Che donna, Circe. Ho preso in mano il romanzo che le ha dedicato la studiosa statunitense Madeline Miller, pensando a quel che sapevo di lei e della storia d’amore con Ulisse, quella storia tante volte riletta dalla Odissea insieme agli studenti: lei che trasforma in maiali i compagni dell’eroe greco, adoperando le arti magiche in cui eccelle; lui che è preparato a incontrarla dalle istruzioni avute da Ermes e si sottrae alla metamorfosi; loro che finiscono per godere insieme delle gioie del talamo per un intero anno. Circe è una ospite generosa che trattiene l’amato eroe e i suoi compagni, tornati a essere uomini, sull’isola di Eea, in cui è stata esiliata dal padre da tempo immemorabile a causa delle sue arti magiche
Ma non volevo indugiare troppo sulla storia d’amore tra un mortale molto particolare e una immortale altrettanto indocile ed eccentrica. Vorrei rimanere su di lei, per ripensare a come nel libro della Miller si fa narratrice della propria vita e dei luoghi e delle relazioni che ha avuto con divini e mortali.
La storia con Ulisse costituisce solo una parte del suo vissuto, per quanto importante e foriera di sviluppi straordinari. C’è un prima e c’è un dopo su cui intendo soffermarmi: due fasi che Circe illumina col suo potente laser narrativo e con il senso critico che le proviene dall’essere collocata a metà tra divini e umani.
Divina lo è eccome, figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Perseide; ma ha anche tratti particolari che le fanno amare la compagnia dei mortali, che le fanno avvertire il dolore del mondo. Degli dei suoi parenti e di tutti gli altri sa mettere in luce, per esempio, i capricci e la prevedibilità del comportamento. Dei mortali condivide le passioni, come indipendenza, amore, amicizia, nostalgia, sete di conoscenza. Dunque il suo è un punto di vista che si mantiene più tormentato ma anche più libero.
Nella infanzia e nella giovinezza Circe patisce le limitazioni della figlia meno amata, ha una carattere difficile, una brutta voce che le viene spesso rimproverata, è poco curata dalla madre e poco ascoltata dal padre. Si abitua a stare con se stessa e diviene sempre più autonoma e svincolata dallo standard di vita di una dea, apprendendo da sola le arti magiche.
La famiglia si adonta continuamente per il suo comportamento, la famiglia la esilia. La parabola della sua vita ricorda quella di Annemarie Schwarzenbach (1908-1942) [Qui] che fu scrittrice, fotografa, archeologa e giornalista, raccontata magistralmente da Melania Mazzucco nel libro Lei così amata, dove le cose tra mortali non vanno diversamente da quello che viene riservato a Circe, anche se siamo nel primo Novecento.
Annemarie avrebbe potuto adagiarsi in una vita comoda e agiata, invece prese le distanze dalla famiglia e per rimanere fedele a se stessa visse in una fuga continua, tra viaggi in ogni parte del mondo, rapporti irregolari con uomini e donne e molti scandali.
Da adulta la Circe raccontata da Madeline Miller è un’altra donna rispetto alla ammaliatrice di Ulisse che ci consegna l’Odissea di Omero, è una creatura ‘diversa’ che, per quanto divina, conosce l’esilio, la solitudine e la violenza che le viene usata da pirati di passaggio sulla sua isola.
La splendida parentesi della passione per Ulisse la indirizza verso un destino misterioso: scopre di aspettare un figlio quando l’eroe ha ripreso il viaggio in mare verso Itaca. Quando il bambino nasce gli imprime lo stigma della lontananza dal proprio padre, dandogli il nome di Telegono (che significa ‘nato lontano’) e lo cura incessantemente con un amore assoluto. Le arti magiche di cui è capace sono tutte spese a preservare il bambino da ogni pericolo umano e divino.
Molte cose non sapevo, della personalità inquieta di Telegono e del risentimento di Telemaco verso il padre Ulisse dopo il suo ritorno a Itaca. È questa ultima parte della storia che trovo più attraente.
Dunque Circe ha generato un figlio di cui Ulisse non conosce l’esistenza, un figlio che divenuto adolescente vuole conoscerlo e salpa alla volta di Itaca per incontrarlo. Lo incontra e lo uccide anche, perché Ulisse assale il giovane forestiero, credendolo un pirata e si ferisce a morte sulla sua lancia avvelenata.
Telegono, schiacciato dal senso di colpa, conduce con sé ad Eea Penelope e il fratello Telemaco. E Circe offre ospitalità alla moglie dell’eroe che ha amato e al figlio di lui, che non ricorda per nulla nei comportamenti e nei pensieri il grande Odisseo. Ho ridotto i fatti all’osso per lasciare spazio almeno a due considerazioni.
La prima riguarda le dinamiche familiari, imperscutabili. La famiglia è quella formata da Ulisse, Penelope e Telemaco e le sorprese sono tutte derivate dai racconti postomerici ripresi da Miller, specie dalla Telegonia di Eugammone di Cirene [Qui], con cui si conclude il ciclo dei miti troiani.
La sorpresa più grande mi è venuta dal ritratto che Telemaco fa del padre, che dopo la strage dei proci, i pretendenti di Penelope durante la sua assenza da Itaca, si è vendicato con ferocia anche delle loro famiglie e si è fatto un sovrano pieno di ombre, bugiardo e a tratti perverso. Ha provato sgomento, Telemaco, per un padre così e ne ha preso le distanze.
Anche Penelope contribuisce a darne un ritratto negativo, quando spiega a Circe perché sta cercando ospitalità fuori da Itaca. Circe ha ben compreso quanto noi umani, come gli dei d’altro canto, siamo mutevoli: cambiamo con la pratica del vivere e intanto cambia il giudizio degli altri su di noi. Difficile afferrare una volta per tutte la cifra del nostro passaggio su questa terra. Più difficile ancora nel caso di Ulisse, ma la maga, che da bambina aveva avuto pietà verso il supplizio di Prometeo, ora esercita al meglio la umana tolleranza e sa accettare il declino del suo eroe per come glielo raccontano la moglie e il figlio.
Pure Penelope ha le sue ambiguità (sull’argomento va ricordato il bellissimo saggio di Eva Cantarella, L’ambiguo malanno, nella prima parte al capitolo secondo, che è dedicato ai poemi omerici) e una complessità che la avvicina a poco a poco a Circe; non a caso nel libro di Miller rimane a imparare le arti magiche ad Eea, mentre Circe rafforza il proprio legame con Telemaco.
La seconda investe la lettura in chiave contemporanea che si può fare di Circe, una che ha proceduto per sottrazione attraverso le fasi della sua esistenza, lunghissime. Una che ha incassato più rinunce e perdite che altro, che ha saputo lasciar andare il figlio verso il proprio destino. Ha modellato il tenore della propria vita con la magia, fin dove ha potuto.
Alla fine, dopo l’incontro con Telemaco con i suoi tratti di uomo stabile ed equilibrato, conduce a termine la metamorfosi interiore in cui si è a lungo dibattuta e sceglie di diventare una mortale: come fa notare Maria Grazia Ciani nella postfazione al libro, Circe “conclude l’affannosa ricerca di identità inseguita per tutta la vita sposando borghesemente Telemaco, da cui ha delle figlie, scegliendo la pace di Eea, la tranquillità di una vita che, partendo dalla voce, si è estesa a tutta la sua esistenza. Un marito, delle figlie soavi, la pace quotidiana. Hic manebimus optime.”
Questo cerchiamo, ieri come oggi: un posto dove stare, uno spazio vitale che ci dia senso e consapevolezza. Se Penelope appare liberata dalla ‘gabbia’ familiare e trova stabilità sull’isola incantata che era stata la dimora di Circe, Circe trova nella famiglia il suo luogo di arrivo.
Nel mio testo faccio riferimento a:
- Madeline Miller, Circe, Marsilio, 2018,
- Melania Mazzucco, Lei così amata, Einaudi, 2000
- Eva Cantarella, L’ambiguo malanno, Einaudi Scuola, 1995
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Roberta Barbieri
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