche. E dove proprio in questi due ultimi anni – guarda che coincidenza con l’innalzamento della colonna d’acqua! – si è ripreso a pescare con un proliferare mai visto di reti di ogni tipo.
E mentre sono ormai trascorsi otto anni da quando giace inevasa nei cassetti dell’Assemblea del Parco la proposta di regolamento della pesca predisposta dal suo Consiglio Direttivo per tutte le Valli di Comacchio che vieta l’uso delle reti e consente solo quello del lavoriero, l’unico atrezzo in grado di garantire una pesca non indiscriminata e sostenibile.
Ma si sa, anche al Parco c’è sempre ben altro da fare! Come prevede, ad esempio, “la nuova visione del mondo vista dall’idrovia”: una fasulla interregionalità del Parco del Delta del Po certificata Mab-Unesco. Perché tutto continui come prima. E peggio di prima. Basta fare un salto a Punta Alberete in questi giorni ad osservare l’inquietante scempio di alberi secolari e giovani per rendersene conto. Si sussurra, ora, che proprio nella Valle Furlana non arginata si è ripreso a pescare da due anni per carenza di finanziamento regionale.
Il Parco in poche parole si sarebbe trovato nell’impossibilità di onorarne l’affittanza ripresa quattro anni fa, con lo scopo di anticipare il risultato atteso grazie alla costruzione del nuovo argine di separazione delle acque pubbliche da quelle private: una gestione idraulica unitaria e sostenibile di entrambe.
E’ proprio vero che mancavano i soldi per il mantenimento dell’affittanza? E se sì, perché il Comune che è proprietario delle valli affidate al Parco non sarebbe andato in soccorso di quest’ultimo? Bastavano circa centomila euro all’anno.
Solo mesi fa, il Sindaco gongolante annunciava dal sito del Comune che erano stati fluidificati ben 570.000 euro per la promozione turistica “brandizzata” del turismo nostrano. Il Sindaco è bravo a trovare i finanziamenti necessari per ciò che ritiene importante.
La Valle evidentemente, per lui, può attendere. Poteva il Sindaco non sapere? Il Presidente del Parco o meglio della cervellotica Macroarea non perde occasione pubblica per vantarsi di fare solo ciò che i Sindaci del Parco concordano con lui. La cosa suona bene ma non funziona. E se i Sindaci hanno interessi contrapposti? E’ la paralisi.
Come nel caso della proposta accantonata di regolamento della pesca nelle Valli di Comacchio, perché non gradita a un certo mondo ravennate. Ma il Parco è un ente sovraordinato regionale. E alla fine dovrebbe prevalere comunque l’interesse generale su quelli particolari. La Regione però in materia ambientale col passar del tempo ha affievolito la sua presenza.
Ormai s’ammanta di sostenibilità alla grande solo nelle Fiere. C’è l’Expo: che bello truccarsi da Mab-Unesco! L’opinione pubblica della sospensione della suddetta affittanza non è stata minimamente informata. E così pure – incredibile, ma vero – il Consiglio Comunale di Comacchio. Lasciato quasi sempre a sonnecchiare. A meno che non si tratti del nascente ‘ottavo lido’. Forse che il referendum per il passaggio di provincia riguardava solo le Valli anziché tutto il Comune? A quando una bella seduta del Consiglio Comunale sull’autocoscienza: la propria? Per poi mollare finalmente gli ormeggi e ridare la voce alle urne? Evidentemente non è bastata ancora la lezione a Comacchio di quel suo Consiglio Comunale che diciannove anni fa decise di non rinnovare l’affittanza della suddetta valle privata.
Sostenendo che con maggiore impegno si sarebbe potuto dimostrare in tribunale che quella valle era di proprietà del Comune. E allora perché affittare un bene che sai essere tuo? Posizione, questa, allora molto caldeggiata anche dal mondo venatorio locale che fiutava nuove poste di caccia tra le migliori. Con il risultato catastrofico di farsi pescare dai privati in pochi anni quasi tutto lo stock di anguille delle Valli di Comacchio, grazie all’attrazione irresistibile che l’acqua dolce del Reno esercita su di esse.
Per non parlare delle altre specie ittiche. Con un danno ingentissimo per le casse pubbliche e l’ambiente. Nei quattro anni successivi al mancato rinnovo dell’affittanza, la vendita delle sole anguille realizzò due miliardi circa di vecchie lire in meno del quadriennio precedente. E senza riottenere la proprietà di quella valle e tantomeno l’interruzione dell’attività venatoria di quei privati.
Comune becco e bastonato! Altro risultato ottenuto, così scialando, per i cultori del ‘brand’ turistico: all’ombra del Trepponti ora si fa la sagra delle anguille lombardo-venete. Messi in minoranza a Comacchio, Ravenna e Bologna i sostenitori dell’acquisto pubblico delle valli private del Sotto Reno – ormai ridotte a un dannificio che lucra sulla presenza degli uccelli ittiofagi, sulla caccia e sulla sregolatezza del Parco – e quasi ultimato il mastodontico argine costato una fortuna alla Regione, al posto della mirabolante promessa di donazione della penisola di Boscoforte alla Regione stessa – donazione di cui si sono perse nel frattempo le tracce – ciò che ora invece si nota, a parti invertite, è il regalo di un’ultima ingorda pescata a chi ancora detiene quella penisola.
Cioè tutto e il suo contrario! Verrebbe voglia di evocare una sorta di replica della falsa Donazione di Costantino.
Questa volta in salsa emiliano-romagnola 2.0!

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Riceviamo e pubblichiamo
Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)
PAESE REALE
di Piermaria Romani