‘Immedesimazione’ è parola quanto mai densa di significati. Fra gli altri essa allude al processo attraverso cui due cose distinte si uniscono nella medesima realtà. Ma dice anche il procedere di una realtà in un’altra, sino al raggiungimento di una condizione di identità. Sul piano personale, comporta ‘abitare nell’altro’ e allo stesso tempo ‘diventarne sua dimora’. Un legarsi nel cuore, nel cammino e nella sosta, in vicinanza e in lontananza. A volte può bastare un semplice pronome identificativo, come idem, per superare la stessa lontananza generata dalla morte (come tra Sam e Molly nel film Ghost di Jerry Zucker), per far ripartire un processo, una storia di immedesimazione che si credeva finita per sempre.
Lo stesso concetto, sebbene approfondito millenni dopo dalla psicanalisi moderna e reso anche con la parola ‘empatia’, non è estraneo alla sacra Scrittura. Anzi, l’immedesimarsi di Dio con il suo popolo è rappresentato in modo vivissimo in Deuteronomio 7, 7-8 là dove si ricorda che “Il Signore si è legato a voi nel cuore e vi ha scelti non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli ‒ siete infatti il più piccolo di tutti i popoli ‒ ma perché il Signore vi ama“.
Immedesimarsi nell’amore rende innamorati dell’amore, abitati dall’amore, fondati e radicati in esso, così da scoprire e comprendere a quale eredità esso ci chiama: quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità di colui che ci ama e che ri-amiamo, pur ponendosi egli oltre ogni capacità di approfondimento e conseguimento (Cf. Ef 3,18). Un’ulteriorità che ci fa divenire così perenni viatores e velatores, in viaggio per terra e per mare, per sempre sospinti dal desiderio di amore, dall’anelito di una più grande libertà di affidarci all’altro, in una reciprocità di dono che ogni volta svela, velando poi di nuovo, la sua vertiginosa insondabilità.
Ricordo un episodio raccontatomi da padre Silvio Turazzi a proposito di un gioco che lui e suo fratello Andrea facevano da piccoli, al tramonto, nella sconfinata campagna di Stellata. Giocavano a raggiungere l’orizzonte e a toccare il sole: e un attimo prima del tramonto allungavano un dito, come per toccarlo, immergendolo in quella incandescenza di amore che “veste del suo splendore il giorno che declina“; per riprovarvi poi il giorno dopo di nuovo a cercare di raggiungerlo, ancora più vicini, sera dopo sera. Un’esperienza mistica, credo sia stata la loro: come una chiamata, corrisposta, di quel mistero ‘incomprensibile’, ‘perenne’, ‘assoluto’ direbbe Karl Rahner ‒ che noi chiamiamo Dio.
Una vocazione, pure, a immedesimarsi sempre più verso quell’altro esistente incomprensibile, infinito nel finito, che è l’uomo ‒ mistero a sé stesso ‒ e volgersi verso quell’umanità che, proprio al tramonto, quando si oscura la dignità umana, viene sommersa dalle tenebre del male. Ma è proprio in questa tenebra, in questa “notte oscura”, il luogo nel quale abita e si nasconde, ad un tempo, l’incomprensibilità oscura e luminosa di Dio. Nel descriverlo, san Giovanni della Croce gareggia con il Cantico dei cantici quando dice: “Notte che mi guidasti, oh, notte più dell’alba compiacente! Oh, notte che riunisti l’Amato con l’amata, amata nell’Amato trasformata!”.
“Notte – dice Dio con le parole di Charles Peguy – tu sei la mia grande luce scura […]. O Notte, o figlia mia Notte, tu la più religiosa delle mie figlie la più pia./ Delle mie figlie, delle mie creature colei che è più nelle mie mani, la più abbandonata./ Notte tu sei la sola che fasci le ferite. I cuori doloranti. Tutti scassati. Tutti smembrati. O mia figlia dagli occhi neri, la sola delle mie figlie che sia, che io possa dire mia complice./ O figlia mia scintillante e scura. Che fai acqua pura con l’acqua sporca,/ Acqua giovane con l’acqua vecchia […]. Anime chiare con anime torbide”.
Dignità umana perduta e ritrovata. È soprattutto questo l’annuncio del vangelo: la buona notizia della perla preziosa, il tesoro nascosto nel campo, narrati nelle parabole del regno dei cieli e della dignità promessa e ridonata. Anche per questo sono profondamente convinto che immedesimarsi con il vangelo sia lo stesso che immedesimarsi nell’umano: di più, sprofondare e perdersi in esso, per ritrovare la propria e l’altrui dignità smarrita e ritrovata: “Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt. 10,39). Un’immedesimazione comune e reciproca, che nel vangelo di Luca e di Matteo si riassume nell’invito a una prassi, che è anche regola etica planetaria presente in tutte le religioni: “tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12).
Solo in questo fare, che costruisce la propria dignità nella ricerca della dignità degli altri, attuandola insieme, immedesimandosi in una comune impresa, è dato sperimentare la stessa gioia, anche evangelica, con cui ci si impegna per la propria dignità: “La gioia di seminare i semi da te è la medesima che seminarli nel mio campo” dice un proverbio africano. Non l’una senza l’altra, dunque, ma in una simbiosi esistenziale che credo sia la più fedele via mistica proposta a tutti dal vangelo, l’esperienza anche paolina del farsi tutto a tutti.
Se poi provassimo a riflettere sull’immedesimarsi di Gesù ‒ empatia di Dio per noi (dentro il nostro patire) ‒ non finiremmo più. Basterebbe il titolo “Figlio dell’uomo”, da lui prescelto per dire l’esserci per noi, uno di noi, per far germogliare, riscattare, compiere con gesti e parole la dignità calpestata e mortificata dei ”figli di Dio”. Ma è nelle Beatitudini che meglio si esprime questo suo immedesimarsi con la gente, i poveri, gli afflitti, i miti, con quanti erano affamati e assetati di giustizia. Un’immedesimazione che giunge a completa identificazione, sino a condividerne le sorti: povero tra i poveri, perseguitato coi perseguitati, afflitto con gli afflitti. Il tutto traendo linfa da un’altra immedesimazione, quella col Padre, ricercata sul monte, di notte, nell’intimità nella preghiera, per poi proseguire nella pianura, praticando l’intimità con la gente, risanando, liberando, perdonando, facendo rivivere la vita, senza per questo allontanarsi dal Padre, che ritrovava anzi lì accanto, anche lui sceso dal monte, a fare famiglia con gli uomini e le donne delle beatitudini.
Per questo nell’iconografia della Trinità crocifissa ‒ da quella del Masaccio in Santa Maria Novella, passando per quella più familiare ma non meno potente di Ludovico Carracci in S. Francesca, in cui il Padre viene in soccorso del Figlio con largo abbraccio, preceduto dall’invisibile Spirito spirante in quella luce discendente, quasi caravaggesca, che si concentra sulle figure dei Patriarchi avvolte dall’oscurità dello sheol, fino a giungere alla terracotta, quasi impressionista, di Michele da Firenze presso il seminario diocesano, ‒ in tutte queste raffigurazioni sono rivelate agli occhi, prima che all’udito, e rese al vivo le stesse parole di Giovanni, il culmine e la fonte di ogni umano e divino immedesimarsi: “In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi” (Gv 14,20).
Anche Dante, sembra commuoversi della dignità dell’uomo, trasfigurata dalla somiglianza alla “Somma libertà” da cui origina ogni vita e che tutto attira e muove: “Ma vostra vita sanza mezzo spira la somma beninanza, e la innamora di sé sì che poi sempre la disiria” (Paradiso, VII, 142). Il viaggio della Commedia, itinerario mistico, che vede immedesimarsi in un comune cammino del sapere condiviso e della libertà come amore, il cosmo, l’uomo e Dio, non è tuttavia per iniziati, ma costituisce una possibilità reale, un “pane” per ogni uomo, sia esso Ulisse o Abramo, poeta o illetterato, un pane che tutti possono compartire. Nel Convivio, Dante fa riferimento ad un “pane orzato del quale si satolleranno migliaia, e a me ne soverchieranno le sporte piene”. I commentari chiariscono che si tratta di un riferimento al Vangelo di Giovanni, al pane d’orzo che Gesù moltiplicò, cui si fa corrispondere un altro pane, la lingua nuova del ‘volgare’, che come il pane di Gesù satollerà migliaia. Come la forza del vangelo illuminò di nuova comprensione le scritture antiche, così la nascente lingua italiana costituì luce nuova tale da rendere accessibile la conoscenza del vangelo anche alla moltitudine affamata degli illetterati, digiuni del sapere antico.
Anche Dante, come ogni cristiano, si immedesima nella pratica della misericordia che condivide il pane del sapere per i veri miseri. Di qui la scelta di scrivere in volgare, dettata da quell’amore che vuol donare sapere a molti e magari a tutti dignità riscattandone l’ignoranza. Scelta di coscienza civile certo, ma ‒ ho ragione di credere ‒ anche evangelica, tale da riflettere la regola aurea del vangelo, che è regola di reciprocità etica, forza generativa di altra umanità e aspirazione somma di colui che allarga la conoscenza, perché ‒ come scrive lo Dante ‒ “dare a molti e donare a molti è pronto bene, in quanto prende somiglianza dalli benefici di Dio, che è universalissimo benefattore”(Conv., 18, 3) che “innamora di sé sì che poi sempre la disiria”.
Nella parabola del Giudizio finale è narrato il colmo dell’immedesimarsi Dio, tramite Gesù, nell’intera umanità. Egli infatti così risponderà ai convocati dinanzi a lui: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).
Si narra che “Abba Paissio pregava in continuazione per uno dei suoi discepoli che aveva rinnegato Cristo, e mentre pregava gli apparve il Signore risorto e gli disse: – Paissio per chi preghi? Non sai dunque che quel discepolo mi ha rinnegato -. Ma il santo continuò ad avere compassione per il suo discepolo con la preghiera. E allora il Signore gli disse: – Paissio per mezzo del tuo amore sei diventato come me ripieno di compassione “. Qui si introduce il tema vastissimo della Imitatio Dei, della imitazione come mimesi, come stile del cristiano, capace, pure lui come il Padre celeste di far sorgere il sole del perdono sui giusti e sugli ingiusti; è Paolo che lo ricorda, dicendo anche alla comunità di Corinto: “Diventate miei imitatori come io lo sono del Cristo” (1Cor 11,1).
Christian De Chergé, priore dei monaci trappisti di Tibhirine assassinati in Algeria, scrisse nel suo testamento: “Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era ‘donata‘ a Dio e a questo paese. … So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi; so anche le caricature dell’Islam… L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima. E anche a te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì anche per te voglio questo ‘grazie’. E questo ad-Dio da te previsto. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre Nostro, di tutti e due. Amen! Inshallah“. (T. Georgeon Ch. Henning, “La nostra morte non ci appartiene”. La storia dei 19 Martiri d’Algeria, Bologna 2018).
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