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Quel 12 dicembre… Piazza Fontana, la madre di tutte le stragi

“Ore 16.37. Un boato enorme seguito da una altissima fiammata sconvolge la sede centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana 4, in pieno centro di Milano: i vetri dell’edificio, squassato dall’esplosione, vanno in frantumi, decine di clienti vengono buttati all’aria come fuscelli, i corpi dilaniati; altre decine di impiegati vengono scaraventate a terra, pur protette dal grande bancone dietro il quale lavorano. In un attimo è il finimondo, il panico… Ma fin dal primo momento una cosa è certa: è un massacro. Il bilancio verrà dopo, spaventoso: tredici morti (saliranno a sedici), novantun feriti. Sul primo momento nessuno capisce che cosa sia avvenuto, qualcuno dice che sono saltate le caldaie giù in cantina, ma le caldaie sono intatte, continuano a funzionare regolarmente. La certezza viene poco dopo: l’esplosione è stata provocata da una bomba ad altissimo potenziale. Non si tratta di un tragico destino, ma di una fredda, determinata, folle azione. Un’infame provocazione”.
Rileggo queste righe, da me scritte tre ore dopo la strage, sull’enciclopedia del “XX Secolo” della Mondadori, che, per rappresentare l’evento, riprese l’incipit del mio articolo in prima pagina del “Giorno”, il cui titolo a otto colonne, era “Infame provocazione“. Non era la prima provocazione: l’attacco al paese che voleva una sana e moderna democrazia antifascista, era stato preceduto dalla strage di Portella delle Ginestre, dalle condanne agli scioperanti degli anni dal ’50 al ’54, dagli eccidi di Reggio Emilia – cinque morti, 1960 – dove la polizia, appostata sui tetti delle case, sparò a mitraglia sui dimostranti in corteo, dai vari tentativi di colpi di stato, nel ’60, appunto, con il governo democristiano di Tambroni allargato ai fascisti, e nel ’64 con il golpe quasi riuscito del servizio segreto Sifar: la stagione del terrore durava dall’immediato dopo-guerra. E il terrorismo continuò a mietere vittime: da piazza Fontana (1969) al Natale del 1984, i morti assassinati dai neofascisti, con la vigile complicità dei servizi segreti al soldo delle forze reazionarie governative, furono 149 e i feriti 688. Quale il fine di tanto sangue di poveri cittadini incolpevoli? Certamente abbassare la forza della protesta popolare e indebolire la presa di coscienza dei giovani, assicurando al potere, costituito e no, la licenza di lavorare per interessi non sempre leciti e, comunque, incomprensibili per il cittadino lavoratore. Banche, grandi finanziarie, multinazionali, politiche vessatorie attraverso una tassazione che non colpisce gli evasori: il nodo, ancora oggi, è sempre quello, la politica di destra e il neocapitalismo ne hanno tratto vantaggio e tuttora affliggono professionisti, commercianti, artigiani, operai, cioè il popolo attivo che ha mantenuto i privilegiati italiani, figli indegni della democrazia. Se qualcuno, quando parla di terrorismo, confonde la matrice addossando ai “rossi” il peso di tutte le responsabilità, quel qualcuno è non soltanto male informato, ma in malafede. Oggi paghiamo le spese di una situazione creatasi anche attraverso un attacco massiccio propagandistico del danaro, creando una generalizzata disinformazione e aiutando un paradossale ritorno a una disarmante povertà culturale, oltre sei milioni sono gli analfabeti, siamo un paese sottosviluppato. Questi ultimi vent’anni berlusconiani hanno raccolto il testimone da quel progetto golpistico che ha insanguinato le nostre strade. E il prossimo futuro rimane pieno di inquietanti interrogativi

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Gian Pietro Testa



PAESE REALE
di Piermaria Romani

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)