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Un affascinante Duca di York che balbetta, un difficile anno 1925 per Albert (Colin Firth), secondo figlio di re Giorgio V, che deve tenere l’importante discorso di chiusura dell’Empire Exhibition, al prestigioso stadio londinese di Wembley, al posto del padre.
Il problema di balbuzie che lo affligge è fonte per lui di grande disagio, oltre che di grave imbarazzo per coloro che lo circondano. Se si parla a un microfono di fronte a migliaia di persone, poi, potete ben immaginare la situazione. Un incubo dei peggiori.

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La locandina

Terapie, sforzi, gargarismi, logopedisti, consulti con medici, più o meno seri e impegnati, tutto è stato inutile, al punto che il Duca decide di rinunciare al supplizio di dover tenere discorsi in pubblico. Tanto più che il suo ruolo secondario, rispetto al fratello, Edoardo, il Principe di Galles, che sarà il futuro re, gli permette una posizione più ritirata e discreta. Albert si dedica molto alla famiglia, i suoi problemi di parola sembrano scomparire solo di fronte all’amore immenso della fedele e devota moglie Elizabeth (Helena Bonham Carter) e delle figlie Margaret e Elizabeth (la futura Elisabetta II).

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Una scena del film, Bertie impegnato negli esercizi contro la balbuzie

Sarà proprio la consorte a recarsi dal terapeuta di origine australiana Lionel Logue (uno splendido Geoffrey Rush), esperto nei problemi del linguaggio, per chiedere aiuto. Inizialmente reticente, il Duca di York (Albert Frederick Arthur George Windsor, per la precisione) verrà convinto dai metodi di Lionel e inizierà, insieme a lui, un percorso difficile che li porterà al successo.
Lionel vuole essere chiamato solo Lionel, senza formalismi e con le sue stette e precise regole, il principe sarà invece unicamente Bertie, come lo chiamano in famiglia. Un sodalizio fondamentale che diventerà anche confidenza oltre che una grande e intensa amicizia. Storia a tratti anche molto ironica e divertente.

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Bertie in un discorso in pubblico

Il fratello, che sale al trono come Edoardo VIII, deciderà di abdicare, per poter restare con la sua Wallis Simpson, e Bertie sarà proiettato sotto le luci della ribalta, obbligato, per ruolo e circostanze storiche a dover parlare in pubblico. La storia, infatti, chiama.
Mentre la cerimonia d’incoronazione si svolge senza problemi, al fatidico momento della dichiarazione di guerra alla Germania del 1939, Bertie ormai divenuto Giorgio VI, convoca Logue a Buckingham Palace per preparare il discorso alla nazione da trasmettere via radio. Nonostante la difficoltà del momento e la grande emozione, Logue riesce a calmare il Re e gli rimane a fianco durante la lettura del discorso, accompagnandolo con gesti ritmici e aiutandolo con lo sguardo a mettere in pratica le tecniche imparate. Il discorso è un successo e suscita un forte impatto emotivo nella nazione. Il re, con moglie e figlie si affaccia al balcone di Buckingham Palace e saluta le migliaia di persone accorse per applaudirlo.
Un bel film, tipico della tradizione del cinema britannico degli anni 2000, quando si dedicava alle biografie reali, con radici nelle opere di William Shakeaspeare, che appare anche nella recitazione di Amleto di Bertie, o in quelle di James Ivory.

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Il Re con moglie e figlie

I personaggi qui si muovono in pochi ambienti, per lo più interni, dove l’impressione di trovarsi in un teatro in scatola è smussata da una regia e da una sceneggiatura che non calca mai la mano, privilegiando il tocco leggero ai toni accesi. “Il discorso del re” resta soprattutto un inno alla voce e all’importanza delle parole. Situato nel XX secolo, quando i mezzi di comunicazione di massa assumevano un’importanza fondamentale per il vivere quotidiano del cittadino (poche parole del Re via radio potevano donare un briciolo di rassicurazione alla gente, specie durante i conflitti bellici, che rimaneva incollata a quella voce), il film è costruito da un’incessante partitura dialettica che ricorda sia la necessità di adoperare le giuste parole da parte del potere, sia che una storia acquista maggior valore se tramandata ai posteri attraverso un persuasivo impianto oratorio. Atmosfera storica bellissima e interessante, poi, elogiata anche dalle regina Elisabetta, veritiera e d’incanto. Da vedere.

Il discorso del re, di Tom Hopper, con Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Timothy Spall, Derek Jacobi, UK, Australia, USA, 2010,114 mn.

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.


Chi volesse chiedere informazioni sul nuovo progetto editoriale, può scrivere a: direttore@periscopionline.it

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