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REPORTAGE
Una visita alla scuola in lamiera
Il materiale è di riciclo, ma i sogni d’oro

Tempo di lettura: 3 minuti

Pensiamo alla scuola di quando eravamo bambini o, meglio, alle scuole dei nostri bambini.
Luoghi dedicati, non senza pecche, all’istruzione scolastica collocata in una realtà di diritto e di dovere.
Entriamoci: vediamo le classi dedicate per sezioni, ad un certo numero di bambini, la bacheca, le attività, l’arredamento dedicato, le ‘dade’, le insegnanti, il personale di servizio, la zona mensa, i bagni, i giochi, i libri, i disegni, i colori. Vediamo anche i muri, le pareti, il pavimento, i sanitari, i rubinetti, le finestre: guardiamo bene tutto quello che abbiamo.

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Ora andiamo in una grande periferia, nella sua discarica.
No fognature. No elettricità. No bagni. No rubinetti. No muri. No porte. No Luci. Solo terra, pali di legno, lamiere e chiodi. Basta: non c’è niente altro da vedere.

Qui nulla è un diritto e un dovere. Già è qualcosa se il sistema sa che esisti.
Andate in una di queste scuole: lo Stato passa solo i moduli scolastici per l’ammissione agli esami, a pagamento, alcune volte qualche libro che deve bastare per l’intera scuola.
Questo perché le scuole non sono statali, ma private. E non è la ‘scuola privata‘ che abbiamo in mente tutti noi.

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Qui la scuola privata è frutto di una persona, spesso legata al culto religioso, con un riconoscimento statale di insegnante, che prende un pezzo di terra, costruisce con legno-lamiera-chiodi una struttura e chiama a se delle famiglie con i bambini per strada, cerca gli insegnanti e il sostegno economico per tutta la struttura.
Gli insegnanti hanno spesso più classi e alternano le lezioni di un gruppo con l’altro accanto nell’arco della giornata che inizia alle 6 di mattina.
Le classi sono divise tra loro da sacchi di plastica raccolti in discarica: la lamiera costa e si utilizza solo per ripararsi dalle condizioni meteo.
I bagni sono una buca a cielo aperto scavata poco più lontana.
L’acqua è un rubinetto nel cortile.
La mensa è gestita da un genitore che scambia il suo lavoro con il cibo stesso e la possibilità di tenere i bambini all’interno della struttura. Niente corrente, niente luce.

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In tutto questo c’è chi è inquieto: ha avuto la possibilità di studiare, ha una propria idea del mondo fuori dalla discarica e cerca e attende il suo momento e nel frattempo, con la camicia pulita e i pantaloni in ordine, attraversa ogni giorno quell’inferno per dare una possibilità e una speranza a quei ragazzi dopo di lui.

(Tutte le foto sono di Diego Stellino)

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Diego Stellino



PAESE REALE
di Piermaria Romani

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)