I paesi Nato dell’Ue spendono l’1,8% del loro Pil per le forze armate. In un decennio, l’Italia ha aumentato la spesa militare reale (a prezzi costanti) del 26%.
Le spese più in crescita sono per acquisto di armi ed equipaggiamenti e le importazioni di armi da paesi esterni sono triplicate tra il 2018 e il 2022, metà delle quali proviene dagli Stati Uniti (fonte: Sipri).
Non stupisce quindi che gli Usa spingano per arrivare al 2% del Pil della spesa militare in Europa in quanto ciò significa aumentare l’import di armi dagli Usa.
Nel decennio 2013-2023, la spesa militare è cresciuta in Italia, come si diceva, del 26%, mentre il Pil cresceva del 9%, l’occupazione del 4%, la spesa pubblica del 13%, la spesa per la salute dell’11% e quella per l’istruzione del 3%. La priorità per le risorse pubbliche è stata il sistema militare anziché la spesa sociale.
Per documentare queste politiche di riarmo e le loro conseguenze Sbilanciamoci! e Greenpeace hanno realizzato l’ebook “Economia a mano armata 2024. Spesa militare e industria delle armi in Europa e in Italia” che si può scaricare dal 2 maggio sul sito Sbilanciamoci.info.
L’ebook ha la prefazione di Carlo Rovelli (che anche il Corriere della Sera ha pubblicato il 1° maggio), il quale rammenta che siamo in una situazione molto rischiosa in quanto la valutazione periodica degli scienziati del Buletin of the Atomic Scientistis indicano un livello di rischio (di conflitto nucleare) mai raggiunto in passato. Si parla apertamente di conflitto atomico tra Russia e NATO. Si tratta di darsi tutti una calmata e come dice Rovelli “trovare leader ragionevoli che cercano soluzioni e non soffino sul fuoco. La maggiore responsabilità è sulle spalle dell’Occidente, perché detiene ancora, per ora, il potere dominante e può decidere se accettare la rinegoziazione dell’equilibrio resa inevitabile dalla diffusione della prosperità diffusa nel mondo o rimanere arroccato a qualunque costo alla sua attuale posizione di dominio. L’Europa al momento sembra spersa e purtroppo l’Italia è in prima linea (nel riarmo), mentre altri paesi come Irlanda, Spagna, Austria cercano posizioni di equilibrio e neutralità”. Peccato perché l’Italia ha avuto per 50 anni nel dopoguerra una posizione molto apprezzata dal resto del mondo e dai paesi “non allineati” (nonostante fossimo nella NATO): un patrimonio di fiducia e di ruolo diplomatico strategico nel mondo che stiamo gettando al vento.
Una parte rilevante dell’ebook è dedicata alla traduzione italiana del Rapporto di Greenpeace “L’Europa delle armi. La spesa militare e i suoi effetti economici in Germania, Italia e Spagna”, pubblicato in inglese nei mesi scorsi, da cui sono tratti i dati sopra riportati. Lo studio analizza la crescita della spesa militare in Europa nel quadro dell’andamento delle economie, mettendo a confronto gli effetti su crescita e occupazione della spesa per armi e della spesa sociale e ambientale. I risultati mostrano che spendere per le armi è un “cattivo affare” – anche solo in termini puramente economici – rispetto a investire in campi civili.
L’intreccio tra spese militari e industria delle armi è analizzato da Francesco Vignarca, responsabile della Rete italiana per la pace e il disarmo. Raul Caruso esamina la questione dell’integrazione europea nella spesa militare. Sofia Basso, che ha coordinato il lavoro per l’ebook, presenta un quadro delle missioni militari all’estero che hanno l’obiettivo di proteggere le fonti energetiche nei paesi in conflitto. Un contributo importante è quello di Gianni Alioti che presenta la struttura del settore, la classifica delle maggiori imprese delle armi – da Leonardo a Fincantieri -, la gerarchia esistente tra i produttori, la scala multinazionale delle attività, la dimensione finanziaria che diventa sempre più importante, i dati sull’occupazione. Un approfondimento sul caso del nuovo caccia Tempest, un’inconsueta co-produzione internazionale che coinvolge l’Italia, è offerto da Guglielmo Ragozzino, mentre Giorgio Beretta presenta il quadro delle esportazioni italiane di armamenti, mostrando le responsabilità del nostro paese nei conflitti in corso.
I contributi del volume documentano come la maggior spesa militare non porti a una maggior sicurezza ma al contrario conduca l’Italia e l’Europa lungo una traiettoria di minore prosperità economica, minore creazione di posti di lavoro e peggiore qualità dello sviluppo. Le alternative – maggiori spese per l’ambiente, l’istruzione e la sanità – avrebbero effetti economici più positivi sulla produzione e sull’occupazione, e contribuirebbero ad affrontare i problemi sociali e ambientali che abbiamo di fronte.
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Negli Stati Uniti l’ondata di solidarietà con la Palestina continua nonostante la dura repressione. Secondo l’Associated Press, la polizia ha arrestato finora più di 2.500 studenti che si erano accampati nelle loro università, chiedendo di disinvestire dalle aziende che traggono profitto da gravi violazioni dei diritti umani e/o dall’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Gli ultimi arresti sono avvenuti all’University of Virginia, all’Art Institute di Chicago e all’University of Southern California.
Alla Columbia University gli Independent student workers invitano ad aderire a uno sciopero mettendosi in malattia fino a quando non verranno accolte le richieste di amnistia per gli studenti pro Palestina e di allontanamento della polizia dal campus.
Sabato all’Università del Michigan, studenti che tenevano in mano bandiere palestinesi hanno brevemente interrotto le cerimonie di laurea, mentre un aereo volava sopra di loro con uno striscione con gli slogan: “Disinvestite da Israele ora! Palestina libera!”. All’Università dell’Indiana alcuni studenti hanno abbandonato la cerimonia di consegna dei diplomi di sabato e hanno fischiato il preside. Un aereo ha sorvolato la cerimonia trascinando uno striscione con una bandiera palestinese e la scritta “Lasciate vivere Gaza”.
Non tutti gli atenei scelgono la linea dura: quattro grandi università americane – Brown, Northwestern, Rutgers e UC Riverside – hanno concordato la pubblicazione e la “revisione” di tutti gli investimenti legati a Israele, come richiesto dagli studenti.
La protesta continua anche in Europa. Al Trinity College di Dublino uno studente ha reagito alle critiche per aver costruito una barricata di panche per impedire l’accesso all’edificio che ospita l’antico manoscritto detto Book of Kells (ora chiuso a tempo indefinito) dichiarando: “Le panche possono tornare alla loro posizione originale, ma le migliaia di uomini, donne e bambini palestinesi assassinati da Israele no. Loro non ci sono più.” “Non si può andare avanti come se nulla fosse davanti a un genocidio. Il Trinity College deve tagliare ogni relazione con lo Stato d’Israele” ha affermato László Molnárfi, presidente del sindacato studentesco.
Foto: Students taking part in an encampment protest over the gaza conflict on the grounds of trinity college in dublin. picture date: saturday may 4, 2024. Stock Photos and Images
Nel Regno Unito alle università di Manchester,Sheffield, Newcastle, Bristol, Warwick, Liverpool, Londra, Edimburgo e Leeds si sono unite quelle di Cambridge e Oxford. Il gruppo Cambridge for Palestine ha montato un accampamento dichiarando: “Ci rifiutiamo di restare a guardare mentre l’università sostiene il genocidio attuato da Israele a Gaza.”
Foto di Cambridge for Palestine
A Edimburgo è stato montato un accampamento davanti al Parlamento scozzese. Gli attivisti chiedono l’embargo sulle armi, il disinvestimento pubblico e accademico, il riconoscimento del genocidio di cui il Regno Unito è complice, il diritto di protestare e la tutela del diritto di boicottaggio. Decine di loro hanno intrapreso uno sciopero della fame a tempo indeterminato.
Foto di copertina : Ceasefire Now! – Rally For Palestine, Dunedin, NZ, Sat. 4 Nov. 2023 (CC BY 3.0 NZ – Photo by Mark McGuire) – da Novaradio su licenza Creative Commons
Fonti:
Democracy Now!
CU Apartheid Divest
Cambridge for Palestine
Resistance News Network
Ieri lunedì 6 maggio si è tenuto un festoso aperitivo di inaugurazione della sede del comitato elettorale della candidata sindaca Anna Zonari, situata in via RIPAGRANDE 28. Le risorse per finanziare la sede arrivano direttamente dall’autofinanziamento di candidate/i e attiviste/i, nonché dalla raccolta fondi promossa attraverso sito e social.
Ringraziamo chi ha contribuito e chi vorrà farlo nei prossimi giorni. La sede ci serve come luogo di incontro, dove le persone interessate potranno trovare
materiale informativo e un orecchio attento, in ascolto dei bisogni e delle sensazioni di chi abita la città. La sede sarà aperta mattina 9-12 e pomeriggio 15-18 indicativamente, secondo la disponibilità di candidate/i e attiviste/i.
L’inaugurazione della sede è stata impreziosita dalla mostra personale della pittrice Stephani Nwobodo. Stephani Nwobodo nasce a Ferrara nel 1997 da genitori nigeriani risiedenti in Italia dalla fine anni Settanta.
Il legame con la famiglia e le proprie radici è da sempre un elemento fondamentale per l’artista. Dal 2012 fino al 2017 studia presso il Liceo Artistico Dosso-Dossi di Ferrara dove si specializza in Discipline Pittoriche e scultoree. Dal 2017 fino al 2022 prosegue gli studi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, si laurea in Arti Visive specializzandosi in Tecniche dell’Incisione calcografica. La ricerca
effettuata durante gli anni accademici si è incentrata sul concetto di afrocentrismo come affermazione della cultura africana ed esaltazione dei valori tradizionali che le appartengono. I lavori si sviluppano attraverso la rappresentazione di forme astratte collocate in ambienti indefiniti.
Ufficio Stampa La Comune di Ferrara per Anna Zonari Sindaca
“Forse non tutti sanno che”, di Michela Nodari e Matilde Tacchini, è un nuovo albo di Kite edizioni uscito in libreria ieri, che racconta come arrivare a destinazione.
Forse non tutti sanno che c’è modo e modo di viaggiare, di arrivare a destinazione.
Uno è dirigerci lì direttamente, l’altro è arrivarci per vie traverse, indirette, non lineari.
E se viaggiassimo insieme a una cicogna, ammirando con lei la terra da lassù, osservando mari, monti, prati, colline, pianure e deserti, con libertà, leggerezza, coraggio e curiosità?
Sembra che gli antichi egizi adorassero le cicogne, credendo che queste si prendessero cura dei propri genitori ormai anziani. Dall’Asia all’Europa, passando per il Medio Oriente, la cicogna è, da sempre, simbolo dell’amore tra genitore e figli.
Se fa freddo, la cicogna parte, attraversa il mare per giorni e giorni. Sempre dritto, senza distrarsi, senza giocare con le nuvole, senza chiacchierare con le rondini, senza fermarsi a guardare i buffi animali del deserto. Senza perdersi. O quasi, perché se, per caso, perde la strada, la ritrova immediatamente. Riconoscendo gli animali giusti a cui chiedere.
Si tende spesso a pensare che il modo diretto sia preferibile, sia il migliore, il più rapido e sicuro, ma il modo trasversale permette di ottenere altre ricchezze, anche se costa più tempo, impegno, sforzo e fatica. Andare su e giù per il mondo, con la curiosità che tutto guida ed è il vero sale della vita, zigzagando fra gli ostacoli e dribblando le difficoltà, è la vera ricchezza che ci è stata regalata. Senza mai arrendersi. Scegliendo. Si torna sempre lì.
Un albo che racconta cosa fanno tutte le cicogne, tranne una, allegra, curiosa e impavida.
Il voler essere quell’una sarà la sola e unica soluzione.
“Forse non tutti sano che, per arrivare in Africa, alcune cicogne volano sempre dritto. Altre, invece, no”
Michela Nodari (Autore), Matilde Tacchini (Illustratore), Forse non tutti sanno che… , Kite edizioni, Padova, 2024, 32 p.
Periscopio si definisce “quotidiano glocal”, perché parte spesso dall’analisi di un fenomeno locale per allargare lo sguardo alla situazione globale. Questo dibattito, che parte dalla situazione della sanità nel vicino Polesine – terra affine al ferrarese molto più di certe realtà emiliane – per poi toccare problemi e prospettive comuni a tutto il territorio nazionale, ci è sembrato calzare perfettamente alla nostra filosofia editoriale.
In questi giorni la stampa rodigina ha ospitato un botta e risposta sullo stato della sanità pubblica nel Polesine. Al grido d’allarme di Riccardo Mantovan, segretario provinciale della Funzione Pubblica CGIL Rovigo,qui, ha replicato piccato il DG della ULSS 5 Pietro Girardi, qui. Abbiamo quindi chiesto a Riccardo Mantovan di esplicitare ulteriormente le sue preoccupazioni.
Periscopio: Riccardo, faccio finta di essere un alieno catapultato sul pianeta Terra, destinazione ospedali del Polesine. Leggo sulla stampa locale il tuo grido di allarme su: ferie sospese, aspettative non concesse per carenza di personale e contemporaneamente il paradosso delle graduatorie per assunzioni bloccate o che vanno al rallentatore, coordinatori che rinunciano all’incarico. Poi leggo il DG dell’Ulss 5 che dice che in tre anni i medici sono aumentati di 49 unità, più 141 infermieri in cinque anni, più 30 OS, più 34 amministrativi. Aiutami a capire.
Riccardo Mantovan: il DG ha fatto volutamente un primo confronto con l’anno pre-pandemia, nel quale i numeri del personale in servizio avevano raggiunto i minimi storici. Se poi consideriamo che dopo l’unione delle due ULSS Polesane si erano aggiunte nuove unità operative, le insufficienze di organico avevano assunto accenti drammatici. La tragedia della pandemia ha esacerbato i problemi di un sistema sanitario infinitamente deficitario già nella gestione ordinaria, in maniera particolare nel settore risorse umane. In quel frangente era inevitabile procedere ad assunzioni di ogni tipologia per tamponare una situazione gravissima di carenza di personale. Pertanto, utilizzare come riferimento i numeri pre-pandemia per evidenziare un aumento di organici può essere considerata una furba strategia mediatica di veicolazione di un messaggio pro domo propria. Resta il fatto oggettivo che la Direzione Generale ha formalmente comunicato alla parte sindacale la carenza di 100 medici. Noi non abbiamo fatto altro che comunicarlo anche alla cittadinanza, per segnalare la gravità della situazione. Aggiungiamo che in ULSS 5 la percentuale dei part time assegnati tocca mediamente l’8%, quando il CCNL prevede un tetto del 25% con possibilità di aumento di un ulteriore 10% attraverso la contrattazione aziendale. Questo otto per cento non dipende dalla mancanza di richieste. Le richieste ci sono eccome e provengono da lavoratrici madri con una famiglia ed una necessità di equilibrare il tempo di lavoro con il tempo di vita. Queste richieste di part time vengono spesso negate e con quale motivazione? La carenza di organici! E’ questa amministrazione stessa ad affermarlo. In questa ULSS, sempre per lo stesso motivo, non trovano risposta le richieste di ferie o di permesso. Diventa persino complicato concedere un permesso per motivi di lutto! Ci sono turni di lavoro che variano giorno per giorno, e sapete perchè? Perchè gli organici non sono adeguati in previsione delle assenze “improvvise” che in ogni luogo di lavoro si verificano e dovrebbero, invece, essere messe in conto e fronteggiate in anticipo. Se a questo aggiungiamo il numero elevato di dipendenti con il diritto all’utilizzo dei 3 giorni di permesso mensili e l’altissimo numero di dipendenti con limitazioni mediche, la carenza di personale diventa vertiginosa e di conseguenza salgono i carichi di lavoro, lo stress ed il clima diventa rovente. Ecco: forse adesso i numeri forniti dal DG assumono un valore ed un significato diversi.
P: per l’opinione pubblica, in epoca Covid affamata di retorica e impaurita dalla pandemia, il personale sanitario era composto da “eroi”. Fammi qualche esempio di come è stato riconosciuto il loro eroismo: nella realtà che conosci, i sanitari sono messi nelle condizioni adeguate per lavorare in sicurezza in termini di dotazioni e risorse? Le retribuzioni sono state adeguate al loro eroismo?
RM: la pandemia è stata causa di enormi cambiamenti che hanno investito una società già alle prese con tante difficoltà quotidiane. In una specie di vortice psichiatrico ha creato momenti di grande aggregazione e molti altri di grande paura, sofferenza e rabbia. Questi stati d’animo si sono consolidati nella società di oggi, più attenta alle questioni personali che a quelle collettive. Da fannulloni ad eroi e da eroi a fannulloni è stato un attimo. Siamo già rientrati in un presente che aumenta in maniera importante il rischio di aggressioni in ambito lavorativo. I servizi di front office sono quelli più a rischio: tra questi evidenzierei i Pronto Soccorso ed i Consultori, dove le condotte aggressive sono all’ordine del giorno. È chiaro che le carenze di organico diminuiscono in maniera esponenziale i livelli di sicurezza operativa sia dal punto di vista personale che professionale. Peraltro, proprio in queste due unità operative i sistemi di tutela e sicurezza messi a disposizione dall’ULSS sono impercettibili. Diminuzione della sicurezza e aumento di responsabilità e rischi operativi non sono andate di pari passo con un adeguamento degli stipendi. Tutt’altro. Nel nostro paese, gli stipendi dei sanitari sono molto al di sotto della media europea. A questo proposito, con specifico riferimento all’ULSS 5, pur avendo firmato un accordo aziendale sulle progressioni economiche 2023 che avrebbe dovuto portare qualche soldino nelle tasche dei lavoratori, al 30 di aprile 2024 è ancora tutto bloccato. Piccola parentesi da valutare in ordine al significato dei numeri snocciolati dal DG: per la copertura delle assenze improvvise si impegnano ogni anno circa 300.000 euro (non dal bilancio aziendale, ma dai fondi di “comparto” che servirebbero da CCNL a pagare tutte le voci extra stipendio base) per incentivare i lavoratori a fare doppi turni. Ecco, quei lavoratori stanno ancora aspettando i soldi dei turni aggiuntivi del 2023.
P: leggo anche di una vostra accusa di “immobilismo” della Direzione Professioni Sanitarie. Al solito alieno che cerca di capire, potresti chiarire cosa intendi per “immobilismo”?
RM: il primo luglio 2022 é stata attivata per la prima volta in questa ULSS la Unità Operativa Complessa della Direzione delle Professioni Sanitarie. Unità Operativa prevista strategicamente dalla regione per il coordinamento, la programmazione operativa, l’organizzazione del lavoro, la gestione ordinaria e straordinaria di tutto il personale del comparto di area sanità e sociale. In pratica, tolti amministrativi e tecnici non sanitari parliamo di circa 2000 lavoratori, tre ospedali e punti sanità presenti nei 2 Distretti del territorio. Dopo esattamente 22 mesi dall’attivazione di questa U.O. nulla ancora si è visto uscire da quell’ufficio. Pensate che in 22 mesi di “operatività” ci sono Coordinatori che neanche sanno che faccia abbia il loro Direttore. Sta su una nuvola,occupa uno spazio fisico nell’ospedale HUB di Rovigo ma di fatto nessuno si è mai accorto della sua esistenza, lontano anni luce dai problemi contingenti: il problema della carenza degli organici e della deficitaria organizzazione del lavoro nasce anche da questa distanza.
P:I dipendenti pubblici del settore sanitario sempre più spesso scelgono di abbandonare un impiego sicuro nel pubblico per andare a lavorare nel privato, nonostante nel cambio non abbiano, a volte, nemmeno un miglioramento retributivo. Le ragioni di questo travaso in parte le hai già dette. Ce ne sono altre?
RM: negli ultimi 15 anni la pubblica amministrazione in generale ha subito un attacco inaudito, capitanato dal signor Brunetta, quando faceva il ministro. Lui ha dato il via ad una campagna denigratoria del servizio pubblico che ha avuto la conseguenza di renderlo meno attrattivo ed interessante. Se a questo aggiungiamo: stipendi più bassi rispetto a molti contratti di tipo privato; maggiori responsabilità e rischi, che trovano sempre più spesso rilevanza penale; condizioni di lavoro nettamente peggiori; viene spontaneo pensare che oggi il rapporto di lavoro privato sia migliore del lavoro pubblico anche a parità di stipendio.
P: lo scivolamento verso la privatizzazione di fatto della prestazione sanitaria sembra inarrestabile. E’ così? Cosa possono fare lavoratori e cittadini utenti per contrastare questa china?
RM: Questa sarà la piaga che, purtroppo, dovranno vivere le prossime generazioni. Già oggi il Veneto risulta essere la 4° regione per richieste di finanziamenti a carico dei cittadini per poter accedere alle cure!Il 6,4% dei cittadini del Veneto “rinuncia” alle cure sempre per motivi economici. I sistemi per evitare questa deriva esistono e sono ben conosciuti dalla politica in genere. Manca evidentemente la volontà o i riferimenti di interesse. E’ materia che avrebbe necessità di molto spazio: provo a rappresentarla con qualche numero. L’85% del bilancio della regione Veneto fa capo alla voce sanità. Corrisponde esattamente a 10 miliardi e 600 milioni. Di questi, 10 miliardi e 300 milioni sono finanziati dal governo. I 300 milioni che mancano vengono coperti da un sistema che fa capo alle donazioni. Credo risulti evidente che la Regione Veneto, che si vanta di essere ticket free, non investa neanche un centesimo per migliorare il sistema sanitario veneto, pur considerando che su questa materia ha già pieni poteri. Ecco, una cifra molto considerevole di quei 10 miliardi la regione la gira alla sanità privata. Tutti dobbiamo lavorare per costringere chi lo può fare ad invertire il trend. Tra tutti, il massimo potere è a disposizione proprio dei cittadini, ai quali probabilmente dobbiamo risvegliare le coscienze.
Terremoto Friuli 1976: la scoperta del volontariato
Il 6 maggio del 1976 il Friuli veniva sconvolto da due forti movimenti sismici.
Alle 20.59 con un’intensità 4,9 della scala Richter e un minuto dopo, alle 21.00 ancora più forte (6,5), il terremoto fece crollare intere costruzioni seppellendo spesso gli occupanti sotto le macerie, provocando vari incendi, interrompendo la rete fognaria.
Durante quella terribile notte quasi 1.000 persone persero la vita, più di 2.400 furono ferite e quasi 100.000 restarono senza tetto.
Nel complesso subirono danni rilevanti circa 50 cittadine, il 75% delle quali situate nella provincia di Udine e il 25% in quella di Pordenone.
I paesi principalmente colpiti furono tutte frazioni racchiuse in un diametro di sessanta chilometri: Buia, San Daniele, Maiano, Gemona, Tarcento, Montenars, Osoppo, Amaro, Artegna, Ragogna, Magnano in Riviera ed altri.
Immediati i soccorsi e gli aiuti che arrivarono sul luogo del disastro solo poche ore dopo. A loro si unirono nei giorni successivi anche reparti militari italiani, soldati di altre nazioni appartenenti alla Nato, inclusi reparti statunitensi di stanza in Italia. I territori del Friuli colpiti si trovavano infatti in un’ area caratterizzata da una forte presenza dell’Esercito Italiano e delle forze Nato.
Questo evento è anche ricordato per la forte partecipazione diretta dei superstiti alle operazioni di emergenza e per l’arrivo di una ingente quantità di civili volontari. Prima di allora, una così forte motivazione della popolazione a intervenire direttamente si ricorda solo per l’alluvione di Firenze del 1966, con la stampa che celebrò i cosiddetti “angeli del fango”.
Tutt’altro sviluppo, ad esempio, si ebbe per il terremoto del Belice (14 Gennaio 1968), dove l’esercito e i vigili del fuoco faticarono nel raggiungere la zona colpita. Ancora oggi questo terremoto si ricorda per l’inadeguatezza del Governo non solo nell’intervenire in soccorso ma anche nel ricostruire, cosa che anche oggi si fatica a comprendere e giustificare (il terremoto nelle Marche del 2016 ha una aspettativa di fine lavori ipotizzata al 2033).
La valorizzazione del volontariato e della necessità di un coordinamento delle forze di emergenza si deve all’On. Giuseppe Zamberletti (più volte eletto come deputato nella Democrazia Cristiana e infine nel 1976 come senatore), che partendo dalla sua esperienza come sub-commissario per il terremoto in Friuli porterà avanti la creazione di una struttura di Protezione Civile Italiana, ufficializzata poi nel 1982.
Sono almeno duemila gli studenti arrestati nei campus americani durante le proteste pro-Gaza in decine di atenei, con la polizia che non ha esitato a usare la forza contro i manifestanti, sparando anche proiettili di gomma. A Los Angeles si sono verificati scontri anche tra gli studenti in difesa del popolo palestinese e quelli che difendono invece Israele. Era dai tempi della guerra del Vietnam che non si assisteva ad azioni e reazioni di questo tenore.
Di questo parliamo con Alessia De Luca, giornalista e analista dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), esperta di Stati Uniti, nonché responsabile del daily focus dell’Istituto. “Vedere le immagini circolate in questi giorni sui social media indubbiamente fa riflettere – ci dice –, benché siano soltanto le ultime di una serie in un Paese che si vuole proporre come modello a livello internazionale”.
De Luca si riferisce alle immagini dell’assalto al Congresso americano, a quelle dell’omicidio di George Floyd dove un uomo bianco tiene il ginocchio sul collo di un uomo nero fino a ucciderlo per soffocamento, alle immagini dei migranti alla frontiera separati dai bambini e, per ultime, a quelle, appunto, della polizia che entra nei campus o degli scontri tra manifestanti.
Tutto ciò, sottolinea, “all’interno di quelli che sono i templi della cultura liberal e progressista della Ivy League. Queste istantanee danno il senso di una democrazia in affanno e che si sta scontrando con alcune storture al suo interno che ne impediscono il corretto funzionamento”.
Tante fratture
A pochi mesi da dalle elezioni, inoltre, i leader politici americani non fanno altro che alzare il livello di scontro. “Joe Biden – ricorda l’analista – ha fatto un discorso che mi ha colpito per i toni usati. Dopo settimane in cui soprattutto i repubblicani lo tiravano un po’ per la giacca, l’entourage democratico ha ritenuto opportuno che lui si esprimesse in maniera chiara su quello che stava succedendo”.
“È stato un discorso scomodo – prosegue –: la conferma che la libertà di espressione va tutelata, ma poi anche l’affermazione che la violenza non verrà tollerata. Un discorso che era chiamato a fare, ma che non avrebbe voluto pronunciare perché per i democratici ciò che sta accadendo nelle università americane è un argomento spinoso e che li espone alle fratture al loro interno. La guerra a Gaza è stata, infatti, un momento di grande frattura per l’establishment democratico”.
Temi identitari
Nei mesi scorsi esponenti del dipartimento di Stato e anche della Casa Bianca si sono espressi nettamente contro quella che era la posizione americana nei confronti di Israele e il sostegno al governo di Benjamin Netanyahu. Per De Luca si tratta dei sintomi di fratture “in un anno elettorale che rende ancora più tossici argomenti che hanno a che fare con l’identità degli Stati Uniti. Ma sul piatto c’è anche il sostegno a un paese come Israele che è un partner speciale nella storia degli Stati Uniti, con il rapporto che ha costruito dal ‘48 a oggi. Sono argomenti fortemente identitari, capaci quindi di sollevare le reazioni più forti, più emotive. D’altra parte siamo in presenza di una campagna elettorale che è già molto emotiva e che quindi comporta a esporre le linee di rottura che oggi sono molto evidenti nel tessuto sociale e di elettorale americano”.
Un problema generazionale
La studiosa del’Ispi fa notare poi che “non è un caso che queste linee di faglia corrano lungo delle direttrici che sono generazionali, tema che tocca questa campagna elettorale: siamo in presenza di due candidati che allontano un elettorato giovane che non si riconosce in due ultra ottuagenari. Questa frattura corre lungo la linea generazionale anche sullo stato di Israele. Quello che sta succedendo potrebbe contribuire a spostare gli equilibri in maniera imprevedibile. C’è un refrain abusato secondo il quale la politica americana non decide le elezioni e alla fine la gente vota secondo quelli che sono chiaramente i suoi interessi più personali”.
De Luca illustra quella che pare essere la strategia di Joe Biden spiegando che il presidente uscente “sta puntando tutto sul fatto che prima o poi la guerra finirà, le lezioni degli studenti termineranno in estate e per quando inizierà il prossimo semestre autunnale, che peraltro coinciderà con le settimane più critiche della campagna elettorale, la fase peggiore della guerra Gaza sarà finita e quindi gli animi si saranno stemperati. Se così non dovesse essere i democratici si troveranno un grosso problema tra le mani”.
Non solo Stati Uniti
Le manifestazioni degli studenti universitari in difesa del popolo palestinese si stanno però moltiplicando anche in altri Paesi: in Messico come in Francia e in Italia. “La Francia per forza di cose ha una sensibilità particolare per quello che sta succedendo a Gaza – afferma l’analista dell’Ispi -, perché è un Paese dove c’è la più nutrita comunità ebraica d’Europa e una fortissima immigrazione dai Paesi del Nord Africa, dalle ex colonie, che ha un rapporto difficile con il mondo arabo e che però chiaramente da quando è scoppiata la guerra è attraversata da scariche elettriche che contribuiscono a disturbare le notti di Emmanuel Macron”.
Per l’analista le richieste degli studenti sono legittime e molto circostanziate: “Si chiede di valutare l’opportunità dei progetti in condivisione con le università israeliane, di sospendere eventualmente progetti che possano approdare a tecnologie dual use, quelle cioè che vengono utilizzate in campo sia tecnologico che militare. D’altra parte abbiamo una folta letteratura su come l’industria militare tecnologica israeliana sia anche profondamente legata ai dipartimenti universitari e quindi al mondo dell’Accademia. Sicuramente ci sono stati degli slogan antisemiti, ci sono state delle posizioni oltranziste, ma soltanto chi non ha mai partecipato a una manifestazione non sa che questi estremismi ci sono”.
De Luca ricorda poi che alla Brown University il rettore e i presidi di facoltà hanno optato per un altro approccio e infatti “il sit-in si è sciolto in maniera pacifica. Le istituzioni universitarie hanno accolto le richieste degli studenti dicendo che il corpo docenti valuterà tutta una serie di progetti di collaborazione in atto con le università israeliane. Questa è una piccola vittoria perché è stata riconosciuta la legittimità delle richieste degli studenti, cosa che mi pare finora non sia accaduta nelle altre università”.
Invece, continua, “alla Columbia University di New York, all’università dell’Alabama a Tucson e in tanti altri luoghi ci sono stati degli approcci molto muscolari. E francamente pensare che l’unico modo per sgomberare sit-in di universitari che fino all’altro ieri non sembravano dei pericolosi antisemiti sia quello di mandare la polizia in assetto antisommossa, non mi convince”.
Quanto alle proteste nelle università italiane, De Luca conclude sottolineando che le autorità hanno fatto subito capire come girava il vento e quindi dopo quanto accaduto durante le proteste di Pisa, Napoli e Roma “non si è mossa più una foglia”.
Ostregheta Uomo Tu mi vuoi Annegare nell’aria Io pago l’affitto Al mare Nella conchiglia Si sta Come nella pancia Della mamma Senza maniglia Poi coltivata Dolore Estrazione O pescatore O traditore Adesso Sono finita Sotto i denti Di una Bocca grande Paura Xanax Ho bisogno Di Xanax Vodka Grappa Ostregheta Kappa zeta Ubriacata Di brutto Così la morte Sarà Un rutto
Ogni domenica Periscopio ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca[Qui]
Stati Uniti, Europa, Italia: un presente e un futuro dominato ovunque dall’economia di guerra
Man mano che passa il tempo, rischiamo di assuefarci sempre più al fatto che la guerra è tornata ad essere una vicenda normale nel nostro scenario e immaginario quotidiano. Si moltiplicano le voci oscene che dicono che dobbiamo preparare le generazioni di oggi all’idea di vivere in un periodo prebellico, che il nuovo mondo sarà contrassegnato dall’ineluttabilità della guerra, che il periodo che è andato da dopo la seconda guerra mondiale ad oggi in assenza della stessa (in realtà solo per l’ Occidente civilizzato) è stato solo una parentesi.
Del resto, i dati di realtà già parlano di questa nuova situazione: nei giorni scorsi è uscito il rapporto SIPRI, l’ Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, che ci mette di fronte ad un’evidenza drammatica ed inquietante. La spesa militare mondiale nel 2023 è arrivata a 2.243 miliardi di dollari, con un incremento in termini reali del 6,8% rispetto al 2022, in aumento per il nono anno consecutivo. Gli Stati Uniti rimangono il Paese con la spesa militare più alta del mondo, pari a 916 miliardi di dollari, seguiti dalla Cina che si stima destina a questa voce 296 miliardi. Terzo Paese al mondo, in questa nefasta classifica, è la Russia, che ha impiegato 109 miliardi nelle spese militari. Magari meno noto in questo panorama è il dato per cui i Paesi europei appartenenti alla NATO nel 2023 hanno destinato agli armamenti ben 375 miliardi di dollari, 3,4 volte la spesa della Russia.
Ma questo rischia di essere solo l’inizio di ciò che ci aspetta. Mettiamo da parte un attimo – anche se non è certamente un particolare secondario- quello che comporta il ricorso alla guerra in termini di restringimento degli spazi democratici e della libertà d’espressione. Basta pensa al fatto che la voce di chi ha chiesto una soluzione diplomatica rispetto alla guerra tra Russia e Ucraina è stato volgarmente etichettato come “filoputiniano” oppure di chi ha sollevato il rischio del genocidio del popolo palestinese bollato come “antisemita”.
Per stare solo sul piano delle scelte di politica economica, possiamo dire che siamo già entrati in un’epoca di “economia di guerra”.
Se guardiamo all’Europa, non solo dobbiamo constatare l’assoluta inanità di azione per un’iniziativa diplomatica per il cessate il fuoco e una soluzione di pace tra Russia ed Ucraina e la subalternità nei fatti ad Israele che impedisce la costruzione di una soluzione positiva per il popolo palestinese.In realtà, quello che è in campo è comunque il tema del rafforzamento delle scelte in materia delle politiche di difesa e di riarmo dell’Unione Europea. Non ci sono, al riguardo, politiche univoche in materia, anzi, ma tutte vanno in questa direzione.
Esiste un’opzione, che potremmo definire più ”tradizionale”, che è quella rappresentata dal nuovo Patto di stabilità e crescita, un po’ più lasco di quello precedente nella fase della prepandemia, ma che si basa sempre sul controllo del deficit e del debito pubblico, avendo di mira la spesa corrente (a partire da quella sociale). Caldeggiata in primo luogo da buona parte della classe dirigente della Germania e dai Paesi cosiddetti frugali, ma che non è vista di cattivo occhio neanche dai Paesi dell’Est e che ripropone una ricetta di austerità, con l’unico capitolo di spesa che in quest’ottica può crescere ed essere preso in considerazione come debito comune (come fu la Next Generation UE) è quello proprio per la spesa militare. Non a caso, nei mesi passati, Ursula von der Lyen ha più volte insistito su questa prospettiva, che sembra essere quella maggiormente a portata di mano per uscire da una visione non troppo confliggente con il primato dei singoli Stati nazionali.
C’è poi un’altra strada che, in particolare, in questi ultimi giorni è stata indicata da Draghi (e da Letta) e sulla quale poggia il Rapporto sulla competitività che lo stesso Draghi dovrebbe presentare subito dopo le prossime elezioni europee. Essa muove da un’analisi realistica dell’attuale situazione geopolitica ed economica europea, dall’essere giunta ad un punto di svolta per cui una pura continuità con il passato non è riproponibile – la difesa proveniente dagli Stati Uniti, il grosso delle esportazioni in Cina, l’energia a basso costo dalla Russia -, uno schema che poteva funzionare nel mondo che è alle nostre spalle, quello della globalizzazione aperta, e non quello odierno, del protezionismo e del nazionalismo economico.
Da qui diparte un progetto ambizioso, quello di realizzare una trasformazione dell’intera economia europea e anche della sua architettura istituzionale. Ciò dovrebbe avvenire tramite una forte concentrazione dell’industria e dei capitali (con annessa spesa comune dell’Unione Europea) proprio nei settori strategici della difesa, dell’energia e dell’economia digitale.
Per esemplificare, viene utilizzata la vicenda del settore delle telecomunicazioni, dove viene evidenziato che in Europa esistono 34 gruppi di reti mobili, contro 3 negli Stati Uniti e 4 in Cina. A sostegno di questa nuova fase di concentrazione del capitale, viene detto che occorre investire in fondamentali beni pubblici, intendendo con ciò in particolari le reti infrastrutturali energetiche e di supercalcolo (altro che parlare di beni pubblici e/o comuni rifacendosi a istruzione, salute, previdenza ecc., sic!). Ora, a parte la difficoltà di trovare un consenso largo in Europa su quest’ipotesi che viene presentata come “innovativa” se non addirittura “progressista”, e che, allo stato attuale, può essere sostenuta da gran parte della famiglia socialdemocratica e, a livello statuale, forse dalla Francia, dalla Spagna e da pezzi di establishment italiano e tedesco, non si può non vedere che anche questa è un’opzione incentrata sul mercato (e sul suo ampliamento), che mette sì tra parentesi la priorità del rientro dal deficit e dal debito pubblico, ma assume come settori di sviluppo strategico proprio il riarmo, l’autosufficienza energetica e lo sviluppo dell’economia digitale.
Insomma, una visione per cui l’Europa può provare a competere con gli USA e la Cina, ma in cui il recinto della competizione è quello di un mondo suddiviso in grandi potenze in lotta per l’egemonia, a partire da quella militare ( con buona pace del modello sociale europeo).
Non è facile prevedere l’evoluzione di questa discussione e quale sarà il modello che prenderà il sopravvento tra quello “tradizionale” e quello “innovativo” o il punto di compromesso, assolutamente possibile, anzi probabile, che si potrà trovare tra i due, dato che essi non costituiscono assolutamente strade alternative. Infatti, ciò che è chiaro è che entrambi stanno dentro l’economia di guerra, che non a caso mette in conto un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della gran parte delle persone – visto che è inevitabile che le maggiori risorse per il riarmo derivino da una compressione del sistema di Welfare- e anche un ridimensionamento delle politiche che guardano alla conversione ecologica ( tendenza cha abbiamo anche questa già vista concretamente in opera nelle scelte della UE nei mesi passati), per riconfermare la centralità delle fonti fossili.
Non c’è peraltro bisogno di aggiungere che, in questo scenario, il nostro Paese figura come il classico “vaso di coccio” tra presunti vasi di ferro. A partire dai dati strutturali dell’economia per cui il nostro deficit pubblico a fine 2023 si attesta al 7,4% sul PIL (il più alto in Europa), mentre il nuovo Patto di stabilità indica al 3% il riferimento da non superare; in più, la nostra spesa militare nel 2023 ha raggiunto l’1,46% sul PIL, mentre il target minimo di riferimento per i Paesi Nato è fissato al 2%. Insomma, per l’Italia si prefigura una nuova stagione di politiche di austerità, di meno Stato sociale e più spese militari, dopo che già tra il 2021 e il 2024, in termini reali, la spesa sanitaria è calata del 6,2% e quella dei redditi da lavoro dipendente nella Pubblica Amministrazione del 4%. Una situazione che, al di là delle classiche furbizie preelettorali in cui le nostre forze politiche, a partire da quelle di destra, sono specialiste, spiega molto bene il retroterra del voto di astensione di quasi i tutti i gruppi parlamentari italiani al Parlamento europeo sul nuovo Patto di stabilità e crescita.
C’è una possibile alternativa a questi foschi scenari? Al di là dell’espressione di voto alle prossime elezioni europee, dove comunque si possono sostenere quelle forze che sono pienamente pacifiste, come si dice “senza se e senza ma”, non c’è dubbio che dobbiamo puntare e lavorare per un risveglio della società e dei movimenti.Qualche segnale in giro esiste – basta vedere ciò che succede nelle Università, a partire da quelle americane oppure, per stare a noi, la grande partecipazione alla manifestazione nazionale di Milano del 25 aprile- e, man mano che la realtà dei fatti mostrerà il suo volto più duro, possono esserci le basi per far crescere la consapevolezza della centralità della lotta per la pace e per un diverso modello produttivo, sociale ed ambientale. In ogni caso, non possiamo esimerci dal provarci.
Proseguendo le riflessioni sulla visione di città futura che vogliamo, Mercoledì 8 Maggio alle ore 17.00 presso la Parrocchia di S.Giacomo, via Arginone 161, promuoviamo l’incontro pubblico rivolto alla cittadinanza e alle forze politiche e sociali sul tema della “città a misura delle donne”, dal titolo “CAMBIARE LE CITTÀ PER CAMBIARE IL MONDO. LE DONNE AL CENTRO DELLA PIANIFICAZIONE URBANA PER NUOVI MODELLI DI CONVIVENZA”.
Introduce: Dalia Bighinati che presenterà il tema a nome del Forum.
Interviene come esperta per guidarci nella riflessione: Elena Granata, Docente di Urbanistica del Politecnico di Milano, autrice del libro “Il senso delle donne per la città” (Einaudi, 2023)
Modera il dibattito: Irene Bortolotti del Forum.
Obiettivo: in vista delle prossime elezioni amministrative, invitiamo i cittadini, le forze politiche e i candidati a sindaco a confrontarsi su una visione di città futura che ponga al centro lo sguardo delle donne sugli spazi urbani per un nuovo modello di progettazione urbana e di convivenza più inclusivo.
La conferenza stampa di presentazione dell’incontro si terrà lunedì 6 maggio alle ore 12.30 c/o Centro Documentazione Donna, via Terranuova 12/b
La Comune di Ferrara: 5 maggio ore 10.30 Sala Estense
Questo è un invito speciale alle cittadine e cittadini di Ferrara:
incontriamoci domenica 5 maggio alle ore 10.30 in Sala Estense, piazza Municipale. La candidata sindaca Anna Zonari insieme alle candidate e ai
candidati della lista de La Comune racconteranno la visione di città che
sottende al programma.
In un progetto, infatti, la visione è un aspetto fondamentale: raccoglie
gli ideali, le aspettative, fissa gli obiettivi sullo scenario futuro
desiderato e permette lungo quella direzione di programmare le singole
azioni necessarie a concretizzare il cambiamento. Per questo, prima di
presentare il programma, parleremo di questa visione, che è patrimonio
di un gruppo che è andato costruendosi in maniera aperta da giugno dello
scorso anno, poi lavorando insieme a tante persone diversamente
impegnate ogni giorno nella vita di Ferrara. Questa visione è diventata
una proposta politica tangibile.
La bellezza di Ferrara sta nel conservare e rivelare il frutto di un
pensiero che si è fatto mattone, giardino, crocevia; una visione che nei
secoli – oltre dodici- si è trasformata nel nostro abitare e vivere un
luogo. Il cambiamento è insito nelle cose vive, così per la nostra città
occorre oggi pensare, da domani pianificare e concretizzare il
cambiamento necessario a fare fronte alle sfide di dopodomani. Il
programma de La Comune, oramai arrivato ad un punto fermo, è già
disponibile sul sito web e verrà presentato pubblicamente punto per
punto nelle prossime settimane in occasioni specifiche.
Ken Loach resta Ken Loach, unico, inimitabile, emozionante, toccante. Il suo ultimo film, “The Old Oak”, parla sempre (e ancora) della sua Inghilterra periferica, dei silenzi e grigiori di quella parte di società dimenticata e abbandonata.
Possiamo lamentarci perché i cespugli di rose hanno le spine o gioire perché i cespugli spinosi hanno le rose. Abraham Lincoln
Un film necessario. Oggi più che mai. Un viaggio in luoghi dimenticati da tutti, il nord-est dell’Inghilterra, dove le tonalità del bianco e del grigio fuliggine parlano di disoccupazione, disagio, isolamento, solitudine. Quel grigio che riporta alle miniere di un tempo che fu, alle ciminiere, alle lotte sindacali, al sudore e alle lacrime, a fotografie in bianco e nero che riposano sulle pareti del retro di un pub dove ancora si sta insieme a passare le giornate.
Sono questi i luoghi di elezione dei film di Ken Loach (Kenneth Charles Loach), classe 1936, regista che tratta della “working class” inglese (ma non solo) per eccezione. Ha iniziato con “Piovono pietre” (1993), fino al meraviglioso e intenso “Bread and Roses” (2000) del “noi vogliamo il pane ma vogliamo anche le rose” (le cose belle della vita), dedicato al tema delle organizzazioni sindacali.
C’è Newcastle in “Io, Daniel Blake” (2016), Palma d’Oro a Cannes, e in “Sorry We Missed You” (2019), sul mondo spietato e frenetico dei corrieri, e c’è anche in “The Old Oak”, o meglio le sue vicinanze, scritto insieme al fedele Paul Laverty. In tutti e tre questi ultimi film, poi, ritroviamo il bravissimo Dave Turner.
“The Old Oak” (la vecchia quercia), distribuito in Italia da Lucky Red, è il nome di un pub, l’unico luogo pubblico in cui la gente può incontrarsi, in una fiorente località mineraria di un tempo e che oggi attraversa momenti duri, dopo 30 anni di ininterrotto declino. Un luogo davvero speciale, in una cittadina di appartamenti sfitti, dove le imprese immobiliari comprano a poco prezzo, e a scatola chiusa, svalutando il frutto di una vita di lavoro.
Ebla Mari. Foto Lucky Red
Ebla Mari, foto Lucky Red
Il proprietario di quel pub, TJ Ballantyne (Dave Turner) non sa se chiuderlo o no, perché la quotidianità è difficile e lo diventa ancora di più quando nel villaggio arrivano dei rifugiati siriani e lui diventa amico della giovane Yara (Ebla Mari), che, con la sua macchina fotografica, farà miracoli. Le antiche querce qui sono molte: lui, il pub, i siriani, i resistenti della cittadina. Tutti coloro che si sono sentiti, in qualche modo, ingannati, dalla società, dai poteri forti, dalla politica, dal sistema, dal mondo. Lo stesso regista.
C’è intolleranza, nel dover accogliere profughi siriani che, secondo i più, sono mandati nelle periferie, allontanati dai centri cittadini ricchi e fiorenti dei potenti (nelle città italiane, l’affermazione è spesso la stessa), per non essere visti, per lasciarli a qualcun altro.
Ci sono diffidenza, scarsa conoscenza, timore dell’altro, paura di dover dividere il poco rimasto, la lotta fra poveri. E poi ci sono frigoriferi vuoti, opere di carità che forniscono scatolame e pannolini per bebè, pensieri di suicidio per mancanza di speranza e il bullismo dei più ottusi campanilisti. Il voler accogliere entra in forte conflitto con i pensieri degli amici di un tempo, legami che rischiano di spezzarsi.
Ma TJ Ballantyne crede nel dialogo, e, riesumando la frase “quando mangi insieme si rimane uniti”, un motto che viene da quando, negli anni ’80, i lavoratori delle miniere in sciopero contro la Thatcher, che le voleva chiudere, organizzavano mense comuni per resistere più a lungo, mette tutti attorno alla stessa tavola.
Lui crede nella solidarietà, quella che nasce dal basso e che lega tutti, perché tutti, qui, hanno le stesse identiche difficoltà. Da vecchia quercia – simbolo, peraltro, del Regno Unito e luogo dove Robin Hood dimorava con i suoi sodali nella Foresta di Sherwood – vuole mettere le due comunità in relazione. Una corrispondenza di sensi e sentimenti che si può creare e costruire. Perché comprendersi si può. Sempre.
“The Old Oak”, di Ken Loach, con Dave Turner, Ebla Mari, Claire Rodgerson, Trevor Fox, Chris McGlade, Col Tait, Jordan Louis, Andy Dawson, Debbie Honeywood, Reuben Bainbridge, Joe Armstrong (II), Rob Kirtley, Chris Gotts, Abigail Lawson, Chris Braxton, Laura Lee Daly, Andrea Johnson, Lloyd Mullings, Laura Daly, Maxie Peters, Neil Leiper, Lorenzo McGovern Zaini, Francia 2023, 113 mn.
Dai confini estremi della città: vivere abbandonati a Bova di Marrara
Non abito in “Città” ma in una piccola frazione del Comune di Ferrara. L’ultima al confine sud-est del territorio – Cinquantaquattro famiglie, all’incirca.
É un posto dimenticato da Dio e dagli uomini. Progressivamente (ci abito da più di trent’anni) ci hanno tolto tutto, chi e perché non ve lo so dire. So però che onoriamo urbanamente le tasse dovute.
Non abbiamo trasporti pubblici, hanno chiuso la scuola, non ci sono bar, figurarsi luoghi di aggregazione e di incontro. Non abbiamo neppure la chiesa. L’unico negozio forno e alimentari ha abbassato le serrande.
Questo cosa comporta? Un isolamento tale che fa diventare difficile per tutti gli abitanti fare le cose più semplici.
Per andare a scuola se sei piccolo, dall’asilo alle medie, ci sono gli scuolabus ma i punti di raccolta non sono sempre vicini e i trasporti non sono gratuiti. Se vai alle superiori devi organizzarti con autobus rari e che fanno percorsi “stravaganti”. Uno studente che non abbia la disponibilità di essere accompagnato, lo vedi camminare alle 6,30 del mattino con in spalla lo zaino che lo incurva dal peso, per raggiungere la fermata più vicina.
E questo se va a Ferrara, perché se deve raggiungere la più vicina Portomaggiore (beh, è un altro Comune!) la corsa non esiste, deve andare a San Nicolò (che è del Comune giusto) a prendere una corriera che lo porta a Ferrara stazione dove c’è un trenino che lo porta finalmente a destinazione.
Oppure c’è la variante per Santa Maria Codifiume, se uno può permettersi di perderci una mezza giornata.
Rivedrai gli stessi ragazzi al ritorno verso le 16,00 con i compiti da fare, tanto per il tempo libero non c’è niente. Niente di niente.
Non molto diverso per gli anziani. Per andare alle visite mediche, in farmacia, che alla Bova non c’è, dal medico di base, che alla Bova non c’è, a fare la spesa, che negozi vicini non ce ne sono, o si è ancora in gamba da usare la bici oppure si deve ricorrere ai famigliari, ma, lo sapete no, i nostri vecchi si imbarazzano a “essere di peso” sui figli che lavorano, loro hanno “le loro difficoltà” e quasi sempre abitano altrove.
Esiste il servizio di qualche volontario, ma non ripaga il sentimento di sentirsi soli nelle sale d’attesa e in balia alle volte, perché non “performanti”, dei borbottamenti e l’impazienza degli operatori sanitari. Non tutti tollerano di essere mortificati e così vengono definiti maleducati, alcuni si scusano preventivamente, di cosa? di dare disturbo per essere vecchi, lenti, e impauriti?
Era stata trovata una bella soluzione. Non so se è durata, alcuni Bovani si sono messi a disposizione facendo una specie di servizio taxi su chiamata, un servizio di buon vicinato! Il limite? Che una iniziativa personale e responsabile, ha permesso alla P.A di non porsi più di tanto il problema.
Per tutti gli altri adulti è d’obbligo l’auto che vuol dire spese, inquinamento e rischi.
Di poco più di un centinaio di persone di questo antico borgo alla destra del Po di Primaro, la maggior parte è costituita da anziani. Nel giro di pochi chilometri intorno ci sono tre residenze per loro, ovviamente tutte private.
I pochi giovani autoctoni o temerari, alla raggiunta età scolare dei figli si spostano nei paesi più grandi e più serviti.
E noi superstiti ci accontentiamo della natura (trascurata se non è quella dei nostri giardini o dei campi), del silenzio, della compagnia degli animali dei cortili e di quelli selvatici, perché andare al cinema, a teatro e fare vita sociale vuol dire andare in Città. Vuol dire fare 20 chilometri all’andata e 20 al ritorno, con il sovraccarico di dover ipotecare tempo e aggiungere fatica alla routine quotidiana: “come andare al lavoro anche se più bello”. Se si vincono tutte le resistenze il risultato è quello di essere “accolti” dal traffico, dalla mancanza di parcheggi e da un crescente senso di colpa per aver lasciato soli i vecchi e i bambini per cose futili come la cultura e il divertimento.
Bova di Marrara ha una sola strada principale, le case sono case coloniche disperse nella campagna. É però zona per i percorsi ciclistici, la natura intorno è bella anche se abbandonata a se stessa. Percorrerla è un piacere, non fosse che le strade sono piene di buchi, senza dissuasori per le auto (poche per fortuna!) che mettano in sicurezza gli abitanti umani e non, che la transitano “pedibus”.
La Bova è anche zona di pescatori, ma il Po di Primaro ha gli argini che franano e l’acqua si sta prendendo sempre più terreno. Sì certo le nutrie… ma il Demanio Comunale?
Però alla fine vi racconto una bella storia.
Rosa, vicina alla pensione, ha comprato casa qui. Vicino a lei c’è un altarino con la Madonnina, abbandonato da mò e rovinato.
Pazientemente e con cura, Rosa l’ha restaurato, ha messo fiori e luci.
Di fronte, sul lato opposto della strada, in un piccolo spazio ombreggiato che dà sul Primaro ha messo una panchina e poi due e poi un tavolino e una poltrona, tutto fatto con materiale di recupero, con grande creatività e perizia.
Adesso questo piccolo giardino, rispettato da tutti, è diventato il posto per le chiacchiere, la sosta corroborante per i ciclisti e i corridori, per le mamme che portano a spasso le carrozzine. Adesso la gente si ferma, qualcuno a pregare la Madonnina, qualcuno per ammirare il ricco e curato giardino.
Nessuno ha chiesto niente a Rosa e Rosa non è stata ad aspettare che un primo cittadino, o chi per lui, intervenisse. Spontaneamente, con semplicità e senso civico ha dato il suo contributo alla nostra piccola comunità rendendola più accogliente e gentile.
Non possiamo sperare che “spuntino altre Rose” ma, di certo, possiamo pretendere che sia chi governa la città e tutti i suoi cittadini a prendersi carico dei loro bisogni, in modo eguale in ogni angolo del suo comune, avendo cura dei loro interessi e del loro benessere.
Giovanna Tonioli Candidata nella lista La Comune di Ferrara
“Il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita.”
(JOSÉ SARAMAGO)
Radici
Campi di gioia, piante musicali
e geniali, teneri animali padroni
dello spazio, con voi sto vivendo
la stagione fiorita della vita;
sono parte di quest’angolo di mondo,
sulla pelle ho tatuate le fiabe d’altri tempi.
I miei capelli stormiscono al vento, foglie ribelli;
le mie gambe conoscono lo scatto della lepre,
elettriche molle.
La pianura nasconde sedimenti di segreti,
cuori fossili sepolti dal tempo;
i detriti della vita riempiono il golfo
dell’anima; il vento smussa
i profili del paesaggio dai molti volti, ne pettina i capelli.
Sul mio corpo trascorrono i segni del tempo
ma il corpo della Terra è sempre giovane:
il ventre ferito dall’aratro si risana
e produce sempre frutto, neppure
delle ustioni notturne dei falò rimane traccia.
Opere e giorni procedono lenti
quali sogni di antichi dormienti
e un sonno di pietra m’invita a restare,
verso me si protendono le braccia degli alberi
che muti mi trattengono, il vento mi abbraccia
e io come posso partire?
L’ignoto
Sera gravida di ombre
e profumi perduti di passato,
con occhi rassegnati mi scruti
in cerca di esili conferme.
Il tempo stanco si sfoglia
un giorno via l’altro;
dalla profondità di strade
mai percorse
l’ignoto mi rincorre,
mi assale rabbioso
con latrati infernali,
gole fameliche protese a divorare
le infinite possibilità di vita
che ho mancato di cercare.
Carpe diem
“La rosa che non colsi”,
così si dolevano i poeti in certi versi…
ah, i rimpianti, cattivi rampicanti,
edere maligne avviticchiate alle vene
e al cuore, a soffocare quel poco di vita
che rimane!
Come giovani morti in battaglia,
speranze uccise appena nate,
i desideri non realizzati hanno una voce
incessante e sottile che sussurra
e che grida di giorno e di notte;
sono viaggi mai fatti, amori non vissuti,
bambini mai nati, amicizie perdute
o lasciate sfuggire.
E così fugge il tempo, e le lapidi dei rimpianti
diventano opache di polvere; tu seppellisci
i tuoi sogni, e quelli che restano ti sembrano
ben povera cosa.
L’entusiasmo è un soffio via via
più fioco al passare degli anni, una lucciola
che muore tra i fiori del prato.
E tu hai già vissuto, non ti resta che un’unica
lacrima per piangere il bene perduto:
il mattino acceso da un’alba radiosa,
la casa inondata di luce,
e tu che la guardi cadere.
(Poesie tratte dalla silloge “Luci e ombre”)
LUCIA PAPARELLA Dopo aver trascorso buona parte della mia vita in campagna, di recente mi sono trasferita a Ferrara. Ho lavorato come docente nella Scuola Secondaria di Primo grado per numerosi anni; ora, dopo aver frequentato corsi specifici, sto muovendo i primi passi nell’ambito dell’editoria, un mondo che mi ha sempre affascinata. Credo nei nuovi inizi.
Nel tempo libero mi dedico alle mie passioni: leggere, scrivere, dipingere paesaggi, ascoltare musica, passeggiare in mezzo alla natura, visitare mostre e musei, uscire con gli amici, partecipare a eventi, laboratori e attività creative. Amo il mare, i cani, mi lascio pervadere e commuovere dalle emozioni suscitate in me da un dettaglio, da un ricordo…sono un’inguaribile romantica e sentimentale ma riesco a conservare sempre quella punta di ironia e autoironia necessarie per non prendere le cose troppo sul serio.
In passato ho partecipato a numerosi concorsi poetici, guadagnando qualche podio: prima classificata al Premio “Città di Caivano” (2003); primo posto al Concorso “Maria Francesca Iacono” (Casamicciola Terme) nel 2005; prima classificata al Premio “Donna” (Fasano, BR) nel 2012; seconda classificata al Concorso “Coluccio Salutati” (Borgo a Buggiano, PT) nel 2012.
“Luci e ombre” (Tripla E, 2023) è la mia prima silloge edita.
Questa è la pagina che la Tripla E mi ha dedicato in qualità di autrice:
Paparella Lucia – Edizioni Tripla E
Questa è invece la pagina dedicata alla silloge, disponibile in e-book e in versione cartacea:
Luci e ombre – Edizioni Tripla E
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.
Senato e Camera degli Stati Uniti hanno votato una legge la quale stabilisce che, entro fine gennaio 2025, l’appTikTok US vada ceduta: per la precisione, che Bytedance ceda la sua quota, pena la messa al bando della app negli Stati Uniti per “ragioni di sicurezza nazionale”.
La proprietà di TikTok è per il 20% dei fondatori cinesi Bytedance, un altro 20% è dei suoi dipendenti e il 60% è stato comprato dal fondo speculativo finanziario americano BlackRock. Il motivo della legge è il timore che i dati dei consumatori americani vengano usati dal Governo cinese (Bytedance nega). I cinesi però non vogliono vendere, ma non solo: se costretti, si terranno di certo il formidabile algoritmo che è il vero valore dell’app e faranno una battaglia legale contro la norma, che considerano anticostituzionale. La faccenda appare molto protezionistica e poco da “libero mercato” e non piace a tutti gli statunitensi, mentre invece TikTok piace a molti: è popolarissima tra i giovani ed è comunque usata da 170 milioni di americani.
Che si debbano porre vincoli e regole ai big tech è sacrosanto, ma bisogna farlo con tutte le app, non solo quelle cinesi. Vedremo come andrà a finire. Ma questo era solo uno spunto per parlare di un Impero che sembra al tramonto.
Gli Stati Uniti hanno 200 anni di democrazia. Noi italiani al suo confronto, in termini di consolidamento della democrazia, siamo perdenti, usciti come siamo dal fascismo da ottant’anni, e senza averci realmente fatto i conti. Tuttavia, America ha avuto volti e fasi molto diverse le une dalle altre, per questo il giudizio su di essa è controverso. Ha salvato l’Europa due volte, nella prima e seconda guerra mondiale, ma l’ha anche condizionata due volte. La prima con quella pace maledetta del presidente americano Woodrow Wilson che, mettendo sulle spalle tedesche enormi oneri di guerra, sembrava fatta apposta per indebolire la Germania (cioè l’Europa) e che ha contribuito non poco alla nascita del nazismo. Poi, dopo la seconda guerra mondiale, l’errore non è stato ripetuto, ma si è optato per aiutare (anche col piano Marshall) a far “mettere le brache” agli europei in modo da doverla seguire, l’America, come i bambini seguono la mamma (cosa che avviene tuttora dopo 75 anni).
Dal 1850 al 1914 America ha vissuto un’epoca di straordinaria crescita economica all’insegna del “libero mercato” e di incredibili disuguaglianze (vedi Rothschild col suo petrolio) che portò però anche ad una legge (Sherman Act) che introdusse nel mondo per la prima volta l’idea di una Autorità pubblica che deve regolamentare i mercati, contrastare monopoli e oligopoli se si vogliono tutelare i consumatori. In Italia una legge analoga è arrivata nel 1970, cento anni dopo.
L’America è sia quella del libero mercato, sia quella dell’intervento dello Stato nell’economia. Dopo 70 anni di crescente libero mercato, cade in depressione nel 1929 proprio a causa del liberismo. Con 10 milioni di licenziati (un terzo degli occupati) e un impoverimento di massa, seppure dopo 4 anni (1933) Roosevelt cambia registro: avvia il New Deal, facendo proprie le idee di Keynes (dopo aver seguito Adam Smith per 153 anni) e introduce il ruolo dello Stato nell’economia per avere più occupati e maggiore crescita. Roosevelt divide le banche commerciali (buone) da quelle d’affari (cattive). Le prime erano aiutabili dallo Stato se fallivano, le seconde no. Dunque è la patria del libero mercato ma anche dell’importanza del ruolo dello Stato nell’economia. Lo sviluppo delle imprese private nell’high tech (da Internet al digitale all’AI) è anche il frutto di massicci investimenti pubblici. Il paradosso è di avere abbandonato queste politiche pubbliche (riprese però nel 2023 con l’Inflaction Reduction Act:mille miliardi di investimenti pubblici) proprio mentre la Cina le andava sviluppando, creando così una leadership mondiale nelle auto elettriche, nei pannelli solari e nelle principali tecnologie green.
L’America è anche la patria della difesa dei consumatori e di una libera stampa che non fa sconti ai potenti. Ese vogliamo saperne di più sulla guerra Russia-Ucraina conviene leggere il New York Times, il Washington Post o il Wall Street Journal, i quali spiegano da 2 anni, diversamente dai nostri, come sia impossibile battere la Russia anche mandando tutte le armi di questo mondo agli ucraini.
L’America è la patria delle più importanti innovazioni tecnologiche ed organizzative. Agli americani però piacciono molto anche i dollari, e il potere. Qualche dubbio viene, se nel 1961 il capo ingegnere della Olivetti, il visionario cinese Mario Tchou, muore in un’incidente dalla strana dinamica a bordo della sua auto. Qualche dubbio viene, se nel 1962 il fondatore dell’ENI, l’ex partigiano Enrico Mattei, muore in un misterioso incidente aereo, le cui indagini verranno ripetutamente soggette a depistaggio. L’America è anche quella del 1999 che abolisce la divisione delle banche con il democratico Clinton, quando il suo collega di partito Roosevelt le aveva divise, e le fa diventare tutte speculative, avvia la globalizzazione e una serie di guerre finalizzate a difendere la sua leadership mondiale. Ma l’America è anche quella del 1962, quando il Congresso approvò una legge che limitava la libertà degli americani di abbonarsi a periodici comunisti. Il clima era quello della crisi Cuba-Usa. Tre anni più tardi la Corte suprema all’unanimità ritenne però la norma illegittima e contraria al diritto degli americani di leggere ciò che desideravano.
Insomma, una America a due facce. Mi sono persuaso che gli americani sono così perché hanno sviluppato l’auto-coscienza e l’individualizzazione (l’uomo che si fa da sé) ma nello stesso tempo hanno sviluppato (forse per contrasto) la “paura”, da cui il desiderio di controllare tutto e tutti. Basta vedere il sito del Pentagono, ma anche cosa è scritto “apertis verbis” sul retro della cartamoneta del dollaro attorno ad una piramide – simbolo dell’impero – sovrastata dall’occhio del Dio (denaro?) che “favoreggia le nostre imprese” (annuit coeptis) nel novus ordo saeculorum.
Ma tutti gli Imperi hanno una crescita e un declino. Dopo aver governato il mondo nel secolo ventesimo, varrebbe la pena per America darsi una calmata nel ventunesimo, così forse passerebbe la paura per un mondo multipolare, che comunque arriverà.
Photo Cover: America Beautiful Country by James Bo Insogna
TABUCCHIANA 2. Quando il caso diventa destino. Antonio Tabucchi, la vita, le opere, la passione, il Portogallo
“A volte può prendere il via con un gioco”. Così Tabucchi nell’incipit del racconto che apre l’Angelo nero, un racconto che è anche un meta-racconto, visto che parla delle tecniche dell’invenzione (quanto meno della sua), adombrando anche le ragioni segrete che a un tratto piegano verso l’essenziale qualunque iniziale pretesto.
In fondo persino nella biografia tutto può prendere il via davvero così, “con un gioco”, tutto può iniziare per caso o quasi, senza che si possano prevederne le conseguenze. Per lui (a credere almeno al libro delle sue interviste: Zig-zag, Milano, Feltrinelli, 2022) tutto cominciò con un film, La dolce vita.
Aveva appena finito il liceo, ma gli bastò quella pellicola di Federico Fellini per fare crollare il suo mondo e spingerlo a partire. Davanti all’Italia lì raffigurata (non vi apparivano che “intellettuali da strapazzo”, un’intellighènzia autodistruttiva, aristocratici ‘imbecilli’, una borghesia corrotta, un proletariato credulone, mezzi di comunicazione cinici e opportunisti), insomma riflettendo su un paese che da quella rappresentazione cinematografica “usciva con le ossa rotte”, il giovane Tabucchi si disse: “voglio andar via di qui”.
Il mito della Francia lo portò a Parigi, nel mondo magico di Saint-Germain-des-Prés, a seguire come uditore libero le lezioni della Sorbona, mentre per campare faceva il lavapiatti alla mensa della Cité Universitaire.
Dopo un anno, partendo per tornare in Toscana, trovò su una bancarella nei pressi della Gare de Lyon, tradotto in francese, un piccolo libro di un autore sconosciuto che parlava di una tabaccheria vista da un personaggio collocato alla finestra di una casa di fronte.
Era una poesia che iniziava con un’amara riflessione metafisica (“Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso voler essere niente. / A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo”) e si chiudeva con il ritorno alla realtà e con una disincantata speranza al saluto di Esteves e all’enigmatico sorriso del padrone della tabaccheria. Il caso gli aveva messo davanti quelle pagine, e quel caso creò per lui un destino.
Incantato dal quel poemetto che gli ricordava forse anche un’attività familiare (il caso opera a volte seguendo persino suggestioni inconsce), Tabucchi si chiese chi mai ne fosse l’autore, scoprì che a Pisa alla Facoltà di Lettere insegnava Letteratura portoghese la bravissima Luciana Stegagno Picchio, e mentre ne seguiva i corsi cominciò a frequentare il Portogallo, allora sotto la dittatura di Salazar (se ne sarebbe ricordato in Sostiene Pereira) e a conoscere e fare amicizia con scrittori dissidenti.
Incontrò lì perfino una bella ragazza bruna, Maria José de Lancastre, che condivideva con lui la passione della letteratura e che qualche anno dopo sarebbe diventata sua moglie. Poi tutto sarebbe seguito, come avviene con le vocazioni e il destino.
È stato in Italia il primo, grande traduttore dell’opera di Pessoa (si ricordino in particolare, pubblicati da Adelphi, i due volumi di Una sola moltitudine, le Poesie, il Libro dell’inquietudine…) e di tanti altri scrittori di lingua lusitana; ha insegnato per tutta la vita letteratura portoghese nelle università italiane (Roma, Genova, Siena…); ha scritto in quella lingua diventata per lui familiare uno dei suoi romanzi più belli (Requiem); è sepolto a Lisbona, nella cappella degli scrittori portoghesi, per desiderio del Portogallo che, grato, l’ha sentito e riconosciuto sempre come uno dei suoi.
In questi ultimi mesi, a consolidare quel che già si sapeva sui rapporti con il suo paese di elezione. sono usciti due libri preziosi: uno pubblicato a Lisbona dalla Fundação Cupertino de Miranda (Mário Cesariny e Antonio Tabucchi, Cartas e outros textos, a cura di Fernando Cabral Martins con la collaborazione di Maria José de Lancastre), l’altro proposto da uno dei nostri più raffinati editori di poesia, il genovese Giorgio Devoto, per le Edizioni di San Marco dei Giustiniani (Concrezioni di Saturno. Antonio Tabucchi traduce Mário Cesariny).
I due testi ruotano intorno a uno dei più significativi poeti del surrealismo portoghese, Cesariny appunto, di cui Tabucchi si era occupato già al tempo della sua tesi di laurea dedicata a un movimento nato in terra portoghese solo nel 1947, con enorme ritardo rispetto all’esperienza francese, destinato, nonostante questo, a essere perseguito e impedito nel suo anelito di novità e libertà.
Un movimento a cui il nostro scrittore, appena laureato, avrebbe dedicato un ricco libro/antologia (La parola interdetta. Poeti surrealistiportoghesi, Torino, Einaudi, 1971) che si giovava anche della conoscenza e frequentazione degli autori trattati (in particolare Cesariny e Alexandre O’Neill, di cui soprattutto sarebbe diventato amico).
Il rapporto con il più anziano dei due, pittore e scrittore, capofila del movimento, per questo avversato dalla censura, non sarebbe sempre stato facile. Lo documenta bene il volume di cartas (di lettere inedite) di cui si diceva, che sulla cover ricorda una giornata di sole sulla spiaggia di Fonte da Telha. Tre figure si rivolgono con sguardo intenso a chi sta loro dinanzi: sono il giovane baffuto, divertente, ironico, mingherlino Antonio, la sua sorridente compagna e il più serio e maturo scrittore portoghese.
Il rapporto infatti si sarebbe interrotto presto, nel ’78, per divergenze letterarie proprio in merito al libro sul surrealismo pubblicato da Tabucchi e alla rifiutata partecipazione di Cesariny a un numero di Quaderni portoghesi da lui curato.
Ciò non toglie che fosse rimasto al fondo un legame tra i due; lo testimonia il bel pezzo Fra noi e le parole di Maria José che apre il volume italiano, ricco anche di testi tabucchiani dispersi, che offrono un inedito quadro del surrealismo portoghese e dei suoi protagonisti.
Antonio avrebbe continuato nel tempo lo studio degli spazi privilegiati della poesia di Cesariny (da lui collocati tra fuga e evento all’interno di evidenziate costanti: mito, parodia, eros, massime), così come avrebbe continuato a tradurlo, convinto della sua importanza nel quadro della poesia europea del secondo Novecento.
Ce lo provano queste Concrezioni di Saturno (il suggestivo titolo è desunto da un frammento poetico) che, riunendo con testo a fronte tutte le versioni dell’autore fatte da Tabucchi (comprese le disperse e inedite), consente di ripercorrere un universo poetico dove a grotte di oscurità si contrappongono continuamente luminescenze di sole, mare, giardini…
Difficile non annoverare in una nostra personale auto-antologia testi come A Edgar Allan Poe (con le sue concrezioni preziose e ibridate: “… mio granchio di diamante fra la vita e la morte la grazia e la disgrazia la verità e l’errore… […] mio fiume nero aspro velenoso scintillante e tremantesmeraldo e violetta […] parete bianca di apparizioni fumanti […] fermi ragni d’argento”), A António Maria Lisboa (“Da qui a Saturno c’è sempre stata molta strada / a meno che non si prenda il cammino più ripido…”), Un canto telegrafico…; difficile dimenticare le liriche dalle quali emerge il contrasto tra la vita condotta in una caverna di cui il sole illumina solo per intermittenze il recinto e una luce improvvisa che libera. Parimenti quelle in cui a risaltare è il contrasto tra l’ansia d’infinito e un quotidiano (che pure ‘meritiamo’) che stride clamorosamente con aspirazioni e speranze.
Nessun dubbio che al centro di quelle di Cesariny (sorvegliato e censurato dal regime), come del nostro Tabucchi, ci fosse il desiderio della libertà (giacché “dov’è il mondo se non qui?”), la pulsione verso una “città futura / dove la poesia “non ritmerà più l’azione / perché camminerà davanti ad essa” (Voce di una pietra), il ripetuto invito a discutere l’ovvio, a parlare, a impegnarsi (“Fra noi e le parole i murati vivi / e fra noi e le parole, il nostro dover parlare”: You are Welcome to Elsinore), come Antonio in qualunque sede non si sarebbe mai dimenticato di ricordare.
Cover: particolare della copertina del volume portoghese “Mario Cesariny e Antonio Tabucchi. Cartas e outros textos”
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Vivere serenamente il silenzio ed essere capaci di stare bene da soli sono al centro di questo originale albo. In un mondo sempre più saturo di rumore, una proposta che è una risorsa.
Un altro bellissimo albo illustrato esce con Kalandraka, “La visita”, di Núria Figueras, vincitore del XVI Premio Internazionale per albi illustrati Compostela 2023
La storia di una piccola volpe rimasta sola nella sua tana con una raccomandazione della mamma: non aprire agli sconosciuti.
Fuori cala il buio, anche se si sentono ancora gli schiamazzi allegri dei passeri e di altri animaletti felici e curiosi.
A bussare alla porta, toc toc, delicatamente, il Silenzio. Ma come si fa, se non si deve aprire a nessuno? Ma lui non è nessuno, è il Silenzio. Alto e grosso, imponente. Che paura, mamma mia, e se la divorasse? La curiosità però è grande e supera ogni remora. Insieme, volpe e silenzio, condividono alcune more, dolci e succose. Stare con lui non è poi tanto male, basta provarci ed è davvero bello riuscirci.
Ballare, allora, insieme? Certo, risponde il Silenzio, ma senza musica, o sarà costretto ad andarsene. La volpe non ne è capace. Il ritmo della danza sarà scandito solo dai battiti del cuore. Fuori non si ode più nulla, dentro di lei la piccola volpe sente una voce, sono i suoi pensieri, e, a volte, bisogna stare in silenzio per sentirli. È arrivato un nuovo amico.
Che bello sapere accogliere il silenzio, questo sconosciuto, questo dono oggi così raro e prezioso. Ricordo che tempo fa ne avevo scritto. L’ho sempre amato. Oggi è un privilegio, esserne avvolti e saperlo aspettare e accogliere. Un albo unico.
Genocidio e antisemitismo, due parole da usare con grande cautela
“Appartengo all’unica razza che conosco, quella umana”
Albert Einstein
La famosa frase di Einstein è in risposta a una domanda contenuta in un questionario sull’immigrazione che dovette compilare per rimanere negli Stati Uniti, dove si trovava in visita. Era il 1933, in Germania Hitler era appena salito al potere. Il cittadino tedesco Albert Einstein era di famiglia ebraica.
Non mi metto a fare l’esegeta della frase. Tuttavia a me sembra chiaro che Einstein usi la parola “razza” (race) in questo contesto per riprendere ironicamente lo stesso vocabolo contenuto nel questionario, ma la intenda come “genere” o come “specie”: il genere umano, appunto. La razza umana intesa come l’insieme di tutte le presunte razze, costruite via via nella storia dell’uomo sulla base di assiomi prima parentali, poi biologici e fenotipici. Chiunque sia dotato di buon senso sa che non è possibile costruire un concetto di razza, perché non esiste alcun marcatore che permetta di individuare un gruppo di persone accomunate dalla medesima genetica. Piuttosto, esistono persone che sia dal punto di vista genetico che culturale si mescolano continuamente, ed è esattamente questa la bellezza del mondo. Visitare un luogo che si pensa debba essere connotato dai segni di un tipo umano prevalente, e scoprire che in quel luogo ci sono vestigia (somatiche, linguistiche, culinarie e artistiche) del passaggio di una miriade di popolazioni, alcune le più lontane da quello che è il loro luogo di origine – pensiamo, per fare un esempio “nostrano”, alle tracce dei Normanni in Sicilia – è parte fondamentale della fascinazione del viaggio.
Per queste ragioni, il “genocidio” si definisce non in relazione alla popolazione che ne è vittima, ma in relazione all’idea di razza che ne ha chi lo definisce tale, o chi lo pratica intenzionalmente. Se è fallace la nozione di razza, è dubbia anche la definizione di “popolo”. Chi è che stabilisce qual è il genos (greco) o il genus (latino) da sterminare? Sulla base di quali caratteristiche? Inoltre genos vuol dire stirpe, ma l’idea di sterminare un popolo è diversa: un’intera popolazione non può essere assimilata ad una stirpe, almeno per la ragione che manca il legame di sangue tra tutti i suoi membri. La parola “genocidio” va utilizzata con molta cautela, perché azzera il ragionamento, impedisce le distinzioni. Quello che sta facendo lo Stato di Israele ai danni della popolazione della Striscia di Gaza viene da più parti definito “genocidio”. La profondità di questo assunto è pari a zero. Semplicemente, viene facile dire che chi ha subito il più celebre “genocidio” della Storia adesso si vendica commettendo lo stesso crimine. Che grado di approfondimento delle ragioni del persecutore – ci sono sempre delle ragioni, anche se non le condividiamo – può praticare chi se la cava con l’accusa di “genocidio”? E’ un’accusa che si colloca nel solco dell’integralismo, dell’intolleranza. Sarebbe più sensato parlare al limite di etnocidio, cioè di volontà di cancellare le tracce di un’etnia – concetto meno vago di popolo e meno farlocco di razza, in quanto include persone che condividono lingua, religione, costumi e (a volte) territori, e che quindi possono essere di una certa etnia pur avendo caratteri somatici minoritari (in questo senso una donna siciliana bionda e con gli occhi azzurri è sicuramente di etnia sicula). Ma “genocidio” va di moda: evidentemente il suono evoca qualcosa di talmente terribile da esercitare una sinistra seduzione.
Allo stesso modo, chi con ottime ragioni stigmatizza e condanna le azioni persecutorie e criminali dello Stato di Israele viene spesso accusato di antisemitismo. E’ lo stesso ragionamento di prima, visto dall’altra parte: non si può prendere posizione contro Israele perché gli ebrei sono il genos più perseguitato della Storia, e questo germe è sempre pronto a contagiare le menti fanatiche. Ergo, se te la prendi con Israele sei antisemita, o almeno fiancheggi chi lo è. E’ un’accusa che azzera ogni discussione. Un’accusa che sta anch’essa nel solco dell’integralismo e dell’intolleranza.
Non è vero che lo Stato di Israele punta allo sterminio di massa di tutti gli arabi di Palestina, così come non è vero che le voci critiche che, all’interno stesso di Stati Uniti e Israele, si levano contro la politica dell’attuale governo siano da considerare dei fiancheggiatori di Hamas. E’ auspicabile che le proteste che si stanno allargando come una macchia d’olio nei più famosi campus statunitensi, a partire dalla Columbia University di New York che ha una rettrice musulmana di origini egiziane – e che la polizia sta soffocando con goffa brutalità, probabilmente influenzata da un establishment politico ed economico che non può tollerare il dissenso contro Israele, quando esce fuori dalle pagine accademiche per diffondersi nella società – abbiano la capacità di non farsi strumentalizzare. E parlare di genocidio dei palestinesi è probabilmente il modo migliore per farsi accusare di antisemitismo.
Cover photo: manifestazione alla George Washington University, a Washington, 25 aprile 2024 (AP Photo/Jose Luis Magana)
Le giornate che seguono il 25 aprilefino al vero e finale armistizio, entrato in vigore il 2 maggio, sono intrise di sangue da entrambe le parti: tedeschi che in ritirata uccidono selvaggiamente civili, donne e bambini, anziani, bruciando e saccheggiando le città e partigiani che combattono scendendo a valle per liberare le città ancora occupate. I racconti di quelle lunghe giornate sono riportati alla storia da diverse prospettive, soprattutto negli anni a seguire, spesso in un tentativo di revisionismo che vuole mettere partigiani e fascisti sullo stesso piano.
L’Italia è divisa in due. A sud gli angloamericani hanno già liberato il paese. Al nord fascisti e tedeschi cercano di tener loro testa con le ultime unità ancora presenti. Non sanno di fatto cosa fare, schiacciati al nord anche dai Russi che avanzano inesorabili verso ovest.
Durante un penoso tentativo di fuga verso la Svizzera, Il Duce, la Petacci e circa 50 gerarchi fascisti vengono individuati e arrestati.
Durante la loro prigionia i partigiani li spostano più volte, preoccupati da una parte del possibile tentativo dei fascisti di liberarli e dall’altra da quello degli alleati di graziarli. Il 29 aprile è il giorno in cui Benito Mussolini e Claretta Petacci, assieme ad altri gerarchi fascisti, vengono appesi a testa in giù in piazzale Loreto. Sono stati giustiziati il giorno prima, 28 aprile. I loro corpi vengono lasciati al mattino sul piazzale dai partigiani. Le persone che man mano si radunano iniziano a capire di chi sono i corpi. Le scene che ne seguono sono talmente violente che lo stesso Sandro Pertini dichiara: “L’insurrezione si è disonorata”.
Piazzale Loreto non fu scelto a caso. Era e rimane un luogo simbolo della barbarie dei nazi-fascisti, che un anno prima, il 10 agosto 1944, avevano lì fucilato e lasciato esposti al pubblico quindici partigiani.
Nel dopoguerra la piazza prese anche il nome di piazza dei quindici.
In un comunicato il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) rivendica l’uccisione di Mussolini rifacendosi all’art. 5 del Decreto per l’amministrazione della giustizia: “i membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”.
Il 29 aprile è anche il giorno della resa incondizionata dei Tedeschi. La firma avviene presso la Reggia di Caserta, alla presenza di delegati della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e di un osservatore dell’Unione Sovietica.
«Con la presente io, Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, nella mia qualità di Ministro delle Forze Armate, do pieni poteri al Generale Karl Wolff, Capo supremo delle SS e della Polizia e Plenipotenziario delle Forze Armate germaniche in Italia, a condurre, per mio conto, trattative alle stesse condizioni praticate per le Forze Armate Germaniche in Italia con intese impegnative riguardo alle truppe regolari dell’Esercito Italiano, dell’Arma Aerea e della Marina, come pure Reparti militari fascisti».
E i fascisti che fine fecero? In questi giorni ho rivisto le immagini di una Tribuna politica dell’aprile 1972.
Mario Pucci, redattore capo de Il Secolo d’Italia, il giornale del Movimento Sociale Italiano, chiede ad Enrico Berlinguer: “Quando si chiede di discutere con voi non trovate altro sistema che la fuga”
Berlinguer, da pochi mesi segretario del Partito Comunista Italiano, risponde:
“Sarebbe meglio che i dirigenti del Movimento Sociale Italiano non parlassero di fughe. Voi siete stati coraggiosi soltanto quando stavate dietro la protezione delle SS, allora siete stati coraggiosi, nel massacro dei giovani, dei partigiani. Quando vi siete trovati di fronte, voi fascisti repubblicani, i partigiani, siete sempre scappati”.
Foto di copertina di Luigi Ferrario, tratta da Lombardiabeniculturali.it
CHIAMATA ALL’OBIEZIONE DI COSCIENZA, CONTRO LA GUERRA LA CAMPAGNA NONVIOLENTA PER DIRE NO ALLA MOBILITAZIONE MILITARE
“Dichiaro fin da questo momento, con atto formale, la mia obiezione di coscienza alla guerra e alla sua preparazione. Non sono disponibile in alcun modo a nessuna chiamata alle armi“.
Viene lanciata oggi la Dichiarazione di Obiezione di coscienza alla guerra e alla sua preparazione, rivolta ai Presidenti della Repubblica e del Consiglio, che tutti i cittadini italiani, giovani o adulti, uomini o donne, possono sottoscrivere. E’ la risposta immediata che il Movimento Nonviolento offre a tutti coloro che vogliono esplicitare con atto formale la loro dissociazione totale dai venti di guerra, dal rischio di una mobilitazione militare che coinvolga anche l’Europa e il pericolo del ripristino della leva anche nel nostro paese.
La maggioranza degli italiani non vuole la guerra, è contro l’invio di armi, desidera politiche di pace.
I venti e i rumori di guerra sono sempre più forti. Droni, missili, bombe, solcano i cieli. E anche il movimento pacifista alza il tiro delle iniziative di pace.
Come partecipare?
Campagna coordinata dal Movimento Nonviolento. È possibile aderire in uno dei seguenti modi:
Iniziai ad occuparmi di Ferrara tardi ed in maniera discontinua. Mi resi conto che era una città storica particolare verso la fine del mio percorso universitario, quando conobbi un professore greco dell’Università della California ad un workshop all’IUAV di Venezia. Panos Koulermos nel corso di una chiacchierata, durante una pausa dei nostri lavori, mi chiese da quale parte d’Italia venivo e quando gli dissi che ero ferrarese, dopo una breve riflessione, mi disse: «Ferrara, l’unica città dove dal centro si vede la campagna». Non ci avevo mai pensato. Si riferiva al rettifilo che dal castello, posto nel centro della città, arriva alle mura, «catturando l’infinito» a nord, verso il fiume Po, come avrebbe detto Leonardo Benevolo.
Conoscevo il libro di Bruno Zevi dedicato alla città, mi aveva anche stupito che un intero saggio arancione della prestigiosa casa editrice Einaudi fosse dedicato alla città che identificava il mio territorio di nascita, ma essendo originario del «contado» non mi ero mai reso conto dell’importanza del suo ruolo nei processi di costruzione delle città storiche italiane. Fu l’affermazione di Koulermos che accese la mia curiosità, associata anche alla scelta compiuta verso la fine del mio percorso universitario di dedicarmi allo studio (e al progetto) delle città, più che dell’oggetto architettonico. Un po’ alla volta mi si aprì un mondo da approfondire, nel quale si intrecciavano arte e architettura, pensiero urbano e dimensione sociale, letteratura e cinema.
Ferrara, città patrimonio Unesco (foto Romeo Farinella)
Non impiegai molto tempo a rendermi conto che la città storica era ricca, articolata ma anche incompiuta. La città in passato aveva avuto l’ambizione di diventare grande, lo testimonia l’estensione delle mura che ancora oggi nascondono numerosi vuoti. Si tratta di pause nel costruito che lanciano molti messaggi. Dei vuoti parlanti di lefebreviana memoria, che mi hanno portato a pensare che in fondo la sua incompiutezza è anche la sua forza, ma questo carattere va colto, misurato e ricomposto. Michel Butor aveva colto il fascino di questo «non finito» parlando di ruines d’une cité future qui n’eut jamais lieu […] morceaux réel d’une ville rêvée. Queste sono le parole che usa per definire i frammenti incompiuti di quel nuovo cuore rinascimentale che a Charles Dickens, un secolo prima, era sembrato, mentre ne percorreva i grandi assi incompiuti, unreal and spectral. Anche Chateaubriand, in giro per Ferrara alla ricerca del fantasma del Tasso, la descrive quasi disabitata.
Un tempo, più di oggi, a Ferrara, come a Mantova o a Reggio Emilia, camminando in città respiravi l’odore della campagna. È una sensazione bella e suggestiva e il racconto di queste atmosfere suscita spesso ammirazione. Il racconto di via Salinguerra di Giorgio Bassani ci parla di un dentro mura che si intreccia con il fuori grazie ai suoi rumori e odori rurali. Ci ricorda che in fondo in Italia il limite tra queste due dimensioni continua ad essere labile. Peccato che in alcuni mesi dell’anno questo odore fosse di aldamar (letamaio) mentre oggi è di gas di scarico.
Corso isonzo, il boulevard ferrarese (foto Romeo Farinella)
Quando venne costruito il Quartiere giardino le teorie urbanistiche europee trovarono uno spazio in città. Gli angoli a 45° degli edifici negli incroci stradali ci rimandano a Ildefonso Cerdà e alla sua Ensanche di Barcellona, i cottages ci trasportano nella città borghese suburbana anglosassone e nordeuropea mentre il modello che ha guidato la costruzione del Corso Isonzo è stato certamente il boulevard parigino.
Vi sono però alcune differenze, se a Parigi questi sono caratterizzati da filari di alberi perfettamente allineati e dritti come un fuso mentre sui marciapiedi troviamo distese di bistrots, boutiques e una folla che li percorre, dove Yves Montand amavazigzager. A Ferrara nel “boulevard Isonzo” gli alberi sono tutti storti e attorniati da aiuole di terra secca, i marciapiedi quasi non esistono essendo dei parcheggi, tanto meno le botteghe e i bistrot. Zigzagano solamente le auto e le mote che di notte fanno le gare di velocità.
Del resto, sappiamo che le città sono fatte di spazi e di regole che ne stabiliscono la forma e la fruizione, nel rispetto del diritto di tutti di usufruirne. Ma le regole si possono trasgredire e le città italiane costituiscono un compendio di trasgressione spaziale. Chi le abita non si pone spesso il problema delle regole, chi le amministra è interessato solamente a stabilirle, nel rispetto delle leggi e delle ordinanze, ma poi sorvola sull’effettivo rispetto. E mentre il mondo si sta interrogando sempre più sull’idea di città car-free, mettendo in rilievo l’impatto negativo della motorizzazione privata sull’ambiente, il mio corso/boulevard si sta trasformando in una autostrada urbana che attraversa il centro storico e in una pista di accelerazione per motoristi notturni. Il viale è perennemente sporco, e i rifiuti si accumulano nei luoghi di raccolta.
Le cause sono due: un sistema di raccolta inefficiente e lo scarso senso civico di molti “cittadini”. Le notti sono un incubo in particolare d’estate quando le finestre sono aperte perché nel cuore della notte mezzi meccanici rumorosissimi passano per ore a pulire una strada che al mattino appare sempre sporca. Il frastuono generato dallo sversamento del cassone del vetro è impressionante ma se questa operazione viene effettuata alle sei del mattino genera dei veri e propri traumi da risveglio improvviso come sanno bene Theo e Cleo, i miei gatti turbati dai rumori molesti. Quando esco in strada spesso saluto Peter, un giovane immigrato africano che pulisce con la ramazza la strada, come si faceva un tempo. «Sono un immigrato, e non voglio dare fastidio e pesare su di voi», mi dice, «e per questo pulisco, di mia iniziativa, le strade del quartiere, se vi va potete lasciarmi qualche spicciolo nella scatola sul marciapiede».
Siamo nel centro storico e perimetrare urbanisticamente un “centro storico” non è facile, in particolare se la città è racchiusa da una cinta muraria storica, ma con, all’interno, delle periferie novecentesche alternate ad aree inedificate.
Il caso di Ferrara da questo punto di vista è emblematico perché dentro le sue mura ritroviamo una serie di trasformazioni e adeguamenti legati alle esigenze poste dalla moderna crescita urbana, che in alcuni casi hanno compromesso spazi e luoghi di singolare fascino (come i giardini e gli orti retrostanti i palazzi e le cortine edilizie di corso Ercole d’Este), o come gli “sventramenti” che hanno riguardato l’area gravitante attorno alla strada medioevale di San Romano), mentre in altri settori urbani la realizzazione di progetti di grande modernità ha consentito l’innesto nel centro storico di interventi di architettura contemporanea di grande interesse. Un esempio è La scuola Alda Costa, progettata dall’Ing. Carlo Savonuzzi, con i suoi evidenti rimandi stilistici alle architetture dell’olandese Willem Marinus Dudok.
La Ferrara del futuro (foto Romeo Farinella)
Non si tratta di un oggetto ma di un pezzo di città, uno spazio urbano d’angolo che attraverso allineamenti e arretramenti, orizzontalità e verticalità determina la qualità della strada. Su via Previati la scuola mostra il suo portale monumentale mentre entrando dal Corso Giovecca colpisce la verticalità della sua torre. Un settore urbano che con il cinema Boldini, il museo e il conservatorio dovrebbe essere valorizzato come piazza/giardino novecentesca, mentre ahimè è un parcheggio.
Le mura ferraresi delimitano quindi un ambito storico fortemente connotato, ma anche attraversato da contraddizioni che, del resto, costituiscono uno dei punti fondamentali di ogni esperienza urbana complessa e storicamente articolata. Bassani in suo intervento ad un convegno di Italia Nostra del 1972 esprime una posizione chiara a questo riguardo:
«Quale è, dopo tutto, il centro storico di Ferrara? […] Fin dove arriva? Non esistono, ancora, a Ferrara (pur se ridotte, a tratti, in uno stato abbastanza precario) le mura di Biagio Rossetti? Io riterrei che proprio a Ferrara, dunque, qualsiasi incertezza circa i limiti del centro storico non abbia senso. Il centro storico di Ferrara è da identificare in tutto ciò che sta al di qua delle mura, dentro le mura rossettiane. Tutto ciò che sta dentro di esse, è centro storico».
Bassani comprende anche quei «quartieri orrendi» che ormai «stanno dentro, fanno parte. Inutile tentare di estrapolarli, di considerarli tra parentesi. Per quanto deplorevoli, diventeranno tra brevi storici anch’essi. Anzi lo sono già».
Del resto, se potremmo convenire che tutto lo “storico” è patrimonio siamo certi che tutto lo storico è bello?
In Copertina: Ferrara, le mura tra città e campagna. Foto di Romeo Farinella.
Per leggere tutti gli articoli e gli interventi di Romeo Farinella, clicca sul nome dell’autore
Un’antica favola africana racconta del giorno in cui scoppiò un grande incendio nella foresta. Tutti gli animali abbandonarono le loro tane e fuggirono spaventati. Mentre fuggiva veloce come un lampo, il leone vide un colibrì che stava volando nella direzione opposta. “Dove credi di andare?”, chiese il Re della foresta. “C’è un incendio, dobbiamo scappare!”. Il colibrì rispose: “vado al lago per raccogliere acqua nel becco da buttare sull’incendio”. Il leone sbottò: “sei impazzito? Non crederai di poter spegnere un incendio con quattro gocce d’acqua!?” Il colibrì rispose: “io faccio la mia parte”.
A ognuno, dunque, la sua parte, per quanto piccola, una parte che può contare e fare la differenza, goccia dopo goccia (per restare al colibrì e al mio motto gutta cavat lapidem).
Partendo da questa bellissima favola (d’altronde, adoriamo le favole), incontriamo, alla manifestazione romanaFlora Cult (che si tiene a I Casali del Pino dal 24 al 28 aprile), chi, questa parte ha deciso di farla. Con determinazione.
È Simonetta Di Cori, fondatrice del progetto DiCoBruMa. Accoglie i visitatori da un discreto, piccolo ma coloratissimo banchetto che parla di Africa e di quelle tonalità intense che chi ha bazzicato per questo meraviglioso continente ha negli occhi e nell’anima.
Non sono solo i colori dei pittori congolesi di strada ma, oggi, sono quelli delle stoffe, di quei pagnes dai toni accesi che finiscono in opere di sartoria confezionate da mani femminili. Cosa non comune, in Africa, dove i sarti appartenenti al genere maschile sono la regola maggioritaria. In Mali, il mio preferito era Mamadou.
Le stoffe di oggi sono storie di rivalsa, di rinascita, di riscatto, di capacità di uscire dall’ombra in cui malattia, povertà e discriminazione lasciano molte donne svantaggiate.
Il progetto DiCoBruMa, che deve il suo nome ai genitori della fondatrice (Bruno e Mariella Di Cori), nasce nel dicembre 2020, in collaborazione con Bambini nel Deserto onlus, con l’obiettivo di sostenere la produzione dell’artigianato africano femminile attraverso la diffusione in Italia dei prodotti provenienti, inizialmente, da Kenya, Mozambico, Senegal, Sudan e Tanzania. A questi si sono aggiunti, nel tempo, Etiopia, Mali, Togo, Chad e Gambia. Altri ne arriveranno.
Ecco allora bellissime sgargianti tovaglie double face, realizzate in Kenya con molta cura dall’artigiana Evelyne, un’imprenditrice illuminata, una self made woman. E poi ci sono le creazioni di Epheta, dalla Tanzania, stessa determinazione. DiCoBruMa l’ha aiutata a rifare la sua casa. Con la stessa determinazione.
Altre confezioni sartoriali, come borse, zainetti, astucci e grembiuli da cucina provengono dalla collaborazione con Tuinuke na Tuendelee Mbele, “Alziamoci e Andiamo Avanti”, un’associazione di donne sieropositive che, dal 2005, si sono unite in un gruppo di mutuo aiuto, per loro stesse e altre giovani dello slum di Korogocho, a Nairobi, in Kenya.
Rosemary, foto Alberto Favero, AICS
Tuinuke nasce con Rosemary, cresciuta nella stessa Korogocho, dove, incinta, ha scoperto di essere HIV positiva, iniziando così un lungo percorso fatto di dolore fisico, a causa della malattia, ma soprattutto psicologico, perché la discriminazione, l’emarginazione e lo stigma legato al pregiudizio fanno male, quasi quanto la malattia.
Nel momento della diagnosi, la sola certezza pare la morte. Già madre di tre figli, viene esclusa da parenti e amici, isolata, al punto che pure l’accesso al bagno pubblico della baraccopoli le è precluso. Ma la forza di vivere è più forte. Ed ecco la svolta, Tuinuke.
Si uniscono a lei, Lucy ed Esther, quest’ultima oggi contabile dell’associazione, con la stessa volontà di prendere in mano il proprio destino e di non fermarsi davanti a quel muro di indifferenza e violenza sottile che la vita nello slum, se sei sieropositiva, ti mette davanti. Hanno iniziato, nelle proprie case, cucendo tessuti e realizzando collane di perline e piccolo artigianato, per stare insieme e condividere il tempo e la loro condizione. Ma hanno poi iniziato a vendere i loro prodotti e questo infonde fiducia, determinazione e voglia di fare, per cui decidono di insegnare l’arte del cucito anche ad altre ragazze e donne sieropositive, per offrire loro la stessa opportunità.
Prodotti DiCoBruMa
Oggi l’associazione è cresciuta e, oltre a produrre manufatti di cucito e oggettistica con carta riciclata, ha una sede e un laboratorio dove le donne possono incontrarsi, lavorare e progettare le attività future, una piccola realtà che, anche con il supporto della Cooperazione Italiana (AICS) e dell’ONG “No One out”, è diventata un esempio di inclusione socioeconomica e di storia di successo per l’imprenditoria femminile. L’artigianato di Tuinuke è uscito dai confini dello slum ed è arrivato a Nairobi e oltreoceano, con l’aiuto di partner e sostenitori. Perché nulla è impossibile.
Fra vocii di bambini accanto al laboratorio, passi sul marciapiedi e rumore del traffico, il suono delle operose macchine da cucire si apre al cielo e concilia calma e serenità.
Una piccola mostra degli oggetti prodotti è allestita all’entrata del laboratorio. Tutto sa di buono. Storie di donne protagoniste che osano, storie di coraggio e di rivalsa, da condividere e da raccontare. E, soprattutto, da sostenere. Facendo la nostra piccola parte.
Simonetta Di Cori, dal 1983, lavora all’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS). È responsabile dei progetti di cooperazione a favore dei Paesi in Via di Sviluppo nel settore statistico, ICT e modernizzazione della pubblica amministrazione. Lavora prevalentemente per i paesi africani. Ha partecipato, quale membro della delegazione ufficiale italiana a diverse Conferenze internazionali organizzate dalle Nazioni Unite. Dal 2004, è la responsabile dell’iniziativa CinemArena che porta il cinema in piazza allo scopo di informare ed educare la popolazione su temi di drammatica attualità: la prevenzione e diffusione delle principali malattie che colpiscono il continente africano, i diritti di donne e bambini. Una nuova modalità di cooperazione e una diversa funzione del film, che diventa strumento di informazione sociale e divulgazione. Dal 2020, porta il progetto DiCoBruMa in varie manifestazioni. Prima di Flora Cult è arrivato, fra gli altri, allaBiblioteca Interculturale Cittadini del Mondo, alla Casa Internazionale delle Donne e al Casale dei Cedrati di Roma. Il ricavato della vendita dei prodotti viene interamente inviato nei paesi africani ed è utilizzato per l’acquisto di nuove macchine da cucire, per la costruzione di nuove strutture (tettoie, bagni), per stampare materiale informativo e pagare costi di funzionamento. Solidarietà senza confini.
No Giacomo
Da Fratta Polesine
Non ti dimentichiamo
No Giacomo
Uomo della gente
Disfatta
Da migrazioni
Violenze squadriste
Alluvuoni
Non ti dimentichiamo
Deputato indefesso
Prima di tutti
Capisti
Chi fossero
Quei criminali
Che poi
ti fecero
A pezzi
Morto ammazzatoChe vergogna
da questo governo
Del made in Italy
Sovranista
Non sarai ricordato
Ogni domenica Periscopio ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio. Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca[Qui]
Oliva Denaro: femminile plurale. Lo spettacolo di Ambra Angiolini al Teatro dei Fluttuanti di Argenta
Prima di andare a teatro, non riuscivo ad immaginare come fosse possibile trasformare un libro bellissimo come Oliva Denaro di Viola Ardone in uno spettacolo teatrale, mantenendone la potenza espressiva.
Nel suo libro, Viola Ardone è riuscita nell’opera complicata di raccontare, in modo meraviglioso, una storia difficile utilizzando tutta la sua forza narrativa al “femminile singolare”.
«Donna: nome comune di persona femminile singolare… A me però non suonava bene questa cosa. – Maestra, ma l’esercizio è sbagliato – avevo detto prendendo coraggio […] – Che cosa vuoi dire, Oliva? Non capisco.
– La donna non è mai singolare […] La donna singolare non esiste. Se sta in casa, sta con i figli, se esce va in chiesa o al mercato o ai funerali e anche lì si trova assieme alle altre. E se non ci sono femmine che la guardano, ci deve stare un maschio che l’accompagna. […] Io una donna femminile singolare non l’ho mai vista” avevo proseguito timidamente […]
– Forse hai ragione tu, Oliva. Però la grammatica serve a modificare la vita delle persone. – E che significa, maestra? – Che dipende da noi, il femminile singolare, anche da te.”
Oliva Denaro (anagramma del nome e cognome della sua autrice) racconta liberamente la storia di Franca Viola che, negli anni sessanta dopo aver subìto violenza, rifiutò il matrimonio riparatore e divenne un simbolo dell’emancipazione femminile.
Grazie al suo coraggio, anche se a distanza di tempo, sarà abrogato l’articolo del codice penale che vedeva il matrimonio come mezzo per estinguere la violenza sessuale e lo stupro verrà riconosciuto come reato “contro la persona” e non più “contro la morale”.
Il libro inizia con una frase, pronunciata dalla madre della protagonista, che aiuta il lettore a contestualizzare il racconto in una famiglia contadina della Sicilia: “La Femmina è come una brocca, chi la rompe se la piglia”.
Con la stessa frase inizia lo spettacolo teatrale di Ambra Angiolini con la regia di Giorgio Gallione e la collaborazione alla sceneggiatura di Viola Ardone.
Poi però l’adattamento teatrale assume una propria fisionomia e, pur mantenendo l’attinenza al libro, si caratterizza per una sintesi coerente ed armoniosa.
Ambra Angiolini interpreta questo monologo intenso e coinvolgente, in modo limpido, incisivo e straordinario. Si muove sul palcoscenico, dentro ad una scenografia essenziale, riempiendo la scena con un ritmo narrativo originale che dimostra tutta la sua bravura.
Grazie alla carica empatica, Ambra diventa il soggetto che interpreta e, nello stesso tempo, diviene ogni donna.
Con la sua stupenda energia, riesce a far sorridere e a far indignare, a scuotere e a provocare, a far riflettere e a commuovere. Lo fa con una carica di emotività contagiosa e trascinante che cattura l’attenzione del pubblico dall’inizio alla fine.
Il suo “NO” finale, gridato a squarciagola in platea di fronte al pubblico, contiene tutta la forza dirompente del dolore, della rabbia e della tenacia di una donna che, andando contro tutti e contro tutto, ha voluto rompere le convenzioni del tempo.
Il lunghissimo applauso finale ha accompagnato le lacrime che il pubblico e l’attrice hanno versato insieme; lei visibilmente commossa dopo un’interpretazione faticosa ed eccezionale, gli spettatori altrettanto emozionati per il forte coinvolgimento emotivo.
Durante le parole finali di ringraziamento, di saluto e di commento sulla tremenda realtà della violenza sulle donne sembrava che a parlare non fosse solo l’attrice, ma Ambra Angiolini, Viola Ardone, Oliva Denaro, Franca Viola, e con loro tutte le donne e tutti gli uomini che credono fermamente che l’Amore non possa prescindere dal Rispetto.
Cover e foto nel testo di Mauro Presini
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Poesia è la vita
che attraversiamo in ansia
aspettando colui che porta
la nostra barca senza rotta.
(F. G. Lorca, Tutte le poesie e tutto il teatro, Newton, ebook Roma 2011,
Nel mare del dubbio in cui remo
non so neppure in cosa credo;
tuttavia queste ansie mi dicono
che io porto in me
alcunché di divino.
(Gustavo Adolfo Bécquer, da Rimas)
“Nel mare del dubbio in cui remo”, anche noi navighiamo senza rotta verso un dove, un orizzonte che non si vede ancora, confine lontano, invisibile. E tuttavia quel che saremo e dove andremo, un qualche approdo deve pur esserci, mi dico.
Ce lo dice anzi l’inquietudine che ci anima, il fatto che siamo viandanti sospinti dal vento dell’ansia che mai si quieta. Da dentro sento mancante sempre qualcosa, che come un’onda si abbassa nel fondo in un gemito e scompare per poi rialzarsi in un sospiro d’infinito.
Prima ancora del vangelo la poesia è remo che batte onde di speranza fatte di spasimi e aneliti, ma che attende inesausta il Passatore della vita, della barca senza quiete. Queste ansie mi dicono che porto in me qualcuno che non procede da me, presente nella forma di una parola udita, eco di risacca che fu alla partenza, promessa portata dal vento che gonfia le onde e che si rinnova ad ogni spruzzo del mare che si frange sulla chiglia.
Ansia dell’uomo per la pace
Ansia per l’uomo (Morcelliana, Brescia 1969) è il titolo di un libro di Romano Guardini in cui si fa corrispondere a quella dell’uomo «l’ansia dell’uomo per la pace». Questa diventa una questione vitale: non solo una questione di saggezza ma di audacia. Non fa ripiegare, ma si fa resistenza che nascostamente avanza.
L’ansia per l’uomo ci fa osare la pace per evitare «la consumazione dell’uomo per mezzo della sua propria opera», che avviene quando la tecnica, imponendosi come assoluto, si sostituisce a lui; quando la sua opera, con cui edifica la realtà grande del mondo e della vita, da strumento diventa il fine, capovolgendo o annullando il suo orizzonte di senso e di valori per imporre se stessa e il suo potere svincolato dall’uomo e dalla sua dignità.
La tecnica diviene così il valore assoluto, al di sopra dell’uomo stesso, un mondo altro in posizione di dominio, a cui l’uomo è sottomesso, assoggettato, uno strumento, un esperimento del suo stesso potere tecnico.
Tutto il potere dell’uomo diventerà suo nemico se non lo si collocherà di nuovo in dialogo e nella relazione con l’umano. Così l’ansia per l’uomo sta lì come scolta in cerca di tracce per uscire dalla rassegnazione e indicare sentieri di senso che riportino l’uomo a riconciliarsi con la sua opera.
Sottomettendo alla necessità l’uomo, la tecnica lo scalza dalla sua stessa dignità, limita e compromette la sua libertà di significare, orientare, valorizzare la vita. E, nel mondo della tecnica e nel cuore umano confinato ai margini, anche la guerra diventa necessaria per accrescere un potere risvegliato alle sue proprie esigenze di assolutezza.
Si domanda così Guardini: «Questo uomo cresce? Non lo vediamo forse invece nel pericolo di diventare sempre meno libero, sempre più esposto direttamente o indirettamente all’inesorabilità del processo scientifico, tecnico, sociale? La falda vitale, da cui l’uomo vive, non si assottiglia forse sempre più? Il suo contatto con la grande realtà non diviene sempre più insicuro, egli perciò sempre meno capace di percepire avvertimenti, di afferrare indicazioni e di sentire che l’ora giusta per qualcosa è venuta?
Le forze della contemplazione non diminuiscono sempre più, e la tranquillità interiore, il raccoglimento, l’energia dell’intimo rinnovamento? Non cade sempre più la capacità di porsi in distanza, di liberarsi dalle costrizioni d’ogni specie, di percepire nel corso del divenire la mano di Dio?», (Guardini, 21- 22).
La mano di Dio
Va qui ricordata l’immagine di Teofilo di Antiochia, nel testo Ad Autolico, 1,5-7 che spiega la simbolica della mano di Dio: «Come la melagrana, avvolta dalla buccia, contiene dentro di sé molte cellette e alveoli separati da membrane e innumerevoli granelli, così l’intera creazione è circondata dallo spirito di Dio che, a sua volta, insieme con la creazione è circondato dalla mano di Dio.
E come il granello della melagrana, rinchiuso dentro, non può vedere ciò che si trova fuori della buccia, proprio perché sta dentro, così pure l’uomo, circondato con l’intera creazione dalla mano di Dio, non può vedere Dio.»
Penso pure alla “mano di Dio”, quella scolpita da August Rodin, che rappresenta la creazione di Adamo ed Eva. Il poeta Rainer Maria Rilke lo definì il “sognatore il cui sogno saliva lungo le mani”, a simboleggiare il processo creativo dell’artista, dell’uomo che comprende e si comprende in relazione al tutto; in Rodin un itinerario creativo espresso dalla forma dialogica dei personaggi o delle mani, compattezza di forme e quell’impossibilità di disgiungersi. Mai la materia è sembrata raggiungere il profondo di sé e manifestarlo, e il marmo narra visivamente, senza verbo, ciò che vi è ancora di nascosto.
Libertà e responsabilità sacrificate alla necessità
«Se nella guerra moderna va svelandosi sempre più chiaramente qualcosa di incondizionato, questione di vita e di morte per l’uomo, allora anche la pace deve acquisire un carattere che prima non aveva. Questa guerra assume via via una caratteristica sempre più acutamente rilevata.
Soprattutto confluisce in essa tutto ciò che va sotto il nome di tecnica: il dominio scientificamente fondato delle energie naturali e dell’uomo. Così essa acquista quel carattere che è proprio del pensiero ispirato alle scienze naturali e dell’attività tecnica: il rapporto con la necessità.
La libertà perde il proprio spazio. L’individuo cessa di essere combattente nel senso antico e diviene funzionario addetto alla macchina. Si impone la logica dei rapporti tecnici, economici e sociologici. La guerra stessa appare sempre più come un processo che emerge da tensioni date e che, una volta avviato, non può più essere fermato finché non si sia concluso. Ciò non vuol dire che tale processo sia anche realmente così.
Se gli eventi passati dovevano di necessità generare una conoscenza, di certo essa è questa: la formula “Doveva succedere così” è menzogna e viltà. In realtà è successo così, perché lo si è voluto o non lo si è impedito.
Tuttavia il processo ha a tal punto il carattere di un divenire autonomo che ne nasce una tentazione infinita di sottrarsi alla responsabilità con il pretesto della necessità. Nella guerra è vero che ci sono sempre uomini a prendere la risoluzione; ma la struttura degli avvenimenti è tale che sembra si debbano ricondurre non a persone ma a necessità. Tutto ciò si collega senza dubbio con il carattere della responsabilità» (Guardini, 11-12).
Lasciarsi raggiungere dalla mediazione dell’esperienza umana
Nel suo libro L’etica del viandanteUmberto Galimberti mostra come questa si opponga all’etica antropologica del dominio della Terra, ammonendoci che l’umanesimo del dominio è un umanesimo senza futuro.
Quella del viandante «è un’etica che non si appella al diritto, ma all’esperienza, perché, a differenza dell’uomo del territorio che ha la sua certezza nella proprietà, nel confine e nella legge, il viandante non può vivere senza elaborare la diversità dell’esperienza, cercando il centro non nel reticolato dei confini, ma in quei due poli che Kant indicava “nel cielo stellato e nella legge morale”, che per ogni viandante hanno sempre costituito gli estremi dell’arco in cui si esprime la sua vita in tensione».
Ricordando poi che l’uomo è “un’esistenza possibile”, viandante appunto, ciò che è possibile, in quanto possibilità, diventare reale. E questo “possibile realizzabile” è la fraternità.
«Per questo la fraternità, estesa a tutte le creature, sarà il terreno su cui far crescere le decisioni etiche in grado di porre fine alle leggi del territorio che, dopo aver spartito in un clima di ostilità non solo la terra ma anche il cielo e il mare, hanno reso impossibile la nascita di quell’uomo più difficile da collocare, perché viandante inarrestabile, in uno spazio che può essere dischiuso solo da quello sguardo che vede la Terra non più come semplice materia prima da usare fino all’usura, ma come nostra dimora da salvaguardare, perché, lo ripetiamo, qui e non altrove ci è concesso di vivere» (ivi, 58).
È interessante notare come anche Galimberti porti la sua analisi sulla tecnica, chiamata a prendere il posto all’uomo, riducendo l’orizzonte della sua libertà ed esperienza ad una funzione che non ritrova il suo scopo, il suo senso.
«Così la tecnica da mezzo diventa fine, non perché la tecnica si proponga qualcosa, ma perché tutti gli scopi e i fini che gli uomini si prefiggono non si lasciano raggiungere se non attraverso la mediazione tecnica. A questo punto la tecnica non è più un mezzo, ma un mondo, e il concetto di “mezzo” è radicalmente diverso dal concetto di “mondo”. La tecnica si sostituisce all’uomo che, in una simile situazione, può scegliere solo all’interno delle possibilità che la tecnica rende disponibili» (ivi, 23).
«Il viandante non incontra il prossimo, si fa prossimo»
Perché rispondere a qualcuno è già rispondere di qualcuno e farsi carico della sua sorte (E. Lévinas): «L’etica del viandante suggerisce un’altra strada lungo la quale io riconosco la differenza tra la mia e la tua cultura, ma riconosco anche le vittime del mio e del tuo sistema di valori». Queste vittime sono chiamate da Lévinas il “Terzo” che scuote le certezze poste alla base del rapporto bilaterale tra me e te, e fa di tutti noi degli stranieri alla ricerca del vero e del giusto, di ciò che ci divide e di ciò che ci unisce.
Questa ricerca del prossimo, «questa ricerca non può avvenire tramite la guerra, ma tramite quell’incontro che trova la sua espressione istituzionale nella politica. Per “politica” non si deve intendere l’accordo tra me e te, che può avvenire su qualsiasi base, fatti salvi i nostri interessi, ma quell’accordo tra me e te che si fa carico di quel “Terzo” che sono le vittime del tuo e del mio sistema» (ivi, 367-368).
E Guardini riferendosi alla risposta di Gesù al dottore della legge afferma che «il tuo prossimo è colui che necessita del tuo aiuto. Ma, poiché allora il precetto diventerebbe illimitato, il concetto di prossimo deve essere determinato ancora più precisamente, cioè praticamente, dagli avvenimenti concreti e quindi significa: Il tuo prossimo è colui che ti è assegnato dalla situazione concreta» (Guardini, 79).
Continuiamo insieme ad affinare i sensi e ad acuire l’ascolto
La direzione dei miei passi ubriachi. Racconti e poesie (Nuovecarte, Ferrara 2019) è un testo di un caro amico, Daniele Borghini, edito postumo. Ogni volta che scriveva un racconto o una poesia mi mandava il testo via mail, e così la raccolta cresceva, e con essa l’amicizia. Ho ritrovato nel computer la lettera che gli scrissi in occasione della poesia che allego in chiusura e che fa eco d’onda a quelle dell’inizio: Passi ubriachi e tuttavia non privi di direzione, né senza una meta.
«Caro Daniele
ho ricevuto il tuo testo poetico: ed è sempre una sorpresa che stupisce sentire come le tue parole aderiscano alla realtà, rinchiusa dietro muri e silenzi, prigioniera, invisibile, afona, e tuttavia riportata libera allo sguardo e ai sensi di chi legge.
È con gratitudine vedere che tu centri una questione che è di tutti i credenti e che coglie ciò che è patrimonio dell’ansia di tutti; questa capacità di portare alla luce ciò che ci accomuna nell’umano e nel credere quando altri non riescono è proprio, io credo, di colui che fa poesia, di colui che non smette di affinare i sensi e di porsi in ascolto profondo per sé e per gli altri.
Viene alla luce così il dramma che è l’esperienza assenza/presenza di Qualcuno che ci viene incontro e si fa vicino, come aquila alla nube, come un sentiero appena tracciato nel cielo o scoprirlo intrecciato al proprio inquieto respiro.
Continuiamo insieme ad affinare i sensi e ad acuire l’ascolto, perché i simboli reali del pane del vino e della Parola, dei respiri soffocati, crocifissi, risalendo alla luce con le parole creino consapevolezza e spessore di vita. Non vi è ricercatezza estetica nei tuoi testi, ma quella che si scopre è una figura di bellezza la quarta virtù teologica la chiama Cristina Campo: “la segreta, quella che fluisce dall’una e dall’altra delle tre palesi”».
Muri e silenzi
mi accerchiano e mi sfiniscono
L’aquila compie traiettorie
limpide e cristalline
mentre io mi disperdo
come una nuvola
sfilacciata da un vento di tempesta
caotico a me stesso
Dove sei
Messia consolatore?
Mi attendi alla fine dei tempi
quando i giochi sono fatti
o sei presente
già e ancora
intrecciando il Tuo respiro col mio
crocifisso alla scaturigine delle mie ansie
per dar loro un senso?
Se solo potessi avere una risposta
nel Pane e nel Vino
o nella Parola
che sembrano venire da così lontano!
Affinerò i sensi
acuirò l’ascolto
o sarò albero rinsecchito e senza frutto.
Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.
Ieri è venuto un giornalista di La casa indipendente a intervistare la zia Costanza. L’oggetto dell’intervista era l’ultimo libro di poesie della zia che s’intitola Alba sul fiume. Una raccolta di liriche che ha scritto stando seduta sugli argini del Lungone e che risente di dell’atmosfera rarefatta e meditativa che il fiume genera e porta con sé verso la foce. A differenza di molti racconti per cui ha usato lo pseudonimo diAlba Orvietani, in questo caso Costanza ha firmato la raccolta con il suo nome di battesimo. Le ho chiesto il perché di quella scelta e lei mi ha detto:
– Cara Valeria, non sempre si vivono le cose nello stesso modo. In questo caso ho pensato che ciò che sono riuscita a scrivere sia molto introspettivo e personale, così personale che non può essere attribuito a nessun altro, nemmeno ad un alias. Le possibilità erano quindi due, o non pubblicare nulla e mettere la raccolta in un cassetto per poi lasciarvela in eredità, oppure pubblicarla con meno filtri possibili, nome dell’autrice compreso –
Mah, mi sembra un discorso che può valere anche per tutte le altre cose che ha scritto, sono tutti lavori suoi, non capisco questa necessità di usare a volte un alias e altre volte no, ma comunque non importa, se lei è contenta così, va bene così. Del resto, si sa che la zia Costanza è un po’ strana e ha un modo di vedere le cose molto originale. È straordinaria proprio per questo, nonostante affermi sempre che lei ama la normalità, in realtà lei la normalità non sa assolutamente cosa sia. Si illude da sola, come a volte facciamo tutti.
Il giornalista che è venuto a casa nostra è un signore sulla sessantina, di media statura, con i capelli grigi e gli occhi azzurri. Si chiama Luciano Cigog ed è uno dei capiredattori del giornale. Un signore gentile che si è trovato subito a suo agio nella casa di via Santoni Rosa 21.
Prima di mettersi a parlare della nuova pubblicazione, Costanza gli ha mostrato le sue ortensie ormai sbocciate e gli ha spiegato il perché delle varie sfumature di colore che i sepali stanno assumendo. Nel giardino ci sono ortensie bianche, azzurre, rosa chiaro e scuro, bordeaux. Quest’ultimo colore è il più nuovo della collezione e la zia continua ad ammirare l’arbusto con molto orgoglio.
Inoltre, ha un’ortensia azzurra davvero particolare. I petali dei sepali non sono tondeggianti ma acuminati e l’inflorescenza a palla assume una strana forma con più punti di luce ed ombra che dipendono dalla posizione dei sepali lanceolati. Una novità e una rarità. L’ha comprata la nonna Anna lo scorso anno da uno dei tre fioristi di Pontalba e l’ha regalata alla zia per il suo compleanno, il 20 aprile.
Dopo il giro in giardino, la zia e il giornalista sono entrati in casa e si sono seduti in soggiorno. Costanza sul divano giallo a fiori e il suo intervistatore sul divanetto d’Adelina, che si trova esattamente di fronte.
– Perché si è seduto lì? – gli ha chiesto la zia
– Perché mi è sembrato un divano comodo e poi è di un bel rosa antico –
– Mi dica cosa vuole sapere da me –
– Come lei sa bene, il suo ultimo libro Alba sul fiume sta avendo molto successo. Sono venuto a parlare con lei proprio di questo. C’è una domanda che ho nella testa e che precede tutte le altre, la faccio sempre quando mi capita di incontrare qualcuno particolarmente bravo. Uno scrittore chi è? Cosa distingue uno scrittore da chi non lo è? –
– Bella domanda – dice la zia – Uno scrittore è una persona che usa la parola scritta come mezzo privilegiato per comunicare. C’è chi parla, chi suona, chi danza … e così via. Uno scrittore scrive.
– Ma ci sono molte persone che scrivono e che non saranno mai degli scrittori. Non foss’altro perché a nessuno interessa leggere le loro opere – dice il giornalista.
– Si è vero. Oltre a usare la scrittura come mezzo privilegiato per la comunicazione, serve una forte dimestichezza con il mezzo che si usa. Tale dimestichezza deriva in parte dallo studio e in parte da un esercizio costante. Io, ad esempio, scrivo tutti i giorni e quelle poche volte che mi capita di stare una settimana senza scrivere sento subito la differenza. È come se le parole non fluissero più, come se fossero più rigide e meno disposte ad adattarsi alla frase che si sta componendo. Una difficoltà di armonizzazione che con una sola settimana di stop si sente. Mi accorgo che quel che ho scritto funziona quando, leggendolo, avverto una sensazione di musicalità.Come se le parole a loro modo suonassero, quando succede questo so che il lavoro è buono.
– Quindi uno scrittore è uno che ha forte dimestichezza con le parole scritte? – dice il giornalista.
– No, non è solo questo, uno scrittore deve avere qualcosa da dire. Deve avvertire quella forte necessità di comunicare con gli altri. Uno scrittore è sicuramente un comunicatore. Non si scrive mai per sé stessi, si scrive per gli altri. Per trasmettere pensieri e scoperte che possono far pensare le persone, che possono reindirizzare alcune tendenze, o comunque allargare gli orizzonti verso nuove verità e nuove strade.
– Quindi lo scrivere ha anche un valore etico? –
– Secondo me sì, ma non sono sicura che tutti gli scrittori pensino questo e comunque ognuno di etica ha la sua. Per quel che mi riguarda non credo di aver mai scritto nulla per convincere le persone ad essere negative, pessimiste o cattive. Se l’ho fatto era inconsapevole e sicuramente non voluto. Io credo nella tolleranza, nell’equità e nella trasparenza. Ho messo tutto questo in ogni cosa che ho scritto. Ed è per questo che spero che tante persone mi leggano, è un modo per diffondere ideali che ritengo giusti.
– Quindi, riassumendo, uno scrittore è una persona che usa la parola scritta come mezzo privilegiato per comunicare, che scrive in maniera accattivante in modo che tante persone lo leggano e che trasmette principi etici che lui ritiene fondamentali –
– Si esatto. Uno scrittore è tutto questo –
– Ma come si diventa scrittori? –
– Credo che serva bravura, amore per il proprio lavoro, costanza (qui la zia sorride da sola), determinazione. Non bisogna lasciarsi scoraggiare se arriva qualche fallimento, non sempre quello che si scrive viene capito e apprezzato subito. Ma col tempo le cose si sistemano, è come se un po’ alla volta tutto andasse al suo posto, come se i vari tasselli di un mosaico si assemblassero in belle forme.
– Che consigli darebbe a un giovane che vuole fare lo scrittore? –
– Nessun consiglio, ognuno deve trovare la sua strada. È un lavoro impegnativo e pochi riescono a farlo. Ma è difficile capire prima chi ci riuscirà, quindi, nessun consiglio se non quello di non lasciarsi scoraggiare se arriva qualche fallimento –
– Lei di fallimenti non ne ha avuti. –
-No, per ora. Ma nessuno sa cosa riserva il futuro. –
Li guardavo mentre discorrevano, la zia vestita di viola con un foulard verde al collo, il giornalista con i jeans, una camicia bianca e il PC sulle ginocchia. Scriveva mentre la zia parlava e si sentiva il rumore delle sue dita che pigiavano sui tasti. Tec, tec, tec ….
Un bel quadretto in quel soggiorno antico che vede transitare le più svariate professionalità, tutti amici della zia. Pittori, musicisti, fotografi ma anche cuochi, fioristi, botanici e anche ingegneri e architetti. Un’umanità varia e curiosa che si diverte con i discorsi della zia e che lei accoglie con cordialità e ascolta con attenzione.
Costanza cerca sempre di capire quello che i suoi ospiti dicono, ritiene un dovere prestare la massima attenzione ai loro problemi. Spesso anch’io partecipo a quelle conversazioni, cercando di dire qualcosa, facendo qualche domanda quando non colgo il nocciolo della questione.
La zia mi permette sempre di stare là e si accerta che tutti mi rispondano cordialmente. Lei ospita volentieri amici nel suo soggiorno, ma loro devono ospitare me nei loro discorsi. Quelle conversazioni che avvengono sui divani gialli di via Santoni Rosa 21 sono il suo esperimento antropologico quotidiano. Buona parte delle sue riflessioni sulle stranezze umane ma anche sulle sue potenzialità, nascono proprio là.
È così che le vengono idee che le permettono di scrivere racconti e poesie adatte a scalare le classifiche dei libri più venduti. È la gente che frequenta la sua casa che viene trasformata in parola, pensiero, sentimento e diventa un personaggio che anima le sue opere. Poi lei sa usare, a parer mio, una grazia e una sensibilità degna di candidature a premi importanti. Adesso è stata candidata all’Elen di Stoccarda. Non che le importi molto di tutti quei riconoscimenti, ma se glieli danno, li va a ritirare. Le sembra giusto fare così.
Nel frattempo, la zia e il giornalista hanno parlato un po’ dell’Alba sul fiume, il libro in uscita. Stanno continuando a discorrere e il giornalista scrive. Tec, tec, tec …. La zia è protesa in avanti per fare il modo che il suo interlocutore senta bene le sue parole e lui sta bello dritto davanti al suo PC mentre scrive sempre più veloce e annuisce con la testa.
– Se lei dovesse iniziare un nuovo romanzo in questo momento come lo inizierebbe? – chiede
– Mah .. non so. –
La zia guarda nel vuoto per qualche minuto, mentre con una mano si attorciglia una ciocca di capelli lunghi e dritti come un mazzetto di spaghetti.
Poi dice: – La protagonista sono io, entro in una stanza completamente vuota, con una finestra sul fondo. Dalla finestra si vede una pianta piena di foglie verdi e tra le foglie verdi si intravede il cielo azzurro. Attraverso la stanza vuota e mi avvicino alla finestra. La apro e guardo meglio la pianta. Mentre guardo l’albero vedo annidata tra i rami una volpe verde –
Poi si ferma e scoppia a ride.
– Bell’inizio – dice
– E poi cosa succede? – la incalza il giornalista
– In questo momento non lo so e non so se lo saprò mai –
Luciano Cigog si ferma, guarda la zia, guarda me, si guarda le scarpe. Smette di scrivere, chiude il pc, si alza in piedi e dice:
– Grazie davvero per la disponibilità –
– Prego – dice la zia
– Se mai ci fossero sviluppi sulla volpe verde, la prego di farmelo sapere –
– Certo – dice bugiardamente la zia e poi si mette a guardare il muro bianco del suo soggiorno con un atteggiamento assorto e i pensieri chissà dove. Io che la conosco bene so cosa sta facendo. Sta inseguendo una volpe verde.
Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore.
Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti diCostanza Del Re, può farlo cliccando[Qui]
“Quel che resta”, un cortometraggio di Domenico Onorato che parla di responsabilità condivisa e lotta agli sprechi. Perché consapevoli, si può cambiare
Presentato, nel luglio 2022, al Giffoni Next Generation, l’evento sull’innovazione organizzato nell’ambito del Giffoni Film Festival, e alla Sesta edizione del Ferrara Film Corto Festival, il cortometraggio “Quel che resta”, voluto da CONAI, il Consorzio Nazionale Imballaggi, racconta come la sostenibilità parta dalle nostre azioni quotidiane.
Prodotto da Giffoni Innovation Hub con la regia di Domenico Onorato, la sceneggiatura di Manlio Castagna e la partecipazione di Andy Luotto, questo cortometraggio riprende tanto le riflessioni che facevamo qualche giorno fa sull’importanza delle nostre scelte, recensendo i due albi di Kite edizioni “La scelta” e “Cavalca la tigre”.
Mai come prima, il confronto e il dialogo con i giovani sui temi della sostenibilità sono così cruciali. Sono loro il futuro, loro che, spesso, sono ben più consapevoli di molti di noi di quanto scegliere bene sia fondamentale, per il pianeta ma non solo.
Tutelare il pianeta è compito nostro e possiamo farlo ogni giorno, con ogni gesto, attitudine e comportamento. Lo scarto può avere nuova vita, può dare luogo ad altri significati, ciò che qualcuno getta, qualcun altro ricicla. Da cosa nasce cosa, a volte migliore.
Valorizzare ciò che resta è dunque il potente messaggio del lavoro di Domenico Onorato, un corto che racconta un mondo in modo distopico, dove le differenze (e barriere) sociali sono enfatizzate da scelte azzeccate di costumi e scenografia e dove il riutilizzo del cibo rimasto alla tavola di qualche privilegiato genera ricchezza e convivialità. Annullando, alla fine, le differenze. Tutto porta alla metafora di come i rifiuti, gli avanzi, possano rinascere a nuova vita. Contro la cultura dello scarto.
Qui potete vedere il corto nella sua integralità. Buona visione!
Giffoni Innovation Hub è un polo creativo d’innovazione, fondato da Luca Tesauro, Orazio Maria Di Martino e Antonino Muro nel 2015. Il progetto nasce con l’obiettivo di guidare e favorire la trasformazione culturale e digitale in Italia e all’estero e, sulla scia del patrimonio del Festival di Giffoni, fa della creatività la sua bandiera. Collega, supporta e fa crescere talenti e startup nel settore delle industrie creative e culturali. Lo scopo è quello di implementare prodotti e servizi per le aziende, attraverso percorsi di formazione specializzata e framework audiovisivi, generando azioni ad alto impatto sociale e valoriale che coinvolgono le nuove generazioni.
“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non é superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.”
(ITALO CALVINO)
Cosmo sommerso
Mamma cosa brilla laggiù, nell’abisso buio e profondo del mare?
No piccino mio, non sporgerti a guardare!
Mamma cos’è questo lamento, questo pianto atavico e intenso?
Amore mio non ascoltare, è il suono d’un dolore immenso!
Mamma, ti prego non tacere, sono abbastanza grande per sapere.
Le acque salate custodiscono segreti d’infanzia negata,
in un abbraccio gelido, senza più carezze, senza più piacere,
si tormentano le anime perse, della mediterranea traversata.
Quelle non son stelle cadute nel buio dell’oblio,
mi dispiace amore; siamo tu ed io
e con noi un intero universo di possibilità negate
sulle onde infrante d’infinite storie spezzate.
La costa si tinge di lacrime e disperazione,
nel blu del Mediterraneo, dove il sole s’immerge.
Mentre il mondo assiste inerme e senza compassione,
tra le onde della speranza, un triste destino emerge.
Esuli d’un mondo che il dolore ha segnato,
navigavamo su legni fragili, sognando un domani negato.
Ma il mare ha raccolto le nostre voci, in un silenzio lontano,
un cosmo di potenzialità inespresse, nel palmo della sua mano
(Il testo “Cosmo sommerso” è stato premiato al concorso “L’alloro di Dante” sezione studenti edizione 2023-2024.)
Elena
Una luce dolce, un’ombra delicata,
ci racconta ricordi di una vita passata.
Ancora vive nei nostri cuori il tuo calore,
un amore che sfida l’assenza e il dolore.
Tra mute risate e sogni, gridati in silenzio,
danzavi leggera, anima luminosa.
I tuoi occhi, riflessi di cieli rosa,
sguardi d’amore, ricordi d’immenso.
Il tempo avvolge il tuo sorriso gentile,
nella tela del passato, un ritratto sottile.
Il vento il tuo nome sussurrerà
a chi attento lo ascolterà.
Non sei morta, m’ hai preso il volo ,
tra le stelle, nell’eterno, senza più un ruolo.
Che la tua anima trovi pace nell’infinito,
dove il tempo non è più un nemico.
Mancanza
Nella notte buia s’ode un gran pianto
gemito cupo eco d’abbandono
rimbomba nel cuor un suono di tuono
danza nell’anima un grande rimpianto
Tra le ombre si perde il senso del tempo
un sottile fruscio scende lieve
ma il gelido petto come la neve
si consola per l’abbraccio del vento.
Il cuore palpita, silenzio immenso
singhiozzi riempiono il vuoto totale
vorrei non farlo, però se ti penso
sento nell’anima un calore astrale,
allora, di nuovo, mi do il tormento
perché soltanto desidero amare.
Palla Ovale
Ruvida vita, adorata, bramata, dolce e amara
dal rimbalzo imprevedibile come il destino.
Eroica quando sgusci tra i piedi della mischia
per finire tra le mie mani.
Beffarda quando, carica d’aspettative,
manchi d’un soffio la grande H svettante.
Io ti desidero ardentemente
e quando ti conquisto non ho alcun timore.
Anche se sbaglio non c’è disonore
tu non mi giudichi e quando ti stringo
io mi sento a casa.
Shasa Pellicciari frequenta la classe 2T dell’Istituto “L. Einaudi” di Ferrara.
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.