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Quattro chiacchiere con Forza Nuova

Quattro chiacchiere con Forza Nuova

(Da: Ricamo & Cucito, Anno II, n.21 )

A poco più di un mese dall’apertura a Ferrara della sezione di Forza Nuova, in qualità di editorialista del mensile Ricamo & Cucito, sono stato invitato dal responsabile delle relazioni pubbliche del movimento a visitare la loro sede.

Parcheggio l’auto poco distante e percorro a fatica la via, a causa dei reticolati. Ad un tratto qualcuno mi urla:

– Stia attento, non di li, più a destra, stava per finire sul nostro campo minato! –

– Ma come? Avete reticolati e un campo minato qui, in città? dico.

– Roba piccola, cosa crede? Giusto per tenere lontani ebrei ed africani, sono bombette alla crema, per questo abbiamo la sede in un ex-forno, e i reticolati sono finti, fatti con il filo spinato vero –

Nel dubbio, seguo scrupolosamente le sue istruzioni ed arrivo all’ingresso. Una volta entrato, guardo subito le pareti, alla ricerca dei tanto criticati manifesti del duce e della X mas, ma vedo soltanto cinque o sei poster in stile Walt Disney, a dire il vero un po’ insoliti. Il mio interlocutore, notando la mia perplessità, gentilmente mi illustra le immagini appese:

– Vede, qui, a destra, La carica dei 101 celerini, a fianco Il duce leone, poi abbiamo Aladino e la lampada all’olio di Ricino, e per finire Biancaneve e i sette camerati

– Tutti film educativi – replico.

– Sì, è importante che i giovani balilla.., ehm bambini, volevo dire bambini, crescano con cartoni animati sani e vigorosi, non come i Puffi, quegli extra-comunitari di colore, o quella maialina gender di Peppa Pig –

– Avete avuto molta gente il giorno dell’inaugurazione? –

– Certo, si figuri che abbiamo anche organizzato una vera e propria cena di benvenuto, guardi qui

Mi passa un depliant nero con scritte oro, che riporta il Menù di quella sera:

  • Insalata fredda di Manganelli al nero d’orbace
  • Farinata di Ricino alla Farinacci
  • Salvia fritta alla Salvini
  • Pollo albanese da allevamento-lager con Salsa CPR
  • Gelato di Meloni

Terminata l’illuminante lettura, chiedo alla mia gentile guida di espormi idee e programma del movimento.

– Noi siamo più a sinistra che non a destra rispetto al centro, se venite da Bologna, è il contrario. Siamo anti-sionisti e filo-palestinesi, ma anche un po’ Boy Scout e Testimoni di Genova –

– Nel senso del G8, dei disordini che vi furono? –

– Assolutamente no. Nego ogni legame tra l’estrema destra ed i Black Block o con i Blues Brothers, infatti noi, i nazisti dell’Illinois, li adoriamo –

– Ma in sostanza, come siete orientati verso i partiti e le istituzioni? Come vi definite?

Un po’ pirati e un po’ signori –

– Che fa? Mi cita Julio Iglesias, il cantante spagnolo? –

Ah, credevo fosse Francisco Franco, il padre della Democrazia spagnola, ma ora la devo salutare, è quasi sera e devo prepararmi per il turno di notte

– In fabbrica? –

– Non scherziamo, ronda anti-migranti. Non lasceremo soli i nostri ex-militanti, Ferrara è nel caos, stiamo già pensando ad un presidio, colpa di quest’amministrazione di estrema sinistra! –

– Ecco, questa mi mancava proprio.

Saluto la mia guida ed esco. In testa una frase delle Sturmtruppen di Bonvi: ” Attenzionen al campo minaten!!! – Ach! Il fiero alleaten Galeazzo Musolesi, c’è kaskaten anke stavolten...”.

 

In copertina: Corrado Guzzanti, Fascisti su Marte.

Parole a capo /
Ezio Settembri: alcune poesie da “D’altra luce”

I ricordi sono come il vino che decanta dentro la bottiglia: rimangono limpidi e il torbido resta sul fondo. Non bisogna agitarla, la bottiglia.
(Mario Rigoni Stern)

 

Sul metodo per le verdure
avrei ancora da ridire.
Non sul sangue che intride
la terra e attinge da sempre
alla falda più profonda.
A questi alberi, sacri porfidi,
è inciso il tuo nome
e il mio cuore lieto
di pagare ogni giorno
il prezzo più alto.

 

*

 

Gli ultimi ricordi,
un incontro all’ascensore,
il giorno del mio compleanno.
Sei sparito
senza tanti complimenti.
Posso ritrovarti
nei mille volti che incrocio
ogni giorno,
l’euforia contagiosa,
un dopobarba troppo forte
per la mia pelle bambina.
Ma la voce che riempiva le stanze?
Ti rivedo al tavolo del Tresette
con “Gli animali”.
Sono tue le mie bestemmie
contro il televisore,
il gol fallito.
E’ fraterno al mio
il tuo dolore
il giorno del mio compleanno.

 

*

 

Vorrei nel mio sangue corresse
la tua generosa tristezza,
il sollievo inesprimibile
che coglieva inatteso
i resti del giorno
per chi tornava
dal tuo capezzale.

 

*

 

Michele

Le prime vere storie
le ascoltai dalla tua voce
nella camera buia,
prima di addormentarci.
Fantasticavi di noi,
delle bande di campagna,
con le tue fughe
dal riposino il pomeriggio,
scavalcando la finestra
davanti a babbo,
assopito come
un Ciclope ubriaco.
C’ero anch’io nelle avventure,
scudiero obbediente,
scendevo dai rami
come il barone rampante
dell’edizione illustrata.
Che ne è stato
te lo chiedo oggi,
in questo tempo assediato,
insignificante,
tra le righe dell’ultimo
messaggio whatsapp.
Non dimentico.
Nonni troppo coriacei, taciturni,
babbo ci leggeva i libri
o raccontava il mito
di Ulisse e Polifemo,
eravamo ancora piccoli.
Finché imparai a cercare luce
in quella voce
che non feriva il buio.

 

*

 

Corridori

Ci vuole forse ben più
di un lungo esercizio di pazienza,
l’accordo segreto con le viscere,
il controllo del pensiero col respiro,
attingere luce ad ogni passo.
Non fidare che nei propri tendini,
allenandosi al più antico dei ritmi,
e poi lanciarsi all’avventura
come il ragazzo che da lontano
vedi correre verso il mare.
Ma noi ci si tiene stretti
mescolando sudore e fatica,
sodali esploratori
del piacere di perdersi.

Dalla raccolta “D’altra luce” (peQuod, collana portosepolto diretta da Luca Pizzolitto, 2023). Ringrazio l’autore per averne autorizzata la pubblicazione.

 

Ezio Settembri (Macerata, 1981) ha studiato Lettere Moderne a Macerata. Ha pubblicato poesie e studi sulle arti figurative su varie riviste, tra cui L’immaginazione, Il falco letterario, La Bottega della Poesia di
Repubblica, Infinito letterario, Poeti e Poesia, Atelier, Menabò. Nella rivista online Nuova Ciminiera, sulla quale sono apparse delle brevi ricognizioni sulla poesia di Sereni, Benzoni, Pasolini, Scarabicchi, Davoli. Nel 2021 è uscito il suo primo saggio, Il mito ritrovato – La poesia di Umberto Piersanti (ed. Industria e Letteratura, vincitore del Premio Lago Gerundo di Paullo, Premio L’arte in versi di Jesi per la critica 2022). Una sua poesia ha ottenuto il secondo posto al Premio di poesia indetto dal Museo Omero e dall’Università per la Pace delle Marche. Nel 2023 ha pubblicato il suo esordio in poesia, D’altra luce (peQuod, collana portosepolto, finalista al Premio Chiaramonte-Gulfi e Alberoandronico). Attualmente vive e insegna in provincia di Mantova.

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 258° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Rifiuti: quando la gerarchia ha un senso

Di Giuseppe Paschetto
 

Il recente provvedimento della magistratura sui migranti che ha ricordato al nostro governo come le norme europee siano gerarchicamente di ordine superiore a quelle nazionali mi ha indotto a una riflessione sul tema dei rifiuti. La gerarchia europea prevede, secondo il dettato delle direttive 2008/98 e 2018/851 la seguente precisa serie di azioni, da applicare in sequenza e non a caso.

  1. prevenzione;

  2. preparazione per il riutilizzo;

  3. riciclaggio;

  4. altro recupero (per esempio recupero di energia);

  5. smaltimento.

Questo significa che uno Stato o una Regione o un territorio prima di pensare alla raccolta differenziata funzionale al riciclaggio e tanto più prima di pensare a termovalorizzatori e discariche deve essere a posto con le azioni in cima alla piramide della gerarchia europea.

Il motivo della scelta della Waste Framework Directive è semplice e rimanda al concetto di economia circolare. La minimizzazione degli sprechi, di materia e energia, parte proprio dalla corretta applicazione di prevenzione e riutilizzo, le prime due azioni in genere bellamente ignorate. Anzi, come nel caso dell’inceneritore di Roma, si passa direttamente al punto 4.

Riformulo ora la gerarchia europea in modo più sintetico e intuitivo all’insegna di 5 R, la lettera iniziale della parola Rifiuto che può facilmente diventare invece un’altra R, quella di Risorsa.

  1. RIDURRE i rifiuti

  2. RIUTILIZZARE

  3. RICICLARE

  4. RECUPERARE

  5. RESIDUI in discarica

La prevenzione, ovvero la riduzione dei rifiuti alla fonte, dovrebbe essere una pratica che contrasti quella dell’”usa e getta” imperante che è alla base da decenni della società dei consumi e dell’entropia. Se parliamo di prodotti durevoli, ad esempio gli elettrodomestici è chiaro che tutto parte dall’impegno a fabbricare prodotti che non siano all’insegna dell’obsolescenza programmata, che siano riparabili e anche fatti di componenti alla fine facilmente riciclabili. In un prossimo mi soffermerò in particolare su quei rifiuti che comperiamo in gran quantità facendo la spesa o andando al bar o al ristorante: gli imballaggi e i contenitori di cibo, bevande, cosmetici, vestiti, ecc.

La seconda azione, conseguente alla prima è il Riutilizzo. Riutilizzare significa che qualcosa che potrebbe diventare un rifiuto, destinato per bene che vada al riciclaggio, viene invece ancora impiegato nella sua destinazione d’uso.

La terza azione, ovvero il Riciclaggio, è sostenuta da un’altra pratica che inizia con R ovvero la Raccolta differenziata. Riciclare significa utilizzare la materia di cui sono fatti i rifiuti per produrre, dopo passaggi industriali, oggetti simili o di tutt’altro genere (ad esempio un maglione di pile da bottiglie di plastica). Si pensa che fare raccolta differenziata sia sufficiente a mettersi la coscienza a posto. In realtà non è così per una serie di motivi. Un raccolta qualitativamente scarsa (ovvero con imballaggi sporchi o non conferiti correttamente) fa finire tutto quanto ai trattamenti numero 4 e numero 5.

La plastica è difficilmente riciclabile tanto che la quantità di plastica effettivamente riciclata è davvero bassa e spesso finisce per essere bruciata in modo improprio finire in fiumi e mari, anche come micro-plastica. I dati stupiranno: la plastica raccolta in modo differenziato in Italia è il 42% e di essa solo il 39% è riciclata, ovvero appena il 16% della plastica prodotta. Dovremmo insomma parlare di plastiche perché la categoria è chimicamente così eterogenea da porre problemi di riciclaggio non ancora risolti. L’unica caratteristica comune è di derivare dal petrolio ma sarebbe come in biologia non differenziare i vertebrati solo perché derivano da progenitori comuni. Infine dal punto di vista energetico riciclare è meno conveniente che riutilizzare.

Tutto quello che non si è potuto riutilizzare o riciclare va trattato secondo quanto prescrive il punto 4, ovvero Recuperare energia con i termovalorizzatori. In parte quindi servono ma solo in misura tale da non permettere di bypassare le fasi precedenti. E’ chiaro che bruciare i rifiuti è in teoria la scelta più comoda. Si fa un bell’impianto e tutto “sparisce” lì dentro.
Ovviamente in realtà dato che la materia non si crea e non di distrugge una tonnellata di rifiuti si trasforma in equivalenti quantità di fumi tossici da trattare e di ceneri sempre tossiche.

Infine l’ultima ratio: la discarica per conferirvi i rifiuti Residui dalle precedenti azioni.. Alcuni decenni fa, diamo fino agli anni 70, era l’unica modalità. Un bel buco, spesso fatto senza i dovuti criteri di sicurezza ambientale e sanitaria e il problema era risolto. I rifiuti nelle vecchie discariche producevano percolati tossici che mettevano a rischio le falde acquifere e biogas estremamente infiammabile ed esplosivo come purtroppo ha constatato sulla sua pelle un cittadino residente nei pressi della discarica di San Giacomo di Masserano nel 1995 ucciso proprio da una fuga di biogas. Entro 10 anni dovranno essere non più del 10% i rifiuti che finiranno in discarica. Gran parte dei 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti dell’UE dovranno quindi essere trattati secondo riutilizzo, riciclaggio, recupero energetico. In un prossimo articolo vedremo con esempi concreti come i cittadini, i Comuni, le aziende che si occupano di rifiuti, gli industriali, il mondo del commercio, lo Stato, potrebbero mettere in campo un’azione sinergica per applicare correttamente la gerarchia europea relativamente proprio alle azioni più trascurate ovvero le prime due.

 

Il folle contrappasso antisemita di Amsterdam, città dell’ Ajax, la squadra “superebrea”

Il folle contrappasso antisemita di Amsterdam, città dell’ Ajax, la squadra “superebrea”

Sono rimasto molto colpito dall’aggressione antisemita che, lo scorso giovedì, alcuni “tifosi” dell’Ajax hanno scatenato contro alcuni appassionati del Maccabi di Tel Aviv, arrivati ad Amsterdam per supportare la loro squadra impegnata in una partita di Europa League. Il fatto assume un significato ancora più sinistro in quanto accaduto ad opera di sostenitori della società che vanta un legame storico con l’ebraismo, essendo nata nel 1900 a Jodenbuurt, il quartiere ebraico di Amsterdam.

Come si può leggere, tra gli altri, in questo articolo, l’Ajax aveva moltissimi sostenitori di origine ebraica. Prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, Amsterdam era popolata da più di un ebreo ogni dieci abitanti, tanto da essere soprannominata “Gerusalemme dell’Ovest”. Ad un certo punto, come purtroppo nella storia accade, una città accogliente e tollerante come poche altre divenne teatro di un’ ondata antisemita di Stato alimentata dal governo collaborazionista insediato nel ’40 dal Reich nei Paesi Bassi, con l’austriaco Seyss-Inquart (poi condannato a Norimberga nel ’46 per crimini di guerra) come commissario. Jodenbuurt divenne un ghetto, i soci ebrei dell’Ajax furono esclusi dalla società, iniziarono i rastrellamenti e le deportazioni dei cittadini di origine ebraica. In realtà, in quel frangente non tutti gli esponenti dell’Ajax fecero onore alla fama del club: Peelsen, vecchio capitano della squadra, si iscrisse al Partito Nazista; Kermer, allenatore delle giovanili, era un collaborazionista e divenne sorvegliante nei campi di concentramento. Viceversa, Leo Horn e Kuki Krol (padre del famoso, anche in Italia, Ruud), compagni di squadra nell’Ajax del tempo, divennero sostenitori della resistenza olandese. Dopo la guerra, i ragazzi delle famiglie ebree sopravvissute all’Olocausto che volevano fare sport si tesserarono all’Ajax, società che era rimasta attiva anche durante il conflitto. Tra di essi figurava “mr. Ajax”, ossia Sjaak Swart, che giocò più di seicento partite coi lancieri. Negli anni ’50 poi un gruppo di imprenditori di origine ebraica rilevò il club, consolidandone la fama di società legata a doppio filo con la comunità joods.

Sembra impossibile che una tifoseria orgogliosa del proprio legame con l’ebraismo, al punto da esporre in trasferta bandiere con la stella di David (ed essere per questo presa di mira dall’intolleranza delle curve avversarie) abbia attualmente, tra le sue fila,  persone che aggrediscono tifosi israeliani in quanto ebrei. Sembra impossibile, così come sembrava impossibile che Sarajevo, un’altra città soprannominata “Gerusalemme d’Europa” per la compresenza nel medesimo quartiere di una chiesa cattolica, di una moschea, di una chiesa ortodossa e di una sinagoga; una città in cui le diverse etnie, radici culturali e religiose erano talmente incistate nelle famiglie da sembrare inscindibili, sia stata teatro dal 1992 al ’96 di una atroce guerra civile che ha stuprato e lacerato quei legami. Eppure non era la prima volta: a Sarajevo nel 1914 fu assassinato l’arciduca d’Austria, evento classificato come la miccia dello scoppio della Grande Guerra. Paradosso nel paradosso: il nazionalista che lo ammazzò era un bosniaco che voleva l’adesione al regno di Serbia, proprio quella Serbia che ottant’anni dopo cinse d’assedio la capitale della Bosnia.

L’equivoco tragico che confonde identità e nazionalismo, facendoli coincidere, è alimentato da quei governi criminali che mandano a morire i loro cittadini in nome della “difesa della nazione”.  Una circostanza che predispone al cattivo nazionalismo (concetto che secondo me non avrebbe nemmeno bisogno di aggettivi) è sicuramente l’omologazione di costumi culturali e la concorrenza sociale – contrario dell’integrazione – che è uno dei mali della cosiddetta globalizzazione, e che danneggia sia chi abita un luogo da generazioni, sia chi vi arriva in fuga dalla guerra o dalla povertà. Ma questo da solo non basta: servono uomini di potere che soffiano sul fuoco della paura e dell’intolleranza. In questo senso Hamas e il governo Netanyahu sono due facce della stessa medaglia che gronda sangue innocente.

Non so dire se quanto successo ad Amsterdam sia imputabile a “tifosi” nella mente dei quali il passaggio generazionale non ha lasciato nulla della tradizione sociale, o se sia attribuibile ad un manipolo di deficienti arrivati da fuori apposta per dare la caccia agli ebrei. Quello che posso dire è che, in entrambi i casi, la sensazione è di grave disagio, e di allarme.  Ci sono fatti apparentemente marginali che mostrano lo spirito del tempo, e il minipogrom di Amsterdam è uno di questi.

Henri Cartier-Bresson a Palazzo Roverella di Rovigo.
Attimi di bellezza in bianco/nero

Henri Cartier-Bresson a Palazzo Roverella di Rovigo. Attimi di bellezza in bianco/nero

L’aria tiepida di questo autunno “primaverile” quasi mi rende esitante nell’entrare a Palazzo Roverella, lasciandomi alle spalle la mattina soleggiata e vivace di una domenica ottobrina, ma l’ingresso alla mostra Henri Cartier-Bresson e l’Italia da subito mi incuriosisce e cattura la mia attenzione. 

Le foto in bianco/nero, infatti, non hanno proprio nulla di spento o malinconicamente ‘grigio’, ma s’impongono in un gioco di linee, forme, volumi che creano contrasti e campi complementari, all’interno dei quali le figure umane si muovono, sostano, si dispongono in modo spontaneo, casuale e insieme ordinato.

È la lezione appresa dal cubismo nel periodo pittorico di Cartier-Bresson, leggerò più tardi, che lo induce a ricercare un’organizzazione geometrica e un equilibrio formale nella visione e composizione delle immagini.

Per me e l’amica che mi accompagna è una vera scoperta, e percorriamo le sale come in una caccia al tesoro, a rintracciare i ritmi e le caratteristiche che abbiamo individuato scorrendo ogni fotografia: qui le ringhiere delle scale e le balaustre delle balconate nella piazza di paese s’incrociano e rimandano ad altre confluenze; le basi degli scalini sono perpendicolari a queste linee, e le persone che vi passano sembrano corrispondere allo sguardo dell’autore rimarcando gli stessi andamenti; persino l’arco che sostiene i lampioni taglia lo spazio in sintonia con la linea del muro. (Scanno, 1951)

Ecco ancora, il curvo ponte sul canale di un’isola veneziana: sembra trafitto dalla punta di una gondola che passa, con la stessa inclinazione della ragazzina che sta correndo sul ponte; sullo sfondo, un campanile lo incrocia perpendicolare. (Torcello, 1953)

Andiamo a verificare la composizione di queste immagini fissate nell’attimo fuggente in cui le ha colte l’occhio dell’artista, capace di leggere ed evidenziare i rapporti tra le forme, le luci, le presenze umane; capace di uno sguardo che intuisce la bellezza di ciò che avviene nell’immediato momento, irripetibile, presente alla sua visione che lo cattura e ce lo restituisce.

L’artista vagabonda con la maneggevole Leica, vera estensione della sua vista, passando tra la gente con disinvoltura e lasciandosi condurre dalla casualità, per cogliere a colpo d’occhio immagini autentiche, a volte persino per errore.

Come il volto sfocato di un passante che incrocia il suo scatto diretto al sacerdote più lontano, rendendo la foto molto più significativa e interessante. Qui è il surrealismo a ispirarlo, in una poetica del caso, dell’imprevisto, del dettaglio inaspettato, per rivelare l’essenza della vita quotidiana e della condizione umana secondo una visione nuova, una prospettiva diversa. Non si tratta di fare una fotografia, ma di catturare un momento di realtà, riconoscere il significato di un evento in una frazione di secondo. 

Semplicità e vitalità, nelle piazze e nelle strade italiane del dopoguerra, luoghi d’incontro e di socialità, di una teatralità spontanea che rispecchia la cultura del vivere collettivo ancora presente nelle comunità di quel tempo.

Il cortile tra i palazzi di un quartiere popolare è la quinta scenografica dove la luce del sole danza con le linee d’ombra, mentre una bimba gioca saltellando sul selciato; in un altro scatto ella si trova proprio al centro di un riquadro di luce, circondata da triangoli di buio. (Roma, 1959)

Una corsa di ragazzini si disperde sulle gradinate di una piazza (1953), e le loro grida festose riecheggiano alle nostre orecchie; alcuni bambini pistoleri si affrontano sotto i portici (Roma 1951), altri inventano giochi con oggetti semplici, nelle strade e sui marciapiedi della nostra penisola.

Una foto è emblema della coesistenza della vita e della morte, che si rivela nella corsa spensierata di due bambini a rincorrere un cerchio, mentre all’altro lato della via, che taglia l’immagine in obliquo, passa in direzione opposta un carro funebre col suo corteo. (Palermo, anni ’70)

Henri Cartier-Bresson ha amato l’Italia, e chissà anche per questo non ha mai raccolto in un libro le foto che ha scattato qui; forse troppo materiale complesso da organizzare, forse emotivamente forte. Visitò l’Italia negli anni ’30 con l’amico André Pieyre de Mandiargues, giovane poeta e scrittore, e la sua compagna, la pittrice Leonor Fini: li ritrasse, in uno dei pochissimi scatti di nudo, nelle acque di Trieste, nell’atto di un abbraccio che ha forme d’ali di farfalla.

Negli anni ’50 fu con Carlo Levi (“Cristo si è fermato a Eboli”) nella Lucania e in Abruzzo a documentare l’essenza di luoghi come cristallizzati in un tempo arcaico e dei loro abitanti come figure di un’umanità mitica, di fatica e povertà, e insieme nobile e dignitosa. La donna che cammina, con il paese sullo sfondo, sembra una principessa fluttuante, in abito nero (Scanno, 1951). Così appaiono le portatrici d’acqua con i grandi vasi sul capo, che incedono con spoglia eleganza lungo le stradine dei paesi del sud.  

Sarà in Italia ancora tra gli anni ’50 e ’60, per reportage commissionati dalle grandi riviste illustrate dell’epoca, (Holiday e Harper’s Bazaar, Life e anche Vogue) dedicati a Roma, Napoli, Venezia, a Ischia e alla Sardegna, portando il suo sguardo sugli usi e i costumi, testimoniando il clima di quegli anni, in un paese in trasformazione, ma ancora pulsante di cultura tradizionale.

Identità culturale che affronterà la modernità attraverso il mondo del lavoro industriale, nelle immagini degli anni ’70, quando Cartier-Bresson torna in Italia a documentare nuove modalità di vita, prima di lasciare gradualmente la fotografia, in disaccordo con l’agenzia Magnum da lui inizialmente creata, per dedicarsi al disegno.  

La sua lezione ci esorta all’attenzione, all’ascolto, all’osservazione degli istanti di realtà che rivelano momenti pregnanti di vita, nello scorrere sfuggente di una quotidianità distratta, attimi di bellezza condensati in fotogrammi come quadri di memoria nel film del tempo.

Informazioni sulla mostra

Dal 28 settembre 2024 al 26 gennaio 2025, Palazzo Roverella, Rovigo 

Henri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 1908 – Montjustin, 2004)

La mostra HENRI CARTIER-BRESSON e l’Italia a cura di Clément Chéroux e Walter Guadagnini, è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo. È realizzata in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi e la Fondazione CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino.

L’esposizione è composta di opere vintage provenienti dalla Fondation Cartier-Bresson, ed è accompagnata da testi esplicativi in ogni sala e da un catalogo, edito da Dario Cimorelli Editore, che riporta tutte le opere esposte, i saggi dei due curatori e di Carmela Biscaglia.

In copertina: Henri Cartier-Bresson, L’Aquila, 1951© Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Per leggere gli articoli di Anna Rita Boccafogli su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Un raglio ci seppellirà.
L’asina Regina di Mimmo Sammartino

Un raglio ci seppellirà.
L’asina Regina di Mimmo Sammartino.

Continua  il ciclo di letture “Libri per la Pace” all’interno del Laboratorio per la Pace dell’Università di Ferrara, coordinato dai Professori Alfredo Mario Morelli e Giuseppe Scandurra. Il 14 Novembre presso la libreria IBS (di Piazza Trento e Trieste) verrà presentato, a cura del CDS, il romanzo di Mimmo Sammartino Nostra Regina dei burroni e delle mosche (Edizioni Exorma, Roma 2024).

Senza scomodare le tradizioni favolistiche più o meno antiche (da l’asino d’oro di Lucio Apuleio, al ciuchino di Winnie Pooh passando per l’asinello di Collodi) partiamo da un dato di fatto: la protagonista di questo “inno alla disubbidienza dinnanzi all’insensatezza della guerra” è un’asina e il suo omologo più naturale sarebbe piuttosto il gatto di Natsume Sōseki. Io sono un gatto è un romanzo infatti che ha per protagonista un gatto, filosofo e scettico, che osserva distaccato un radicale mutamento epocale. Il Novecento è appena iniziato e il gatto protagonista di queste pagine avverte un’oscura follia che aleggia nell’aria.

Anche nel romanzo di Sammartino la protagonista, l’asina Regina, racconta in prima persona la sua storia di emigrazione forzata dall’Appennino Lucano al confine italo-austriaco della Prima Guerra Mondiale dove una stessa oscura follia, più concretamente, riempie d’orrore l’aria e persino la terra: la famosa battaglia per la città di Gorizia costò la vita a 1.759 ufficiali e circa 50.000 soldati italiani e a 862 ufficiali e circa 40.000 soldati austriaci. Ovvero 100 mila morti. Una strage che ha ispirato una delle canzoni più celebri contro la guerra: O Gorizia tu sei maledetta

Nel narrare la sua vita il monologo di Regina, tra accenti etici poetici e poetici, sembra farsi vera e propria preghiera. In queste inversioni tra follia umana e saggezza animale, tra una obbedienza incivile e assurda e una disobbedienza cocciuta e animale ad un certo punto l’asina si rifiuta di trasportare le armi al fronte.

E utilizzando una similitudine tra i due animali protagonisti, se le zampe del gatto di  Sōseki, nel posarsi sono così silenziose da non tradire mai la sua presenza, “quasi calpestassero il cielo o le nuvole”, quelle dell’asina Regina sono zoccoli che schioccavano e risuonavano tra gli angusti sentieri delle dolomiti lucane, ma che non riescono a trovare alcun sentiero tra le carni fresche sbranate dai cannoni.

Punita per aver disobbedito, Regina racconterà la sua prigionia rinchiusa in un recinto dal quale dopo la morte di altri suoi compagni deciderà di scappare, disertando definitivamente e cominciando il suo vero e proprio viaggio all’interno dell’inferno.

Come scrive Simone Innocenti nella sua recensione del romanzo di Sammartino [vedi Qui]: “in questo canto religioso sotto forma di raglio, Sammartino fa di Regina un segno evangelico: la prosa stessa dello scrittore contiene germi biblici. Lo stile ha una forza di grande poesia. E di denuncia sociale”.

Il romanzo è dunque un inno alla pace e  – come dice Sammartino nella sua nota a pg. 126 –  “è un’ode agli asini magnifici, portatori di some e meraviglie…” nonché scandalosi esempi di mansuetudine e compassione.
Come direbbe il gatto di Soseki, “gli umani per quanto forti non saranno in auge per sempre. Meglio attendere tranquillamente l’ora dei gatti” o quella degli…asini come Regina e del suo raglio, che se meritato, ci seppellirà tutti!

Mimmo Sammartino
Giornalista, scrittore e autore di testi per il teatro, la radio e la televisione, vive in Basilicata. Dal 2020 presiede la Fondazione Leonardo Sinisgalli. Ha, tra l’altro, pubblicato romanzi e racconti con gli editori Sellerio, Hacca, Manni, Interlinea, Rubbettino, Guida, Il Filo di Partenope, Osanna, Calice, Hermaion, Universo Sud.
In particolare, con l’editore Sellerio ha pubblicato Vito ballava con le streghe (2004, premio speciale della giuria del Premio Letterario Basilicata 2005, testo ripubblicato nel 2017 da Hacca edizioni) e Un canto clandestino saliva dall’abisso (2006). Con Hacca edizioni ha pubblicato inoltre Il paese dei segreti addii (2016, premio speciale della giuria del Premio Letterario Basilicata 2016 e premio Carlo Levi 2017) e Ballata dei miracoli poveri (2019).
Vito ballava con le streghe – diventato nel 2007 anche un docufilm prodotto da Rai Educational – è anche ispirato il racconto che si snoda su un percorso letterario (Percorso delle sette pietre) che collega i borghi di Castelmezzano e Pietrapertosa nelle Piccole Dolomiti Lucane, paesi che figurano nel novero dei “borghi più belli d’Italia”.

Per leggere gli articoli di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Parole e figure /
Se le occasioni d’amore sono ovunque

“Le occasioni d’amore”, il nuovo albo di Luca Tortolini, illustrato da Daniela Tieni, edito da Kite, riflette saper riconoscere e cogliere le occasioni d’amore che ci si presentano. Occasioni che sono più di quelle che si pensa…

 

“Ci sono diversi tipi di occasioni.
Le occasioni da prendere al volo.
Le occasioni di scelta e le occasioni per tacere.
Ci sono le occasioni giuste e quelle sbagliate.
Le grandi occasioni e quelle sprecate.
Quelle rimpiante e quelle perdute.
Le occasioni uniche e quelle inaspettate.
E poi ci sono le occasioni d’amore

Anche se spesso non riusciamo a metterlo a fuoco, la nostra vita è fatta di occasioni, situazioni che potrebbero aprire ad altro, oppure no, questo dipende da noi.

Le ‘Sliding doors’ sono continue, basta sapere che ci sono e accogliere la direzione che ci danno. Volenti o nolenti, ma sempre con il sorriso.

Le occasioni d’amore è un albo scritto da Luca Tortolini e illustrato da Daniela Tieni che porta il lettore in un viaggio all’insegna dell’amore per sé stessi e per gli altri. Con immensa poesia, in un tourbillon di colori vivaci, forme sinuose e riflessioni delicate.

Le occasioni d’amore sono tante, in ogni dove, basta cambiare prospettiva. Come saper ascoltare gli altri, senza correggere o puntualizzare, ma semplicemente ascoltare. L’ascolto, questo dono difficilissimo da fare, in un mondo dove si urla solo.

Altre occasioni d’amore? Non nascondere la propria fragilità, accettandola e trasformandola in punto di forza, in una sorta di pratica dell’arte del Kintsugi.

Oppure riconoscere i propri errori, cercandovi rimedio, chiedendo scusa, prendersi cura di sé stessi, rallentando il proprio ritmo e concedendosi tempo. Le persone che ami, te stesso incluso, ricorderanno il tempo regalato loro, non i pacchetti a sorpresa.

Occasione d’amore è quando non si impongono le proprie ragioni, quando, con intelligenza, si coltiva il dubbio, quando non si ha fretta di ottenere ciò che si sta aspettando, magari da lungo tempo. La pazienza.

Occasione d’amore è accettare la diversità, smettere di meravigliarsi delle differenze, capirle, apprezzarle, accoglierle. Scegliere le parole e usarle in modo sensato, dosarle, centellinarle, se necessario non profferirle.

Occasione d’amore è non aspettarsi nulla in cambio.

Spostare il punto di osservazione fa accorgere delle possibilità che si moltiplicano.

L’Amore è, penso, L’Amore è… mi ricorda le vignette create dalla disegnatrice neozelandese Kim Casali (Love is… nella versione originale), parte dell’immaginario peace and love degli anni ‘70, basato su messaggi d’amore e speranza, sentimenti semplici, naturalezza e naturismo. Erano favolose. Allora come ora, attenzione, premura, cura, pazienza, ascolto, empatia, accettazione, tolleranza. Un fil rouge.

Amore è, tuttavia, una forza inspiegabile, un mistero indefinibile. Non parole, ma fatti.

Luca Tortolini e Daniela Tieni (illustrazione), Occasioni d’amore, Kite Edizioni, Padova, novembre 2024, 32 p.

 

Henri Cartier-Bresson: una distanza che crea empatia.
La grande mostra a Palazzo Roverella di Rovigo

Henri Cartier-Bresson: una distanza che crea empatia.
La grande mostra a Palazzo Roverella di Rovigo: 28 Settembre 2024 – 26 Gennaio 2025

Avevo visto due anni fa la piccola e splendida mostra di Henri Cartier Bresson al MUDEC di Milano. In quella, in primo piano c’era la Cina, attraverso due memorabili reportage, due momenti cruciali della storia del Paese: “La caduta del Kuomintang” (1948-1949) e il “Grande balzo in avanti” di Mao Zedong (1958).

Ora Palazzo Roverella presenta una grande  e imperdibile mostra intitolata Henri Cartier-Bresson e l’Italia”, 200 scatti del grande fotografo che coprono mezzo secolo: dal 1932 (prima visita in Italia di un giovane Cartier-Bresson ancora indeciso se dedicarsi o meno alla fotografia) fino al 1973 (poco prima del suo abbandono al mestiere di fotografo).

Henri cartier-bresson a palazzo roverella di rovigo attimi di bellezza in bianco/nero
Henri Cartier-Bresson, L’Aquila, 1951© Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

In entrambe le mostre, e in tanti suoi scatti, talmente famosi da divenire iconici, è possibile riconoscere la medesima cifra. Quello “stile” che è stato ammirato, e anche assunto e riprodotto, più o meno bene, da tanti fotoreporter.

Ma di cosa è fatto lo stile di Cartier-Bresson, da dove viene la fascinazione delle sue immagini che catturano lo spettatore? È un  fatto prima di tutto visivo. L’occhio: gli occhi di Cartier-Besson e i nostri occhi. Tra i due, proprio in mezzo, c’è la fotografia.

Henri Cartier-Bresson, 1989.
Charles Platiau—Reuters/Alamy

L’occhio appunto. Henri Cartier-Bresson (1908-2004) è stato definito “L’occhio del secolo”,  ovvero, secondo molti,  il più grande fotografo del Novecento, anche se le classifiche, anche per la “Ottava arte”, non significano nulla e nel Secolo Breve sono stati davvero tanti, anche in Italia, i maestri della fotografia.

È un fatto però che, nel lungo periodo, la fortuna critica di Cartier-Bresson ha superato quella di un altro gigante del fotogiornalismo, quel Robert Capa suo sodale e compagno nella fondazione della celebre Agenzia Magnum Photos.

E a proposito della visione in qualche modo antitetica dei due grandi fotografi, cito (a memoria) una celebre frase di Capa: “Se le vostre foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non siete abbastanza vicino”. 

Ecco, Cartier-Bresson – e le 200 foto della mostra di Palazzo Roverella lo confermano in pieno – non sembra preoccupato di andare troppo vicino al soggetto; anzi è proprio attraverso la distanza che riesce  a raggiungere un comprensione piena ed originale della scena che si presenta al suo occhio.

La distanza gli permette di cogliere l’istante decisivo in fotografia. Scriverà infatti: “Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere”.

È noto come Henri Cartier-Bresson, un uomo che ha girato come una trottola tutto il mondo, documentato guerre e rivoluzioni, ritratto decine di grandi personaggi, avesse un carattere riservato, al confine della timidezza. Forse la scelta della distanza rispondeva anche a questa sua indole, al rispetto umano verso il soggetto da fotografare.

Henri Cartier-Bresson, Scanno, L’Aquila, 1951 © Fondazione Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Ecco ad esempio le donne in nero sulle strade di Scanno. Come non pensare alle “scale impossibili” di Escher, che ho rivisto in mostra prima a Milano poi a Firenze, ma che non mi hanno emozionato come queste scale di Cartier-Bresson.

In entrambe le opere c’è un magistrale gioco prospettico, un’attenta armonia geometrica, ma in Escher c’è soprattutto il gioco, in Cartier-Bresson l’affresco popolare: una fotografia scattata da lontano, ma che comunica un’intima partecipazione. Un distacco, una distanza che ancora una volta crea relazione, vicinanza, empatia.

Lo stesso si può dire, la stessa vicinanza rispettosa, è in quel giovane Pasolini che parla con due bambini nella periferia romana.

Henri Cartier-Bresson, Pier Paolo Pasolini, Roma, 1959 © Fondation Henri Cartier-Bresson

Oggi che tutto deve essere o apparire extralarge, un’altra cosa colpisce nelle foto in mostra di Palazzo Roverella, ma è una caratteristica di tutti gli scatti di Henri Cartier-Bresson, le dimensioni ridotte. I futuri visitatori sono avvertiti: non aspettatevi gigantografie e immagini da parete, le foto di Cartier-Bresson sono piccole.

Come si sa, l’unico attrezzo del mestiere di Cartier-Bresson era una Leica 35 mm, con ottica fissa 50 mm. I negativi venivano sviluppati manualmente e le foto inviate a quotidiani e periodici di tutto il mondo.  Le stampe, quelle che vediamo in mostra, sono in formato standard, poco più grandi di quelle di un qualsiasi album privato, non superando mai le dimensioni di un foglio A4.

Sono queste misure ridotte che ci invitano ad avvicinarci, a guardare con attenzione tutti gli elementi del quadro, fino a scoprire il focus della fotografia, il punto esatto dove ha mirato l’occhio del fotografo e dove vuole accompagnare l’occhio dello spettatore.

Agli antipodi di Cartier-Bresson, almeno apparentemente, c’è il grande Sebastião Salgado. È lui oggi, come lo erano stati Capa e Cartier Bresson, il caposquadra della agenzia  Magnum, un maestro assoluto, il fotoreporter più acclamato (e copiato) delle ultime tre decadi.

Visitare una mostra di Salgado Periscopio ha ampiamente recensito e documentato la sua ultima e strepitosa AMAZÔNIA [vedi Qui e Qui] è sempre uno shock emotivo. Due anni fa, entrando nella grande sala della Fabbrica del Vapore di Milano dove era allestita AMAZÔNIA, sono stato accolto da uno sterminato cielo amazonico. Le opere di Salgado, a differenza di quelle di Cartier-Bresson, sono “pensate in grande” e in grande formato offerte alla visione.

Gli scatti di quella mostra che non posso dimenticare sono però i ritratti di un gruppo di indios Awà-Guajà scattati in un villaggio dentro la foresta.  I volti, i corpi seminudi, i pittogrammi rossi e neri sul petto e sulle braccia. Ritratti stupendi, anche se la cosa più straordinaria erano la didascalie.

Invece di leggere un semplice “Gruppo di indios Awà-Guajà”, c’erano elencati decine di nomi propri: donne, uomini, bambini, ognuno con il proprio nome. Da sinistra a destra, come nei ritratti di famiglia dell’Ottocento. Perchè Salgado era stato più di trenta volte in Amazzonia, era rimasto settimane e mesi in quei villaggi. Non ritraeva degli sconosciuti, ma persone che chiamava per nome e con cui aveva diviso le sue giornate.

Così diversi Cartier-Bresson e Salgado, surrealista il primo, visionario il secondo, mi pare abbiano in comune, un inestinguibile umanesimo, anche per questo, soprattutto nel deserto contemporaneo, abbiamo bisogno di loro e del loro sguardo.

In copertina: Henri Cartier-Bresson, Siena, 1953 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Per leggere tutti gli articoli e i racconti di Francesco Monini su Periscopio clicca sul nome dell’Autore

 

Un bilancio di guerra

Un bilancio di guerra

Mentre il Governo, in ossequio alla nuova austerità approvata dall’Unione Europea, si appresta con la Legge di Bilancio 2025 a tagliare la spesa pubblica su pensioni, sanità, istruzione, ricerca e servizi pubblici locali, con la medesima legge porta il bilancio della Difesa a superare il record storico e ad attestarsi a oltre 32 miliardi di euro.

Secondo il puntuale e dettagliato rapporto dell’Osservatorio Milex , gli stanziamenti previsti nel comparto Difesa superano del 7,1% quelli dell’anno in corso.

Se teniamo conto del fatto che nel 2016 il budget della Difesa era poco più di 19 mld e che nel 2021 era poco più di 24 mld, si ha la dimensione dell’aumento esponenziale verificatosi (+61% in dieci anni).

Va peraltro sottolineato come quasi 13 miliardi dello stanziamento complessivo saranno destinati all’industria per l’acquisizione di nuovi armamenti, con un aumento del 77% negli ultimi cinque anni.

Quindi, in un Paese che è al quinto posto in Europa per l’indice di abbandono scolastico e al primo per i bassi salari degli insegnanti; che ha un sistema sanitario pubblico al collasso e oltre 4,5 milioni di persone che hanno rinunciato alle cure perché non possono permettersi di pagarle; in un Paese dove il 94% dei Comuni è a rischio dissesto idrogeologico e oltre 8 milioni di persone vivono in aree ad alta pericolosità (il tutto reso ulteriormente drammatico dai cambiamenti climatici), il Governo sceglie di tagliare la spesa pubblica e gli investimenti sociali per andare a rimpinguare le casse di chi vive, partecipa e si arricchisce nelle guerre presenti mentre prepara con determinazione quelle future.

D’altronde, come dice il ministro Guido Crosetto “L’aumento delle spese militari è necessario perché il nostro Paese non è preparato alla guerra”, come se la dimensione bellica fosse ineluttabile e non il frutto di scelte scellerate che ci stanno portando al precipizio.

Marco Bersani, Attac

Per certi versi
LE CRESCENTINE (BOLOGNESI)

Le crescentine  (bolognesi)

con soffi
Di sale acqua
Lievito farina
Un dubbio col latte
Mentre si era
in ciabatte
La mattina
Mia nonna
L’Italia d daloli
Metteva lo strutto
Sul fuoco alto
Alto
Questi esili rettangoloidi
Le crescentine
Tirati al burro
Sul tulir
Lasciati alle bolle
Un attimo
Prelevate
Sgocciolate
Stiucarezni
Intraducibile
Mi spiace
Ognuno le assaggi
Ne scorpacci
Tra coppa di testa
Grasu
Furmaj
Miele
Crema
O ciò che piace
Per fare festa

 

Glossario:
Tulir = Tagliere
D daloli = di Dall’ Olio cioè il cognome da sposata
Stiucarezni = fragranti che si sciolgono in bocca
Grasu = ciccioli a pane
Furmaj = formaggio tenero

 

Ogni domenica Periscopio ospita Per certi versi, angolo di poesia che presenta le liriche di Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca [Qui]

Parsons Dance, un’energia che fa star bene

Parsons Dance, un’energia che fa star bene


In questo strano periodo storico, denso di volgarità e bruttezza, credo che una fra le cose che possano far star bene sia proprio la ricerca della bellezza; non è un caso che nella radice etimologica della parola “bello” convivano sia il “bello” che il “bene”.
Ciascuno saprà cercare come e dove vuole; nel mio piccolo, sento che un paesaggio rilassante, una buona musica, un libro intrigante e una danza armoniosa possono restituirmi speranza.

Questo è quello che ho provato anche qualche giorno fa al Teatro delle Celebrazioni di Bologna quando ho assistito ad uno spettacolo travolgente della Parsons Dance Company  Il tour in Italia della celebre compagnia di danza moderna sta raccogliendo uno straordinario successo in ogni piazza: questa sera e domani sera (9 e 10 novembre) sarà al Teatro Comunale di Ferrara.

Ho già partecipato almeno altre quattro volte a loro spettacoli ma, anche se non sono un esperto di questa arte, non mi stancherei mai di vedere e rivedere le loro coreografie uniche eseguite alla perfezione da ballerini fantastici, veri e propri acrobati straordinari.

Questi, con i loro movimenti sincopati ed armoniosi e la loro preparazione atletica, trasmettono una vitalità radiosa, una gioia sincera, una forza vibrante.
La loro è una danza solare ed elegante che diverte e stupisce in quanto capace di trasmettere emozioni vere a qualsiasi pubblico.

La fusione armonica tra movimento, musica e luci, fa in modo che i corpi sembrano trascendere la fisicità, creando un flusso di energia che cattura e ipnotizza.

Fondata nel 1985 dal genio creativo dell’eclettico coreografo David Parsons e del lighting designer Howell Binkley, Parsons Dance è una tra le poche compagnie che, oltre a essersi affermate sulla scena internazionale con successo sempre rinnovato, è riuscita a lasciare un segno nell’immaginario contemporaneo e a creare coreografie divenute veri e propri “cult” della danza mondiale.

Lo spettacolo che stanno portando nelle sale italiane si intitola “Balance of power” ed include sei pezzi coreografici, classici del repertorio di Parsons Dance e due novità.
Tra le pietre miliari del loro repertorio non poteva mancare Caught (traduzione: preso, catturato), definita dalla critica “una delle più grandi coreografie degli ultimi tempi”: un assolo mozzafiato, sulle note di Let The Power Fall di Robert Fripp, nel quale il danzatore sembra sospeso in aria grazie a un gioco di luci stroboscopiche.

Un altro classico del programma è Takademe, che mescola umorismo e movimento acrobatico in una decostruzione accorta dei ritmi della danza indiana Kathak; forme chiare e salti propulsivi imitano le sillabe ritmiche vocalizzate della partitura sincopata di Sheila Chandra.

Al centro del programma, per la prima volta in Europa, due nuove produzioni del 2024: Juke e The Shape of Us.
Juke, commissionato a Jamar Roberts, già ballerino dell’American Dance Theatre di Alvin Ailey e coreografo residente, è un omaggio a Spanish Key, tratto dall’album Bitches Brew del leggendario jazzista Miles Davis, con le forme psichedeliche che creano una cornice per far risaltare il talento dei singoli danzatori. Sempre intorno alla musica ruota The Shape of Us, l’ultima creazione di David Parsons: un viaggio dall’alienazione alla connessione con la musica del gruppo elettronico sperimentale Son Lux.
A questo proposito dice David Parsons: “I danzatori scoprono la bellezza l’uno dell’altro, ma soprattutto riscoprono i legami comunitari. Questa idea è nata proprio in una fase della nostra vita dove tutto era complicato, divisivo. Sono convinto che la danza sia sinonimo di unione e condivisione, e l’ho voluto raccontare in questa nuova creazione”.
Whirlaway, commissionato nel 2014 per celebrare il geniale musicista di New Orleans: Allen Toussaint, è una festa multicolore su musiche che spaziano dal rock al blues, passando per il jazz.

Oltre al lavoro coreografico e alle performances, Parsons Dance promuove percorsi di formazione, esperienze arricchenti che coinvolgono persone di tutte le età.
Mi piace ricordare un’importante iniziativa che Parsons Dance ha lanciato nel 2016: gli “Autism Friendly Programs”, ovvero dei seminari e degli spettacoli che hanno un occhio di riguardo per chi è affetto da disturbi dello spettro autistico e minimizzano le sollecitazioni sensoriali.
Tutto ciò a dimostrazione del fatto che la loro danza, eseguita con maestria, può davvero trasmettere a tutti un’energia vitale che fa stare bene.

I nomi dei danzatori sono: Zoey Anderson, Megan Garcia, Téa Pérez, Luke Romanzi, Joseph Cyranski, Justine Delius, Joanne Hwang, Luke Biddinger, Emerson Earnshaw.

Le foto  in copertina e nel testo sono di Mauro Presini. Il servzio fortografico è stato approvato e autorizzato dalla Parsons Dance Company.

 

Per leggere gli articoli di Mauro Presini su Periscopio clicca sul nome dell’autore.

PICCOLA ANTOLOGIA PALESTINA

PICCOLA ANTOLOGIA PALESTINA

Le motivazioni che il poeta lucano, Leonardo Sinisgalli, riportò nella introduzione delle sue Imitazioni dall’Antologia Palatina (Edizioni della Cometa, Roma 1980), credo che siano la migliore introduzione alla presente raccolta di testi epigrafici:

questa breve…imitazione di quelle Imitazioni è anch’essa, in fondo, un “… atto di devozione ai piccoli poeti […] coloniali – che seppero esprimere alcune verità sfuggite ai fratelli maggiori ”.

Ma questo è vero solo in parte perché, in prima battuta, la presente antologia vuole essere la testimonianza di un personale e profondo rammarico – misto a un rabbioso senso di impotenza – di fronte alle tante (e troppe) piccole vite spezzate e dimenticate nel conflitto mediorientale che dal 7 Ottobre 2023,  continua ad accanirsi, senza pausa, sulla vita di quei luoghi:

ci sarà ancora umanità in quella terra, su questa Terra?

Come si sa il tema primario dell’Antologia Palatina, riproposto nel suo epigono più noto – l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters – e nelle imitazioni sinisgalliane, è la familiarità con l’oltretomba.

A questo tema fa da contrappunto una struggente devozione alla vita, secondo una tipica inversione figura-sfondo che finisce per essere l’unico arbitro attendibile della percezione umana.

Per concludere dunque attingo, rispettosamente e fedelmente, alle parole del mio amato poeta ripetendo che “…il tema che mi ha colpito di più è quello degli affetti”; davvero si finisce per accorgersi “… che l’astuzia non basta mai, che ci sono le ragioni del cuore più forti della stessa raison” e che un gesto, alla fin fine, è la sintesi migliore di qualunque articolatissimo e dottissimo tentativo di spiegazione.

Le spiegazioni, infatti, sono fugaci ma questi semplici ed elementari, gesti affettivi – di pagina in pagina, di confine in confine, di vita in vita – riescono, come una processione di lucciole, a illuminare il buio di questa lunga notte.

 

Non so leggere ancora
e mamma con la biro
ha scritto il mio nome,
sulla gamba destra, Amir.
Non c’è acqua da bere,
quella sporca non scorre
per lavare. Verrò sversato
nel deserto, assetato e lercio.

*  *   *

Una bambina di tredici anni
Dalia Yasser s’è fidata
dello shabbat
e del silenzio tutto intorno.
Il fuoco pareva davvero
miracolosamente cessato
poi è arrivato un aereo.
Venerdìsabatodomenica:
unico giorno che va festeggiato.

*  *   *

Non sapevo dove fosse
Jabalia
ma tutti gridavano il mio nome
«Alaa, Alaa! Scappa via»
Poi non ho sentito più
non ho avuto più paura
non avevo più una gamba
e nemmeno cinque anni.

*  *   *

L’estate scorsa
ho sepolto un grillo
e lì vicino una cicala.
Ho cosparso d’incenso
le piccole pire
e ho dato fuoco
continuando a frinire
al posto loro.
Non sapevo
tra un singhiozzo e l’altro
che in un anno avrei
smesso di cantare.

*  *   *

La mia terra
una spiaggia.
Casa mia
la sabbia.
Sabir, il granello,
-è il mio nome-
un fastidio soffiato
dal vento…

*  *   *

non capisco più
quel nostro litigare
per la mia maglia bianconera
e quella della tua squadra del cuore…
Ahmed: una tempesta
ne ha confuso i colori
tanto che il bianco s’è mutato
in rosso e noi siamo rimasti
impigliati nel mezzo, fili sottili
senza nessun colore

*  *   *

Di tanto in tanto
il cielo s’apre al vento
a scoprire i corni rosei
della luna, vitella placida.
Mio padre avrebbe detto:
«Amos, domani seminiamo».
Così è stato e presto
il campo di Kfar Aza
si riempirà di grano…

*  *   *

ero in esilio nella mia terra
e su arsi confini estremi
dimorerò tra macchie d’olio
senza temere di farmi scoprire
tenendo i miei passi lontano
dai guai lasciando ogni fronte
di guerra e una pace lontana
così distante di fronte alla Terra

*  *   *

E non lo vedi? Lo splendido Shagya
che corre più del vento e i capelli
di mia cugina Shamila che brillano
come oro grezzo sul suo volto d’argento?
I carri non ci mettono più sotto,
e, nel cielo in alto, i veli scintillano
d’oro e d’argento pesanti più del piombo…

*  *   *

Un giorno Iyad ti porterò una gran ciotola,
su di un tripode, colma del mansaf che mamma
ti cucinava e che mangiavi caldo dopo il solstizio.
Tornerò a trovarti tutte le stagioni: l’estate,
l’inverno per seconda e poi l’autunno
anche in primavera ci sarò quando il mangiare
non sarà abbastanza ma tutto intorno sarà in fiore…

*  *   *

per quanto piccolo pure il tuo cuore
era agitato, Hind, mio bel musetto
un carillon appena caricato pronto
per il motivetto. Tua madre credeva
di crescerti bene chiudendoti a chiave
dentro un cassetto ma tu già volavi via…

*  *   *

su distese di garofani e iris, eri l’ape
che ci portava lassù su una stella
ricordi quel viaggio a Deir al Balah,
il monastero dei datteri? Qui mangiammo
il pesce migliore di Gaza. Tornammo
a Rafah dove non si smette mai di tornare e…
non vedo più datteri, né posti per mangiare
buon pesce, monasteri e ospedali
sono solo ricordi dove resti anche tu…

*  *   *

questa è la gamba di Hamed
c’era il suo nome inciso con cura
dalla mano della mamma sepolta
altrove, in un’altra biblioteca, senza nome…

*  *   *

Né vestitini né orecchini,
desiderò nella vita questa bambina
volle solo bene alle sorelle e alla madre
e fu la più prudente.
Tuo padre, Jasmine,- di tutte e tutti il più
distratto – è tornato a trovarti di nuovo:
che vigliacco, Jasmine, che vigliacco che sono…

*  *   *

Kalhed sapeva dire cosa veniva fuori
dalle giuste porzioni di acqua e sabbia,
quale fango per restare uniti e buoni
e quali mattoni per sostenersi l’un l’altro.
Il suo amico Ariel custodiva come lui
questo segreto:
il sole sul fango e il fuoco nella fornace
furono i loro primi e ultimi giochi…

*  *   *

Non voglio più passare
la vita in mezzo ai datteri
io Atif dalle mani zuccherate
non voglio più tornarci
al mercato di Deir al Balah.
Quale conforto potrò mai avere?
Fariha è scomparsa, non so dove sia
e con lei l’allegria che infiammò
il mio cuore. Vivrò- se vivrò- lontano
da qui – se un qui ci sarà – qui vicino…

*  *   *

Fahad aveva una fionda
per colpire oche e ramarri
s’allenava senza fare rumore.
La teneva anche quel giorno:
tra carri e soldati lì intorno…

*  *   *

Dalal ha portato a Dio
il suo pallone di cuoio
la fionda d’ulivo e i dadi
che ha amato alla follia.
Non ha potuto portare
quella trottola sonora che
lanciava con maestria. Magari,
la ritroverà dovunque ora sia…

*  *   *

Aisha che contavi le stelle:
ch’io potessi diventare cielo
per contarti una notte sola…

*  *   *

Il tuo nome di velluto
non andrà perduto
nella profonda notte.
Noi brigata di poeti muti
siamo caduti nell’oblio
ma il chiurlo dell’assiolo
prosegue singhiozzante,
e lo stridìo della ghiandaia,
il chioccolìo del merlo…

Per leggere gli articoli di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore

Presto di mattina /
Dilexit nos, la lettera enciclica di Papa Francesco

Presto di mattina. Dilexit nos, la lettera enciclica di Papa Francesco

Dilexit nos

Fa piaga nel Tuo cuore
la somma del dolore
che va spargendo sulla terra l’uomo;
il tuo cuore è la sede appassionata
dell’amore non vano.
Cristo, pensoso palpito,
astro incarnato nell’umane tenebre,
fratello che t’immoli
perennemente per riedificare
umanamente l’uomo
(G. Ungaretti, Vita d’uomo, Tutte le poesie, Milano 1996, 229-230).

«Dilexit nos. Così inizia l’ultima, appassionata e lunga Lettera apostolica (24 ottobre 2024) di papa Francesco Sull’amore umano e divino del cuore di Cristo: «“Dilexit nos. Ci ha amati”, dice San Paolo riferendosi a Cristo (Rm 8,37) per farci scoprire che da questo amore nulla “potrà mai separarci”(Rm 8,39).»

E così, nel cono di luce del testo poetico di Ungaretti, mai logoro, mai scontato, sempre umanamente e cristianamente ispirante, sorprendente e palpitante in me, mi sono incamminato nella lettura di questa lettera che sembra porsi come momento ricapitolativo e sintetico del magistero e della spiritualità di papa Francesco.

Già nel 2013 egli scriveva in Evangelii Gaudium n. 171 (2013): «La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale … Tutti i cristiani, anche i Pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore.

Di questo si tratta, perché il pensiero sociale della Chiesa è in primo luogo positivo e propositivo, orienta un’azione trasformatrice, e in questo senso non cessa di essere un segno di speranza che sgorga dal cuore pieno d’amore di Gesù Cristo… Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che Egli stesso “si fece povero” (2 Cor 8,9) e assicurò che Dio li portava al centro del suo cuore (ivi, 173; 197).

«Far innamorare il mondo» (DN 205)

Far innamorare il mondo «dell’amore non vano».

Scriveva ancora Francesco nell’Esortazione Querida Amazonia (2020): «Cristo ha redento l’essere umano intero e vuole ristabilire in ciascuno la capacità di entrare in relazione con gli altri. Il Vangelo propone la carità divina che promana dal Cuore di Cristo e che genera una ricerca di giustizia che è inseparabilmente un canto di fraternità e di solidarietà, uno stimolo per la cultura dell’incontro» (QA, 22).

Non dobbiamo allora pensare a quest’ultima Lettera come una deriva devozionale e neppure nostalgica verso un’impostazione tradizionalista del rapporto tra Chiesa e società. Il culto del Sacro Cuore fino al Concilio Vaticano II ha rappresentato una delle forme più diffuse e popolari della religiosità cattolica originatasi nell’esperienza dei mistici, continuata come tratto qualificante di molte esperienze spirituali, ma pure connessa con l’instaurazione del regno sociale di Cristo, che diventò poi il punto di riferimento sul modo dell’agire e dell’impegno dei cattolici nella storia tra ottocento e novecento.

Il culto riemerge nell’insegnamento di Giovanni Paolo II, dove “il regno del S. Cuore” è indicato come rimedio ai mali della modernità politica e sociale. (Cf. Daniele Menozzi, Sacro Cuore. Un culto tra devozione interiore e restaurazione cristiana della società, Roma, Viella, 2002).

«Far innamorare il mondo» è la chiave di lettura: «Ciò che questo documento esprime ci permette di scoprire che quanto è scritto nelle Encicliche sociali Laudato si’ e Fratelli tutti non è estraneo al nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo, perché, abbeverandoci a questo amore, diventiamo capaci di tessere legami fraterni, di riconoscere la dignità di ogni essere umano e di prenderci cura insieme della nostra casa comune.

Oggi tutto si compra e si paga, e sembra che il senso stesso della dignità dipenda da cose che si ottengono con il potere del denaro. Siamo spinti solo ad accumulare, consumare e distrarci, imprigionati da un sistema degradante che non ci permette di guardare oltre i nostri bisogni immediati e meschini. L’amore di Cristo è fuori da questo ingranaggio perverso e Lui solo può liberarci da questa febbre in cui non c’è più spazio per un amore gratuito. Egli è in grado di dare un cuore a questa terra e di reinventare l’amore laddove pensiamo che la capacità di amare sia morta per sempre» (DN 217-218).

Cuore: una parte per il tutto

L’intento della Lettera è quello di presentare il cuore come il simbolo reale dell’affezione e dedizione appassionata di Gesù per i suoi fratelli; il luogo da cui scaturisce la Parola di Dio – il suo amoroso palpito – agli uomini come ad amici per intrattenersi con essi e invitarli ed ammetterli alla comunione con sé (Dei Verbum 1).

«Il cuore ha il pregio di essere percepito non come un organo separato, ma come un intimo centro unificatore e, allo stesso tempo, come espressione della totalità della persona, cosa che non succede con altri organi del corpo umano. Se è il centro intimo della totalità della persona, e quindi una parte che rappresenta il tutto, possiamo facilmente snaturarlo se lo contempliamo separatamente dalla figura del Signore.

L’immagine del cuore deve metterci in relazione con la totalità di Gesù Cristo nel suo centro unificatore e, contemporaneamente, da quel centro unificatore, deve orientarci a contemplare Cristo in tutta la bellezza e la ricchezza della sua umanità e della sua divinità» (DN 55).

Così il Sacro Cuore è anche il simbolo reale della umanità di Dio in Gesù Cristo che ci viene incontro soccorrevole ed ospitale; l’umanità di un cuore fidente, sempre aperto e da cui fluisce, attraverso il Figlio, l’amore inesauribile del Padre. Più di tutti Gesù ha vissuto la vita, l’esclusione e la morte degli uomini, degli ultimi; sapendo questo si potrà essere come lui cuore aperto, umanità ospitale. «Senza questa passione per l’uomo galleggeremmo come pezzi di ghiaccio sulla corrente della nostra epoca» (Pierre Teilhard de Chardin).

Cuore è quella parola che l’uomo userà sempre perché è quel principio in cui l’uomo rimane con sé e al tempo stesso confina con Dio, il cui cuore sconfina e sprofonda nel cuore del mondo come suo mistero. È nel cuore che l’uomo è inquinato, torbido, oppure limpido, trasparente; nel cuore gioisce o si dispera, maledice o benedice; è il luogo del bene e del male, del suo pianto e del suo sorriso, del suo nascondersi o manifestarsi, terra desolata o giardino segreto, roveto ardente di intimità e rivelazione; nel cuore l’uomo si perde e si ritrova, si chiude o si dona, ferito viene guarito da un altro cuore:

«In diverse modalità il Cuore di Cristo è stato presente nella storia della spiritualità cristiana. Nella Bibbia e nei primi secoli della Chiesa appariva nella figura del costato ferito del Signore, come fonte della grazia o come richiamo a un intimo incontro d’amore» (DN 78).

Il cuore di Cristo: maestro degli affetti

La Lettera di papa Francesco si compone di cinque capitoli. Nel I° troviamo: L’importanza del cuore; Che cosa intendiamo per cuore; Ritornare al cuore; Il cuore riunisce i frammenti (DN 2-3; 9; 17). Nel II° capitolo il papa ritrae il profilo di Gesù, il modo con cui egli ha amato e ci ama: Gesti e parole di amore come Gesti che riflettono il cuore e così da rivelare Il suo sguardo su di noi e Le sue parole ancora per noi: la sua stessa vita pro nobis.

Nel capitolo terzo Questo è il cuore che ci ha tanto amato (Dn 48) e in quelli successivi si dà risonanza e si sviluppa un interessante percorso spirituale e storico del formarsi del culto del Sacro Cuore radicato nella tradizione biblico-patristica e poi manifestato nella mistica e spiritualità francese e nelle sue varie correnti che hanno il loro background nelle rivelazioni di s. Margherita Maria Alacoque (Verosvres, 22 luglio 1647 – Paray-le-Monial, 17 ottobre 1690).

Stranamente non è ricordato nella Lettera P. Teilhard de Chardin. Lo sottolineo perché nei Tre racconti alla Benson, del tempo della Guerra 1915-18, quando era portaferiti al fronte, vi troviamo il racconto del Quadro scritto contemplando un dipinto del Cuore di Gesù, in cui il Cristo gli si rivela come colui che è presente.

Un testo che diviene l’orizzonte entro cui si delinea l’esperienza della fede di P. Teilhard: il presente vissuto come memoria che attinge continuamente alla sua sorgente cristica; il Cristo come colui che è atteso e così apre l’orizzonte al futuro in un contesto senza futuro: la guerra: il Cristo veniente.

Con questi ultimi tre capitoli si offe e si apre alla fede uno spazio agli affetti, una guida esperienziale di tanti credenti per vivere nell’attualità l’esperienza spirituale personale, l’impegno con Cristo come impegno civile ed ecclesiale, comunitario e missionario.

L’umanità di Dio è nascosta nel cuore del Figlio amato e attraverso la ferita di quel cuore con la sua parola ci ammaestra, mentre con il suo silenzio ci fa conoscere la presenza e l’amore del Padre: «L’immagine del cuore ci parla di carne umana, di terra, e perciò ci parla anche di Dio che ha voluto entrare nella nostra condizione storica, farsi storia e condividere il nostro cammino terreno» (DN 58).

Scrive papa Francesco che «la spiritualità della Compagnia di Gesù ha sempre proposto una “conoscenza interiore del Signore per meglio amarlo e seguirlo. Sant’Ignazio ci invita, nei suoi Esercizi Spirituali, a metterci davanti al Vangelo che ci dice che “il costato [di Gesù] fu ferito con la lancia e venne fuori acqua e sangue”. Quando l’esercitante si trova davanti al costato ferito di Cristo, Ignazio gli propone di entrare nel Cuore di Cristo. Questa è una via per maturare il proprio cuore per mano di un “maestro degli affetti”, secondo l’espressione usata da San Pietro Favre in una delle sue lettere a Sant’Ignazio» (DN 144).

«Il fuoco», l’ignoto del cuore (DN 24)

«Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 20,9)» (DN 211). Nell’iconografia classica del Sacro Cuore questi è sormontato da una fiamma ardente come a ricordare l’esperienza del Roveto ardente, attraverso cui Dio chiama Mosè per inviarlo a liberare il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto e proporgli la sua alleanza.

Il fuoco che arde senza consumare l’altro fa del cuore il luogo di una comunicazione con l’Inatteso, con l’Ignoto, con colui che lo fa partire verso un altrove e un nuovo inizio. L’ignoto del cuore per l’uomo è quel “Tu” che lo rivela a se stesso, dice la sua identità e missione.

Scrive papa Francesco che «colui che interroga il fuoco capisce di essere il “tu” di Dio e che può essere un “sé” perché Dio è un “tu” per lui. Il fatto è che solo il Signore ci offre di trattarci come un “tu” sempre e per sempre. Accettare la sua amicizia è una questione di cuore e ci costituisce come persone nel senso pieno del termine», (DN 25).

L’espressione ricordata dal papa “l’Ignoto del cuore” è presa da un testo di Michel de Certeau: «Qualcosa di inaspettato comincia a parlare nel cuore della persona, qualcosa che nasce dall’inconoscibile, rimuove la superficie di ciò che è noto e vi si oppone. È l’origine di un nuovo “ordinamento della vita” a partire dal cuore. Non si tratta di discorsi razionali che bisognerebbe mettere in pratica traducendoli nella vita, come se l’affettività e la pratica fossero semplicemente conseguenze – dipendenti – di un sapere assicurato» (DN 24).

Cor ad cor loquitur

Con la parola cuore l’uomo designa l’esperienza che ha del suo “centro eccentrico”, la sua struttura relazionale e dialogica. Uditore e portatore della parola, dona attraverso di essa il suo amore. Il cuore è costitutivo del suo poter essere in sé, del suo uscire da sé stesso e ritornare in sé, non già attraverso una dialettica, ma attraverso gli affetti che sono la conoscenza del cuore dialogico: cuore dialogico, cuore che parla al cuore.

E nella lettera si ricorda San John Henry Newman che «scelse come proprio motto la frase “Cor ad cor loquitur”, perché, al di là di ogni dialettica, il Signore ci salva parlando al nostro cuore dal suo Sacro Cuore. Perciò Newman trovava nell’Eucaristia il Cuore di Gesù vivo, capace di liberare, di dare senso ad ogni momento e di infondere nell’uomo la vera pace» (DN 26).

Così papa Francesco è convinto che il mondo può cambiare a partire dal cuore: «Solo a partire dal cuore le nostre comunità riusciranno a unire le diverse intelligenze e volontà e a pacificarle affinché lo Spirito ci guidi come rete di fratelli, perché anche la pacificazione è compito del cuore».

Un Dio sensibile all’umano, quello che si rivela nel cuore del Cristo, amante della vita che nulla disprezza di quanto vive, soffre, muore.

«Il Cuore di Cristo è estasi, è uscita, è dono, è incontro. In Lui diventiamo capaci di relazionarci in modo sano e felice e di costruire in questo mondo il Regno d’amore e di giustizia. Il nostro cuore unito a quello di Cristo è capace di questo miracolo sociale. Prendere sul serio il cuore ha conseguenze sociali.

Come insegna il Concilio Vaticano II, “ciascuno di noi deve adoperarsi per mutare il suo cuore, aprendo gli occhi sul mondo intero e su tutte quelle cose che gli uomini possono compiere insieme per condurre l’umanità verso un migliore destino”.  Perché “gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo”.

Di fronte ai drammi del mondo, il Concilio invita a tornare al cuore, spiegando che l’essere umano “nella sua interiorità, trascende l’universo delle cose: in quelle profondità egli torna, quando fa ritorno a se stesso, là dove lo aspetta quel Dio che scruta i cuori là dove sotto lo sguardo di Dio egli decide del suo destino”» (DN 28-29).

Il cuore, «pensoso palpito»

Per Ungaretti le ragioni della poesia sembrano essere proprio le stesse ragioni del cuore; egli portava nelle parole l’immenso nel cuore: «M’illumino d’immenso», il suo dolore e la sua luce il suo restringersi e il suo dilatarsi oltre le tenebre. Così nel cuore «l’unico fuoco della mia speranza» e parole «per dirmi che sei fuoco/ Che consuma e riaccende»; dentro al cuore dimorano «non ore vane».

Cuore sospeso, inquieto cuore disperso, crudele; un cuore piagato: «Ma nel cuore/ nessuna croce manca /È il mio cuore/ il paese più straziato».

Il desiderio del cuore:

«era il battito del mio cuore che/ volevo sentire in armonia con il battito del cuore dei/ miei maggiori di una terra disperatamente amata».

La preghiera del cuore:

«dovrebbe toccar il cuore della gente di questo secolo, – scrive Ungaretti – nel quale non c’è casa che non sia stata visitata dal dolore di questi nostri tempi, nei quali, in mezzo alla cupidigia, e in modo che, a memoria d’uomo, per numero di moltitudini compromesse e accavallarsi di rivolgimenti, non ha riscontro, si son fatti largo l’egoismo e la rassegnazione, di questi anni, nei quali son così visibili la fralezza e la maestà dell’uomo» (Vita d’uomo, XLI).

Nel cuore le ragioni della speranza

Attraverso la parola scrive ancora Ungaretti: «si trattava di cercare ragioni di una possibile speranza nel cuore della storia stessa: di cercarle, cioè, nel valore della parola» (Ragioni d’una poesia, ivi, LXXXIII).

«Il poeta d’oggi ha il senso acuto della natura, è poeta che ha partecipato e che partecipa a rivolgimenti fra i più tremendi della storia. Da molto vicino ha provato e prova l’orrore e la verità della morte. Ha imparato ciò che vale l’istante nel quale conta solo l’istinto…

Ecco come dal poeta è colta oggi la parola, una parola in istato di crisi – ecco come con sé la fa soffrire, come ne prova l’intensità, come nel buio l’alza, ferita di luce. Ecco un primo perché la sua poesia sanguina, è come uno schianto di nervi e delle ossa che apra il volo a fiori di fuoco, a cruda lucidità che per vertigine faccia salire l’espressione all’infinito distacco del sogno. Ecco perché si muove la sua parola dalla necessità di strappare la maschera al reale, di restituire dignità alla natura, di riconferire alla natura la tragica maestà» (ivi, LXXVII-LXXVIII).

Oggi il poeta sa e risolutamente afferma che la poesia è testimonianza d’Iddio, anche quando è una bestemmia. Oggi il poeta è tornato a sapere, ad avere gli occhi per vedere, e, deliberatamente, vede e vuole vedere l’invisibile nel visibile. Oh, egli non cerca di violare il segreto dei cuori. Egli sa che spetta solo a Dio leggere infallibilmente nell’abisso dei singoli e conoscere veramente il passato, il presente e l’avvenire. Egli poi sa anche che il cuore umano non è quella buca che credono i libertini piena di lordura. Egli sa che nel cuore dell’uomo non si troverebbe che debolezza e ansia – e la paura, povero cuore, di vedersi scoperto» (ivi, LXXX-LXXXI).

Il segreto del poeta nel palpito del cuore

Il segreto del poeta:
Solo ho amica la notte.
Sempre potrò trascorrere con essa
D’attimo in attimo, non ore vane;
Ma tempo cui il mio palpito trasmetto
Come m’aggrada, senza mai distrarmene.
Avviene quando sento,
Mentre riprende a distaccarsi da ombre,
La speranza immutabile
In me che fuoco nuovamente scova
E nel silenzio restituendo va,
A gesti tuoi terreni
Talmente amati che immortali parvero,
Luce
(ivi, 253).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

Pat Metheny, un esploratore di mondi possibili

Pat Metheny, un esploratore di mondi possibili

In concerto a Bologna, 3 novembre 2024

La mia idea è quella di trovare angolazioni e modi diversi di pensare alla musica, mantenendo un’estetica chiave in tutto il processo”.
(Pat Metheny)

Assistere ad un concerto di Pat Metheny è un viaggio al quale si è scelto di partecipare senza sapere in anticipo che tipo di percorso innovativo si farà, di fronte a quali meraviglie si rimarrà a bocca aperta e quali sorprese stupiranno.
È un’avventura in cui ci si lascia condurre da una guida esperta e sapiente, sicuri che saprà ricambiare ogni curiosità.

Scrivo questo perché, con la sua tecnica sopraffina, Pat Metheny riesce a trasformare lo spettatore passivo in un aspettatore attivo che, con la mente e con l’animo, si predispone all’ascolto del suo racconto artistico e ne diventa parte essenziale.

Gli appassionati, da bravi compagni di viaggio, si lasciano accompagnare nel suo infinito universo musicale scoprendo di partecipare ad un viaggio onirico ricco di sensazioni pure, di sonorità celestiali, di scroscianti improvvisazioni e di melodie terapeutiche.

Nel concerto che ha tenuto all’Auditorium Manzoni di Bologna il 3 novembre scorso si è presentato solo sul palco, creando una situazione intimistica molto accogliente.

Ha utilizzato più di una dozzina di chitarre diverse, eseguendo brani dal suo intero repertorio: dalle sue incisioni ormai storiche (Beyond the Missouri sky, Still Life, …) ai suoi album più recenti (MoonDial e Dream Box), conferendo loro una nuova dimensione con la sua personalissima arte della narrazione musicale.

Ha parlato moltissimo, raccontandosi come non fa quasi mai durante i suoi concerti: ha ricordato il fratello che lo prendeva in giro perché quando suonava la tromba da bambino faceva “cadere gli uccelli dal cielo” per quanto era maldestro, ha svelato alcuni trucchi che usa per le sue unghie (ne attacca di finte in materiale acrilico, con una supercolla), ha ricordato alcuni artisti con cui ha collaborato e ha spiegato le accordature singolari per la sua chitarra baritono a corde di nylon, costruita su misura per lui dalla liutaia Linda Manzer.

In quasi due ore e mezzo di concerto ha regalato brani stupendi e sorprese a non finire; inoltre, verso la fine del concerto ha dato un’ennesima prova della sua inesauribile creatività, esibendosi circondato da un colossale marchingegno di strumenti musicali elettromeccanici attivati tramite la sua chitarra: Orchestrion, il nome della sua perfomance musicale.

Dotato di una tecnica formidabile frutto di ore e ore quotidiane di studio e ricerca, Pat Metheny, oltre ad essere uno dei più famosi, influenti, incredibili, talentuosi ed apprezzati chitarristi jazz e crossover, è un incantatore di presenti, un allargatore di confini, un paladino dell’avanguardia, un reporter del mondo contemporaneo, un narratore musicale davvero inesauribile, un terapeuta involontario, uno scopritore di mondi possibili.

La foto di copertina è stata scattata al concerto del 3 novembre scorso, organizzato dal Bologna Jazz Festival, mentre suona la Pikasso Guitar a 42 corde, realizzata su sua richiesta in due anni di lavoro. Le altre foto sono state scattate sempre a Bologna nel novembre del 2019.

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Storie in pellicola / Rome Independent Film Festival XXIII Edizione

RIFF AWARDS – 15-22 novembre 2024: tra gli ospiti del festival Giorgio Pasotti, Lina Sastri e tutti i registi e interpreti delle opere in concorso

Torna dal 15 al 22 novembre la XXIII edizione del RIFF Awards – Rome Independent Film Festival. Sono 13 le sezioni del concorso, nazionali e internazionali, che verranno valutate da una giuria di esperti. Il RIFF, oltre alle opere in concorso, presenterà dei Focus dedicati a diversi paesi stranieri.

Le proiezioni al cinema Aquila di Roma e il 13 novembre al Cinema Troisi per la conferenza stampaTra gli ospiti del festival Giorgio Pasotti, Lina Sastri e tutti i registi e interpreti dei corti in concorso.

Per i film in concorso dall’Italia: Di noi 4 di Emanuele Gaetano Forte, Emilio Lussu, il processo di Gianluca Medas, La casa di Ninetta di Lina Sastri, Settimo Grado di Massimo Cappelli, Tre regole infallibili di Marco Gianfreda.

Per la sezione internazionale: Memories of a Burning Body di Antonella Sudasassi Furniss – Costa Rica/Spagna, Next to Nothing di Grzegorz Dębowski  – Polonia, Salli di Chien di Hung Lien  di Taiwan/Francia, The Book Of Jobs di Kayci Lacob  – USA, Underground Orange di Michael Taylor Jackson  –  Argentina/USA.

Sul fronte del documentario dall’ Italia in anteprima mondiale troviamo; Arcadia America di Raffaele Manco Non chiudete quella porta di Renzo Chiesa e Paolo Boriani, The Erasmus Generation di Vincent Imperato.

Per i documentari stranieri: After The Odyssey di Helen Doyle – Italy/Canada, Apple Cider Vinegar di Sofie Benoot – Belgium/Netherlands, The Click Trap di Peter Porta – Spain/France, The Sunshine Dreamer di Shawn Rhodes – USA.

Si aggiungono le sezioni dei corti italiani e stranieri e quelli di animazione in concurso.

Tra gli eventi e le masterclass di quest’anno: il tributo al Climate Future Film Festival (micro-festival interamente dedicato al tema del cambiamento climatico) introdotto da Bill McKibben, rinomato autore e ambientalista americano, in cui il pubblico potrà esplorare diverse prospettive e storie che mettono in luce le sfide e le soluzioni legate al clima.

Spazio ai libri con la presentazione di La ragazza che amava Miyazaki edito da Einaudi. Sul tema del paesaggio Landscape2024, 10 opere audiovisive selezionate per la terza edizione della call internazionale curata dal collettivo Zeugma e che chiama a raccolta sound artist e video artist per proporre una riflessione sul vasto tema del paesaggio.

Venerdì 15 al Nuovo Cinema Aquila il FORUM: VP = VFX on SET in cui Cristian Casella, Francesco Grisi, Nicola Sganga e Francesco Mastrofini, dialogheranno sul futuro dei VFX ad alto budget, a cavallo tra intelligenza artificiale e fedeltà alla vita reale. Il RIFF quest’anno ha deciso di porre l’attenzione sulle virtual production per provare a scoprire in che modo i set digitali delineeranno il futuro del cinema.

Il giorno seguente, 16 novembre al Nuovo Cinema Aquila continua l’esplorazione nel mondo della fotografia cinematografica. Dopo aver ospitato Luciano Tovoli, Fabrizio Lucci, Gergely Poharnok, Federico Annicchiarico, Sandro de Frino, quest’anno il RIFF ospita Paolo Carnera. Tra i suoi lavori citiamo le collaborazioni con Mario Martone per Nostalgia e Laggiù qualcuno mi ama (entrambi del 2022); con Paolo Taviani per Leonora addio (2022); con i fratelli D’Innocenzo per La terra dell’abbastanza (2018), America Latina (2022) e Favolacce (2020). Quest’anno è stato premiato con il David di Donatello per la fotografia nel film “Io Capitano” di Matteo Garrone.

In giuria il consulente di progetti audiovisivi Cristian CasellaSophie Chiarello, regista italo-francese, produttrice e ispettrice di produzione Sonia Cilia, il regista, commediografo e attore Pietro De Silva, la produttrice Delegata Emma Esposito, il supervisor di visual effects Francesco Grisi, la production supervisor Carolina Iorio, le giornaliste Antonia Matarrese e Miriam e Mauti, il Produttore Esecutivo Andrea Passalacqua e Nicola Sganga esperto di VFX.

Il Festival, a cura dell’Associazione Culturale RIFF, è realizzato con il contributo e il patrocinio della Direzione Generale Cinema – Ministero della Cultura e dell’Assessorato alla Cultura e Politiche Giovanili della Regione LazioIl progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico biennale “Culture in Movimento 2023 – 2024” curato dal Dipartimento Attività Culturali ed è realizzato in collaborazione con LEA e SIAE.

 

Germogli /
Ahou Daryaei, questo mondo non è pronto per te

Ahou Daryaei, questo mondo non è pronto per te.

“Cos’è poi l’isteria?… Non è forse un malessere, un’angoscia provocata da un desiderio impossibile da realizzare? E perché questo malessere strano dovrebbe avere un sesso, essere solo della donna? Ne siamo preda tutti, quando abbiamo immaginazione.”
George Sand

 

Della vicenda della studentessa iraniana Ahou Daryaei sono piene le pagine di cronaca e i commenti social, gonfi di quelle solidarietà che non costano niente. Il fatto che Ahou sia stata subito etichettata dal regime come affetta da problemi psichici mi ha fatto tornare in mente il lungo periodo in cui le donne che manifestavano un disagio, per un desiderio di libertà che sapevano impossibile e quindi disperato, erano definite isteriche. Del resto l’etimo della parola è il greco ὑστέρα, cioè utero. Mi viene istintivo rovesciare il discorso: come fai a non diventare matta in una società che ti stupra se non porti il velo in maniera appropriata? In una società che punisce con la morte il fatto di avere un’immaginazione?

Il gesto radicale di Ahou Daryaei è una deliberata manifestazione di follia. Folle, perchè mettersi a girare in mutande e reggiseno in una università iraniana oggi equivale a farsi condannare a morte, oppure a vita – le ultime notizie diffuse dal regime parlano del fatto che non sarà incarcerata ma “curata”, appunto. Deliberata, perchè è una scelta individuale che invoca, ma disperatamente, una responsabilità collettiva. La invoca guardando avanti, oltre questo mese, quest’anno, questo secolo, oltre la sua stessa vita; il che è un paradosso, perchè di solito immaginare un futuro corrisponde ad avere una speranza. Questa invece sembra una testimonianza lasciata per chi verrà dopo di lei, perchè per lei una speranza non c’è.

Quante volte il termine coraggio viene utilizzato a sproposito, per sopravvalutare azioni che di coraggioso non hanno nulla, o semplici soprassalti di dignità. Questa ragazza ha fatto qualcosa per cui una parola adeguata ancora non c’è: ogni parola esistente ne sottovaluterebbe la portata. Qualcosa per cui questo mondo non è pronto. Con tutta la sua solidarietà comoda, con tutto il suo libertinaggio e il suo oscurantismo, due facce della stessa medaglia amorale, questo mondo non è pronto per lei.

 

Parole a capo
Speciale “Le parole del silenzio” / 1

Il 26 ottobre scorso, alla Rotonda Foschini del Teatro Comunale di Ferrara, in collaborazione con il giornale online Periscopio, l’Arci e il negozio di dischi Pistelli & Bartolucci, l’Associazione Culturale Ultimo Rosso ha organizzato un reading dal titolo “Le parole del silenzio”. Pubblichiamo un primo gruppo di poesie lette in quell’occasione.

 

In alto

In alto sulla cima,
dopo la salita,
è arrivato il vento,
leggero e forte.
Ha spazzato via
il peso delle parole inutili.
Essenziale e vitale
è rimasto il silenzio.

(Maria Angela Malacarne)

 

*

 

Le parole del silenzio

 

Le parole del silenzio
invisibili, soffuse,
sono dolci oppur fendenti
hanno odor di verità.

Il silenzio fa parole
con un’aria cristallina
son raccolte nel profondo
se vorrai le trovi là.

Dentro l’anima protette
dal vociare della gente
dal trambusto della mente
da chi accoglierle non sa.

Il silenzio parla forte
più delle parole morte.

(Anna Rita Boccafogli)

 

*

 

Silenzio

Seppelliti
da detriti
di frastuono
sconnesso
vuoto
muto
oh si potesse
ritrovare il silenzio
la terra buona dove
germina la parola
significante
e fiorisce l’incontro
lo scambio
il contatto.

(Marta Casadei)

 

*

 

Silenzi

I miei silenzi,
Un mondo inesplorato,
indescrivibile,
un mare senza fondo.
Spesso nascosti dietro un velo,
non per complesso di inferiorità,
ma meditazione,
per raccogliere l’offerta
della calma dell’indifferenza,
evitare di espandere parole vuote,
prive di senso,
I miei silenzi,
un accumulo di sofferenze,
uno sguardo steso nel vuoto,
forse, un’incomprensione altrui,
il mio modo di essere

(Vincenzo Russo)

 

*

Son crudeli talvolta
gli altrui pensieri.
E che dire delle parole?!
Così slacciate dal Reale,
così dure da far male,
o noiose da morire.

Vieni, Silenzio, vieni,
Natura silenziosa,
che levighi e rinfreschi
con aria prodigiosa. Vieni,
e poni luce su ogni cosa,
 e i miei sensi stanchi
nel tuo grembo riposa!
 E Tu, Principe di pace,
vieni a confermare
col Tuo divino Amore
 la legittimità del mio sperare!
(Miriam Bruni)
*
Seduta ai bordi della notte
ho zittito il silenzio.
Il buio nasconde il mio tormento
e ne disperde il dolore
lasciando la mia anima spogliata.
L’anarchia dei miei pensieri
è come l’ amore
sempre in movimento.
(Monica Gori)
*

Ho conosciuto il silenzio
dello sguardo
che non ha bisogno di parole
del sole stanco che si posa sul mare
laggiù all’orizzonte.
Ho conosciuto il silenzio
della solitudine tra mille persone
Il silenzio dopo una bugia
dopo una sconfitta.

Ho conosciuto il silenzio delle stelle
quando la notte sembra infinita
Il silenzio della musica
dopo l’ultima nota
che è sospiro di chi ascolta

Ho conosciuto il silenzio in montagna
lungo il cammino verso la vetta
quando ogni parola è uno spreco.
Il silenzio di chi sa
quanto una parola
possa ferire
e si ferma in tempo

(Emilio Napolitano)

 

*

 

Apnea

 

Ho dipinto il mio silenzio
coi colori della fantasia
ho aperto le finestre
così l’aria non va via
ho amato il mio amore
così senza gelosia.

 

Ho atteso la sera
come un tempo in afasia
ho disteso i pensieri
non cercando l’armonia.

 

Passano sullo schermo
tante immagini di guerra
i corpi sono numeri senza tridimensione
sembra che su questa terra
non ci sia più spazio per la ragione.

 

(Pier Luigi Guerrini)

 

*

 

Spengo

 

Spengo il rumore del mondo
Spengo le sue luci violette
Cancello i dialoghi urlati
E tonanti
Accosto le imposte
E giro la testa
Esco di casa e
Mi avvio verso un luogo di silenzio
Dove tu mi darai la mano
Senza richiedere
Arditi sillogismi o
Raffinate prestazioni culinarie.

 

(Elena Vallin)

 

La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica. 

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Periscopio. Questo che leggete è il 259° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

Perché Trump ha vinto.
Come un liberismo senza regole ha radicalizzato la maggioranza povera

Perché Trump ha vinto.

Aldo Cazzullo, nel suo viaggio da corrispondente del Corriere della Sera in Pennsylvania (stato in bilico, mentre scrivo), pur attaccando Trump che considera un buffone razzista, scriveva il 3 novembre: “Vista dagli economisti l’economia non è mai andata così bene, occupazione record, inflazione in discesa. Vista con gli occhi della quotidianità l’America appare impoverita e incattivita: tutto costa il doppio, a volte il triplo, l’ex classe media soffre moltissimo, sono sempre più rari i proverbiali sorrisi degli americani, e non solo perché spesso spalancano bocche prive di denti (una cura canalare costa 3mila dollari).”.

Gli economisti si basano spesso su medie statistiche, le quali occultano (quando c’è un’enorme disuguaglianza, come si è formata negli ultimi 30 anni, sia negli Stati Uniti che in Europa) profonde diversità e sentimenti tra gli elettori. Anche durante la prima presidenza Trump l’occupazione è cresciuta ed è crollata col Covid, facendogli perdere le elezioni nonostante avesse avviato un forte aumento dei salari e imposto dazi sui prodotti cinesi a difesa del lavoro americano delle periferie colpite dalla de industrializzazione; a costo di far pagare a tutti gli americani un aumento dei prezzi dei prodotti cinesi e della stessa inflazione.

Anche in Italia Unimpresa (su dati Bankitalia) dice che gli italiani hanno 5.732 miliardi di risparmi, ma il presidente Mattarella fa notare che metà degli italiani non riesce a risparmiare e noi aggiungiamo che in Italia (sempre dati Bankitalia) c’è un forte impoverimento, se il 70% delle famiglie (non individui) guadagna da zero a 35.832 euro all’anno.

Il neoliberismo ha impoverito gli americani

Ovviamente l’economia non è la sola ragione di chi vota, ma incide parecchio. E in America le cose non vanno affatto bene, se ci sono scioperi che non si vedevano da 20 anni. L’ascesa economica e tecnologica della Cina ha portato gli Stati Uniti a spendere una montagna di soldi in guerre e armi negli ultimi 20 anni per conservare la sua leadership mondiale (le sole basi militari all’estero americane sono 175 contro 1 della Cina). Poi ci sono enormi problemi (come nel resto dell’Occidente) dovuti alla globalizzazione e alla diffusione del digitale che ha creato lavori e vantaggi, ma più spesso licenziamenti e svantaggi; come gli enormi conflitti tra genitori e figli a causa della distruzione dell’infanzia (basata sul telefono e non più sul gioco libero) ben descritta dallo psicologo americano Jonathan Haidt (La generazione ansiosa, 2024). La “Grande Riconfigurazione” prodotta dagli smartphone dal 2008 ha colpito bambini e adolescenti passati da un’infanzia basata sul gioco a quella basata sul telefono. Certo i Dem non sono i soli responsabili, ma è indubbio che hanno cavalcato a lungo l’ascesa delle big tech e i loro prodotti, convinti della bontà di tutte le novità.

Nel 1980 gli occupati bianchi a tempo pieno senza laurea guadagnavano il 7% in più della media. Oggi portano a casa il 14% in meno. I posti di lavoro sono cresciuti (sia con Trump che con Biden) ma nei servizi, fast food, logistica, motel, posti non qualificati (un po’ come in Italia: +723mila occupati da quando c’è il Governo Meloni ma con bassi salari). La finanziarizzazione ha permesso a chi ha una laurea di continuare a guadagnare bene (comprese le donne nere o ispaniche, se laureate), ma non agli altri senza laurea. Oggi arriva il conto, per delusione e risentimento: era già successo nel 2016 e non a caso Trump aveva difeso il lavoro degli espulsi dalle periferie della “rust belt” a costo di porre dazi all’import cinese e avviare una politica protezionistica, che Biden ha proseguito. Il sociologo dell’Università di Princeton Matthew Desmond ha scritto Gli Sfrattati (La nave di Teseo, ed. 2108) e Povertà in America (ed. 2024) dove spiega che vive in povertà un americano su 8 (38 milioni senza alcuna assistenza sanitaria), altri 108 milioni si arrangiano e non superano i 55mila dollari e un milione di studenti sono senza casa, vivono in motel, auto, case abbandonate. Così hanno votato per Trump gli operai bianchi, le piccole imprese, gli operai minacciati dagli immigrati illegali e chi difende le tradizioni minacciate da una modernità incalzante. Un ampio elettorato che un tempo votava dem e che li accusa di essere i supporter del neo-liberismo che ha impoverito gli americani.

I cambiamenti strutturali hanno diminuito il valore della forza fisica con la deindustrializzazione in tutto l’Occidente facendo crescere il settore dei servizi dove le donne hanno, in media, più vantaggi. Hanna Rosin, autrice di La fine del maschio e l’ascesa delle donne, scrive che oggi in molti lavori servono “intelligenza, creatività, concentrazione, saper comunicare, ascoltare, cose che le donne sanno fare bene”. Inoltre le donne studiano sempre di più: in Usa le laureate sono cresciute dal 1972 ad oggi dal 42% al 60%. Non a caso Richard Reevs ha pubblicato nel 2022 Of Boys and Men, dove spiega il lungo declino del maschio.

Molti uomini americani vivono male questo processo e per questo appoggiano politiche sovraniste e protezionistiche “alla Trump”, nella speranza che ciò faccia tornare più benessere a chi già vive negli Stati Uniti a costo di rinunciare al “controllo del mondo”. In tal senso una co-abitazione di leadership mondiale con la Cina e i Brics (diventati troppo forti per essere dominati) non li spaventa, tanto più se minori spese in armi andassero a rimpolpare le risorse del sottile welfare americano.

Ovviamente in ballo ci sono anche il ruolo del dollaro e la finanza (oltre le spese della Nato), come i profitti delle big tech, tutte cose che interessano più all’élite, a chi lavora nelle città o ai 7 milioni della Sillicon Valley, ma poco o nulla alla maggioranza di chi lavora nelle periferie o nei lavori a basso reddito. A questi ultimi non dispiacciono affatto i dazi a protezione del loro lavoro, anche se vanno contro le leggi del “libero mercato”. C’è poi la difesa delle tradizioni specie nelle aree rurali e nelle periferie, dove la cultura gender, lgbtq+ e woke delle città liberal è vista come fumo negli occhi.

Non so se con Trump la disuguaglianza calerà, ma non c’è dubbio che almeno metà degli americani vuole sperimentare un’altra strada, visto che quella dei Democratici non ha funzionato per loro. Come ha scritto la filosofa progressista Wendy Brown alla Boston Review: “Trump è dipinto come un buffone ma non è lui che spinge il vento verso pratiche antidemocratiche e razziste, ma la mancanza di prospettive e l’ansia della classe media e dei lavoratori causate dal neoliberismo e dalla finanziarizzazione e l’allineamento del partito Democratico con quelle forze durato decenni che ha portato ad un degrado delle condizioni di vita, dell’istruzione, la disuguaglianza crescente, le spese enormi militari per mantenere l’impero euro-atlantico”.

Poi c’è il tema degli ingressi illegali degli immigrati che sappiamo essere (anche in Europa) uno dei temi principali (se non “il principale”) su cui si vincono o perdono le elezioni. Lo ha capito Sarha Wagenknecht in Germania che con la sua BsW ha triplicato a sinistra i voti (caso unico in Europa).

Da Trump a Biden gli ingressi illegali sono triplicati: da una media di 50mila al mese negli anni della presidenza Trump (dal 2017 al 2020, fonte: dogane Usa) a una media mensile di 150mila con Biden dal 2021 al 2023. E come tutti sanno gli ultimi arrivati (immigrati) fanno infuriare proprio i ceti più deboli e gli immigrati già arrivati nelle aree periferiche perché creano una concorrenza nei lavori poveri e nei sussidi, al punto che la nuova leader del partito conservatore (tory) della Gran Bretagna è ora una certa Olukemi Adegoke, nigeriana di 44 anni, dove ha vissuto fino a 16 anni, (che ha fatto carriera in GB, laurea in informatica e lavori nella finanza) e che è stata eletta per fare la concorrenza (anti immigrati) a quel Nigel Farage (della Brexit) che spera di vincere le prossime elezioni puntando tutto su “immigrazione zero”.

Gli Stati Uniti sono fatti di grandi città e aree rurali, una situazione molto diversa dall’Europa, ma è anche vero che ci sono le cosiddette “città dimenticate” (titolo di un libro di di Michael Bloomberg), quelle della periferia americana, da 15mila a 150mila abitanti, dove il reddito familiare medio è inferiore ai 35mila dollari. Sono 179, di cui 37 in Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, l’ex cuore industriale degli Stati Uniti dove, non a caso, ha vinto Trump. In queste città gli operai un tempo votavano i dem, ora si sentono abbandonati. Domina la nostalgia per un passato in cui l’impiego in una fabbrica sindacalizzata era il biglietto d’ingresso nella classe media: casa di proprietà, due auto, buone scuole, qualche piccola vacanza. Tutto scomparso. In Michigan poi vive il più grande gruppo di persone musulmane – oltre 240 mila – di tutti gli Stati Uniti. La guerra a Gaza e l’appoggio quasi incondizionato degli Usa alle mosse d’Israele ha allontanato queste comunità dal partito democratico.

La maggioranza più povera si è radicalizzata per via di un liberismo senza regole. Potrebbe cadere ancor più in basso, ma così non si poteva continuare e lo si capirà nei prossimi mesi in base a ciò che farà Trump. E’ certo però che se i dem vogliono tornare a vincere (anche in Italia e in Europa) devono cambiare molte cose e trovare i soldi per aiutare chi perde lavoro e reddito nella transizione green e digitale che hanno lanciato.

L’idea di ricorrere alle guerre per risolvere i problemi di consenso interno (sempre usata in passato) oggi non funziona perché o è guerra nucleare (e allora siamo tutti fritti) o è guerra di terra (come in Ucraina) e, in tal caso, la Nato non può vincere perché nessuno dei suoi paesi è disposto a mandare i propri figli a combattere e morire in trincea. Gli stessi ucraini, dopo la prima ondata, hanno decine di migliaia di renitenti e giovani che scappano e non vogliono morire. Rimane così agli Stati Uniti la via della competizione economica-finanziaria per mantenere la leadership mondiale anche nel XXI secolo. Ma è destinata a perderla, come la guerra in Ucraina, così come anche il protezionismo ha le gambe corte. Ma anche la Cina non sarà necessariamente il nuovo incontrastato leader mondiale. Ecco perché sarebbe saggio dismettere l’arroganza dell’Occidente e lavorare per negoziati, pace e un mondo multipolare, nel quale, se l’Europa facesse i suoi interessi, prendendosi la sua indipendenza dagli Stati Uniti (pur rimanendo alleata), potrebbe essere leader del “terzo” polo mondiale (tra Usa e Cina), visto che anche tra i Brics (Brasile e India per primi) c’è chi non vuole stare sotto la Cina e dialogare con tutti. Ma non sarà facile per le élite europee spargere la cenere sui propri capi ed ammettere i gravi, ripetuti errori.

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“Senza permesso di soggiorno non si vive”
Interventi e testimonianze dei lavoratori migranti.
Ferrara, Sala dell’Arengo, venerdì 8 novembre, ore 16,00

“Senza permesso di soggiorno non si vive”

Ti invitiamo a partecipare all’incontro pubblico dal titolo “Senza permesso di soggiorno non si vive”, che si terrà venerdì 8 novembre alle ore 16.00 presso la Sala Arengo.

 

Questo evento, organizzato dall’Associazione Cittadini del Mondo e da La Comune di Ferrara, grazie alle testimonianze di chi sta vivendo sulla propria pelle questa situazione, vuole offrire un’opportunità di ascolto e riflessione su un tema di grande rilevanza per il nostro territorio, che riguarda non solo la difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori migranti, ma anche la coesione della nostra comunità e la salvaguardia di importanti settori lavorativi locali.

Parleremo delle conseguenze della Legge 50/2023 (Decreto Cutro) su decine di lavoratrici e lavoratori residenti anche nel nostro Comune, impiegati in vari settori (edilizio, logistico, metalmeccanico, agricolo, dei servizi e manifatturiero) e che lavorano in regola con un permesso di protezione speciale e incontrano enormi difficoltà a convertirlo in permesso per motivi di lavoro. Inoltre, proprio perché lavorano in regola, allo scadere del permesso vengono licenziati.

Parleremo anche dei lunghi tempi di rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno. Dopo l’invio della domanda alla Questura per il tramite degli uffici postali preposti, (previo pagamento di una cifra che si aggira dai 120 ai 180 euro a persona), con i numerosi allegati (contratto di lavoro, le buste paga, residenza, redditi dell anno precedente, disponibilità di un alloggio, motivazione per cui viene chiesto il permesso di soggiorno ….) la/il richiedente rimane con una ricevuta postale.

Segue un appuntamento per il fotoesgnalamento in Questura (attesa dai 5 agli 8 mesi), la documentazione allegata viene valutata dopo molto tempo, anche un anno o più, e spesso non viene ritenuta più valida anche perché nel frattempo sono cambiate per esempio le condizioni di lavoro, della casa… Quindi viene richiesta ulteriore documentazione che viene valutata nei mesi successivi. Infine il ritiro del Permesso di Soggiorno avviene dopo lunghi mesi, spesso dopo più di un anno.

In attesa del Permesso di Soggiorno, la ricevuta postale o il cedolino rilasciato dalla Questura in realtà non garantiscono i diritti dei permessi originali. Si può stare sul territorio nazionale ma come “fantasmi” perché non si può viaggiare, non si può rinnovare la tessera sanitaria, diventa difficilissimo fare un contratto di affitto, un contratto di lavoro, prendere la patente, andare a scuola. E nemmeno pagare le tasse!

Insomma senza il Permesso di Soggiorno non si vive.

Associazione Cittadini del Mondo
La Comune di Ferrara

“Donna al volante, pericolo costante” e altre sciocchezze:
il vero ruolo della donna nella storia dell’automobile

“Donna al volante, pericolo costante” e altre sciocchezze: il vero ruolo della donna nella storia dell’automobile

Un’automobile che corre veloce su una strada lunga e dritta, quasi deserta, una macchina cabriolet scoperta che lascia passare il vento fra i capelli e il sole sulla pelle. Una sensazione di libertà mai provata, un senso di avventura e di aspettativa per un futuro radioso. La Ford Thunderbird con cui Thelma e Louise decidono di abbracciare il loro destino e di correre verso l’ignoto rappresenta tutto questo, testimoniando un’apertura al sogno, uno sguardo diverso sul mondo. L’automobile non è mai stata solo un mezzo di trasporto, ma ha sempre giocato un ruolo chiave nell’immaginario culturale di tutti noi. È un oggetto totemico, quasi magico, che è stato capace di rivoluzionare abitudini e stili di vita. Dal mito della tecnica all’ incarnazione del senso di libertà, alcuni delle più grandi aspirazioni umane sono state sedute, almeno per un po’, su un sedile di pelle. L’automobile è un simbolo che rappresenta bene il cambiamento delle abitudini e lo scorrere inesorabile delle stagioni, della vita, del tempo. Solo per fare qualche esempio.

La Lancia Aurelia di “Il Sorpasso”, film italiano del 1962 diretto da Dino Risi. Il giorno di Ferragosto, uno studente universitario timido e un quarantenne immaturo che sono amici (Jean-Louis Trintignant e Vittorio Gassman), trascorrono la giornata in auto. Le ore passano veloci in un susseguirsi di episodi tragicomici, fino all’epilogo inatteso e drammatico.

La “Torpedo blu” di Gaber, canzone uscita nel 1968 e contenuta nell’album “Sai com’è”. I primi versi di questa bellissima ballata fanno così: “Vengo a prenderti stasera/Sulla mia torpedo blu/L’automobile sportiva/Che mi dà un tono di gioventù/Già ti vedo elegantissima/Come al solito sei tu (ah)/Sembrerai una Jean Harlow/Sulla mia torpedo blu (…)”

La “Topolino Amaranto” di Paolo Conte, canzone del 1975 contenuta nell’album omonimo, inizia con questi versi: “Oggi la benzina è rincarata/È l’estate del quarantasei/Un litro vale un chilo d’insalata/Ma chi ci rinuncia?/ A piedi chi va?/L’auto, che comodità/Sulla Topolino amaranto/Dai siedimi accanto/Che adesso si va. (…).

La mitica Ford Gran Torino di Starsky e Hutch, serie televisiva degli anni Settanta. I protagonisti sono due poliziotti, molto diversi per stile di vita e temperamento, ma uniti da una forte amicizia. Lavorano presso la nona stazione di polizia di Bay City, una città fittizia in California.

L’Alfa Romeo Duetto di “Il Laureato”, film che ha fatto la storia del cinema, anche grazie alle interpretazioni straordinarie di Dustin Hoffman e Anne Bancroft e alla colonna sonora di Simon & Garfunkel.

Da “Goldfinger” in poi, James Bond ha guidato l’Aston Martin DB5 da 286 cavalli. Realizzata con una tiratura da 1.023 esemplari, l’Aston Martin DB5 compare in diverse pellicole facenti parte della saga, come nel quarto film “Thunderball – Operazione Tuono”.

La DeLorean DMC-12 di “Ritorno al Futuro”, unico modello realizzato dalla DeLorean Motor nei primi anni Ottanta, e realizzata in poco più di 9.000 esemplari.

Il Maggiolino Volkswagen non poteva non entrare nella storia del cinema con un film come “Un maggiolino tutto matto”. Il maggiolino è il modello di auto più longevo del mondo, è infatti stato prodotto dal 1938 al 2003.

Chissà se il Ragionier Ugo Fantozzi sarebbe stato lo stesso senza la sua Bianchina. Prodotta dal 1957 al 1969, era stata concepita come la versione “premium” della 500.

Infine la Mercury Eight di “Grease”, film del 1978 diretto da Randal Kleiser, tratto dall’omonimo musical di Jim Jacobs e Warren Casey. Nel film compare una Mercury Eight nera e fiammeggiante del 1949.

La lista è lunga e se ne potrebbero citare molte altre. Forse non sfugge il fatto che, a parte Thelma e Louise, tutte queste macchine sono state guidate da uomini. Un caso? Sicuramente no. È un retaggio culturale che rappresenta bene gli stereotipi del tempo, l’uso della macchina come manifestazione della virilità maschile, oppure della sua negazione, come in Fantozzi.

L’abitudine di dire “Donna al volante, pericolo costante” incarna il modo stereotipato di interiorizzare una struttura sociale animata di relazioni personali sbilanciate. Per stereotipo, si intende un insieme coerente di credenze e teorie non scientificamente provate (per esempio: “Chi dice donna dice danno”, “Donne e buoi dei paesi tuoi”, “Non si piange come una femminuccia”, “Guidi bene per essere una donna”, “Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”, “Non è un mestiere per donne”, “Questo non si addice ad una donna”, “La zitella è una donna acida e infelice”.). Il termine proviene dal greco stereòs “rigido” e tùpos “impronta”. Inizialmente indicava gli stampi di cartapesta rigidi e riutilizzabili usati per stampare le lettere in tipografia. Agli inizi del ‘900, quando presero piede gli studi di psicologia sociale, il termine venne usato per indicare le immagini mentali con cui talvolta rappresentiamo rigidamente la realtà, proprio come una sorta di “calco cognitivo”. Di fronte alla complessità del mondo, gli individui hanno la necessità di semplificare e classificare le tante informazioni quotidiane, costruendo delle categorie.

L’uso di tali categorie è utile quando comunichiamo con gli altri, sono infatti implicite e “date per certe”. Gli stereotipi ci consentono inoltre di giustificare le disparità sociali e le discriminazioni, come nel caso del maschilismo; ci aiutano a differenziare in senso positivo il gruppo di appartenenza rispetto agli altri (“gli uomini guidano meglio delle donne”); riflettono una certa pigrizia mentale, aumentano quando abbiamo poco tempo e/o poche risorse cognitive da investire, ci aiutano a prendere decisioni rapide in situazioni prevedibili. Per Gordon Allport (Gordon Allport 1973. “la natura del pregiudizio”, La nuova Italia), gli stereotipi sono appresi durante l’infanzia. I bambini li imparano principalmente in due modi: adottandoli dai loro genitori/membri della famiglia; crescendo in un ambiente che li rende sospettosi/timorosi e quindi molto bisognosi di paradigmi di riferimento semplici e cristallizzati.

Bando agli stereotipi! Fin dalle origini della storia dell’automobile, il contributo femminile è stato decisivo. Ad esempio, le donne hanno plasmato l’automobile dandole la forma che conosciamo oggi. Sono inoltre molte le donne che, vere e proprie pioniere, hanno avuto un ruolo rilevante nel processo che ha portato al modo di guidare che conosciamo oggi. Conquiste tecniche come il tergicristallo, il riscaldamento dell’abitacolo o le fibre di kevlar, i primi viaggi a bordo delle prime automobili del ’900, il primo giro del mondo in auto del 1929 o la partecipazione a sport automobilistici come transgender.

Wilhelmine-Ehrhardt, 1899

Tutte queste performance sono legate alla biografia di donne provenienti da tutto il mondo. Cito undici sorprendenti figure che hanno segnato in modo rilevante la storia del settore automotive e degli sport automobilistici: Wilhelmine Erhardt, Stephanie Kwolek, Clärenore Stinnes, Mary Anderson, Bertha Benz, Margaret Wilcox, Danica Patrick, Suzanne Vanderbilt, Charlie Martin, Lella Lombardi, Jutta Kleinschmidt.

Se oggi è dimostrabile la relazione che lega donne e motori, quando il settore muoveva i primi passi, sicuramente non lo era. I primissimi veicoli a motore erano di appannaggio esclusivamente maschile. Quando all’inizio del 1899 la fabbrica Eisenach organizzò una prima esibizione di tutti i veicoli a motore prodotti fino a quel momento, alla guida di uno dei quattro Wartburg c’era Wilhelmine Ehrhardt, la moglie del direttore della fabbrica Eisenach, che si godette lo stupore sulla faccia dei passanti. Wilhelmine (23 agosto 1886 – 23 febbraio 1945) era molto abile e il suo “entusiasmo automobilistico” evidente.

Quando, 23 luglio 1899, Gustav Ehrhardt si iscrisse con il nuovo modello di Wartburg alla prima corsa internazionale che andava da Innsbruck a Monaco, la moglie lo accompagnò. Il percorso partiva da Innsbruck, passava per la valle alpina dell’Inntal, l’austriaca Kufstein e la bavarese Rosenheim e arrivava a Monaco. Era molto impegnativo, ma per Wilhelmine fu entusiasmante. Dovette però aspettare ancora un anno per realizzare il sogno di gareggiare in qualità di donna pilota in una competizione automobilistica. Il 3 agosto 1901 scrisse la storia degli sport automobilistici partecipando alla gara che andava dalle montagne da Eisenach a Meiningen e ritorno. Grazie al motore a sua disposizione, Wilhelmine Ehrhardt mancò il podio per pochissimo. (si veda: https://www.bmw.com/it/automotive-life/donne-e-motori-11-personalita-nella-storia-del-settore-automotive.html)

Non è quindi vero che le donne non amano il mondo dell’automotive, non è vero che non hanno dato contributi essenziali allo sviluppo dei veicoli e dei motori, non è vero che sono cattive pilote e non è assolutamente vero che fanno più incidenti stradali degli uomini.

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La fine di una pandemia
Riflessioni sulla società del covid

La fine di una pandemia. Riflessioni sulla società del covid

Ansia, angoscia, senso di oppressione.

Morirò? Cosa potrebbe mai capitarmi se uscissi da quella porta?

Di certo quello che ci rimarrà della pandemia del covid è LA PAURA:  la paura della morte, la paura della solitudine, e l’entità di tutto ciò, che già prima di ogni lockdown ci angosciava, sicuramente è triplicata, ad ogni dpcm, mentre li leggevamo al chiuso, bloccati, imprigionati nei nostri pensieri, nel silenzio raggelante della nostra più  profonda angoscia.

Silenzio perché quelle paure, che dapprima erano solo vocine, piccoli titoli di giornali, hanno incominciato a crescere, progressivamente, fino a diventare onnipresenti, nella nostra mente, intorno a noi, diventando emozioni sempre più forti, spesso represse, forse perché timorosi di perdere l’autocontrollo, di esprimere un parere diverso da quello generale, o per semplice senso del pudore, pudore nel mostrarsi fragili, in preda al panico, più che giustificato dalla situazione, ma che ci mostrava per quello che siamo: costantemente soggetti al potere della morte.

Quelle paure si sono progressivamente ingigantite, fino a diventare una sorta di pane quotidiano, che però, al posto di nutrirci, ci stava consumando. Insieme alla quantità di titoli di giornali sempre più minacciosi, a telegiornali che non lasciavano ormai nessuno spazio a dubbi, a talk show che usavano tutt’altro che gentili vocine per diffondere la paura della morte, i nostri tentativi di mantenere la calma iniziavano a tracollare, e i nostri silenzi, immensi emblematici silenzi, iniziarono a tramutarsi in angoscia repressa, attacchi di panico senza voce, pianti misti al terrore di non farcela più a tenere dentro tutto quel peso.

Questa ovviamente potrebbe rispecchiare una situazione più che generale: il corona virus ha innestato nei nostri cervelli un senso di paura dilagante, che sicuramente ha messo a dura prova la serenità di chiunque.

La progressiva sensazione di sentirsi braccati come prede indifese di un animale mostruoso, che trucida le sue vittime senza alcuna pietà, è un’idea che senza alcuna remora è stata diffusa tra la popolazione mondiale, la quale, in un batter d’occhio, si è sentita attaccata e perseguitata da una nuova minaccia di morte.

La speranza a poco a poco ha iniziato giustamente a scemare: cadaveri in sacchi neri, morti in casa senza che nessuno accorresse, ospedali pieni, costi esorbitanti di mascherine, igienizzanti, dispositivi di protezione di ogni sorta hanno iniziato a lievitare, giusto per essere sicuri di dare il colpo di grazia. Un colpo di grazia che in realtà era ben lungi dall’arrivare, perché quello era solo l’incipit di una storia dell’orrore.

All’improvviso arrivano i vaccini, la salvezza assoluta… o almeno così era stato detto. Ci sono le cure! Non ci sono le cure! I vaccini ci salveranno! I vaccini non ci salveranno! E intanto spunta la tessera verde, un LASCIAPASSARE, il condono ufficiale per quello che fino a due anni prima erano normali diritti di un cittadino.

Il senso? Non si è capito bene ancora tutt’ora, e persino quelli che all’inizio sembravano aver preso bene l’inserimento quasi ossessivo di una sfilza di norme che si andavano ad aggiungere all’ansia, alla paura, all’isolamento che creava già di suo il covid, hanno iniziato progressivamente a stancarsi.

Questo articolo si limita ad un’analisi superficiale da un punto di vista psicologico di come tutto questo, tutta questa serie di sfortunati inspiegabili eventi abbiano avuto ripercussioni sulla salute psichica di tutta la popolazione.

Dapprima la pandemia, un virus sconosciuto che può in pratica soffocarci in pochi giorni, si diffonde in tutta fretta nel mondo, senza darci nemmeno il tempo di abituarci all’idea. I prezzi di ciò di cui avevamo più bisogno in quel momento si alzano in maniera sproporzionata, quasi sadicamente, i dispositivi di protezione acquistano il valore dell’oro, quasi come se si stesse cercando di far soldi sul dolore, la paura, la morte.

Stessa cosa avviene nei giornali: titoloni apocalittici, incentrati unicamente su una sola cosa, suggerimenti di articoli che gridano morte ci capitano persino mentre cerchiamo di acquistare in santa pace un nuovo frullatore online. La notizia ha puntato tutto sul dolore e la paura, tallone d’Achille di chiunque fin dall’alba dei tempi.

La pandemia c’è stata, un nuovo virus ha ucciso senza pietà milioni di persone nel mondo, ha obiettivamente aggiunto dolore ad altro dolore. Ma è come se il mondo, agenzie di media stampa, telegiornali, radio, talk show, tutto ciò che ha il potere al giorno d’oggi di comunicare, uniti come non mai in un’unica grande forza mediatica, avessero dato consapevolmente man forte a tutto questo dolore, un dolore che iniziava a colpire non solo il corpo, ma sembrava mirasse proprio alla mente.

Chiunque all’improvviso si è sentito circondato, da un lato, da un virus spregevole che attacca senza alcun preavviso, e dall’altro, da una società che non ha fatto altro che sottolineare la tragedia. Ora, la tragedia esisteva, ma perché fare in modo che la nostra psiche non si nutrisse di altro che di quella frustrante, logorante paura di smettere di respirare da un momento all’altro?

È come se il mondo non avesse fatto altro che rinfacciarci che saremmo potuti morire di lì a poco. Chiunque a un certo punto crollerebbe, e la fatica nell’aggrapparsi alla razionale consapevolezza che mantenere la calma e la lucidità, la serenità in casa e dentro di sé, sarebbe stata l’unica via d’uscita, è stata incommensurabile.

Un comune essere umano nel bel mezzo di una pandemia,  non solo ha dovuto lottare contro la paura di contrarre la malattia, di fare tutto il possibile per evitare di toccare ogni tipo di superficie contaminata, di stare alla larga da tutti gli incontri non necessari, di aver portato con sé almeno 4 mascherine nel caso una si fosse rotta, di aver messo o meno il gel igienizzante, e l’alcool sui prodotti della spesa, e misurarsi la febbre, e di capire se la tosse ci avrebbe uccisi da un momento all’altro….

Non solo ha dovuto lottare ogni giorno per più di due anni contro la pressante tentazione di cedere al panico e alla perdita del controllo, ma in un certo senso ha dovuto lottare anche contro il totale condizionamento da parte dei media che non hanno fatto che sottolineare quanto fosse pericoloso mettere piede fuori di casa e disobbedire alle regole.

Regole così poi tanto necessarie? Rimanere chiusi in casa ha giovato a qualcuno alla fine? Costringere ad una vaccinazione sperimentale di massa ha salvato la popolazione? Per non parlare poi della consequenziale ansia che ne è scaturita per via degli eventuali effetti avversi che si sarebbero potuti verificare, che non ha fatto altro che aggiungere ulteriore angoscia alla già soffocante sensazione di perdere la propria libertà da un momento all’altro, oltre che la vita. Per carità, la vaccinazione era un mezzo, avrebbe dovuto essere uno dei tanti, non l’UNICO E SOLO.

A livello psicologico tutta questa esorbitante serie di costrizioni, tutte queste pressioni esasperanti di varia natura, non hanno fatto altro che incrementare la sensazione di oppressione e soprattutto di controllo esercitato su di noi, noi che amiamo proclamarci liberi (nel rispetto del prossimo), noi che abbiamo sempre agito rispettando noi stessi e la nostra individualità, la nostra vita e quella degli altri ( almeno teoricamente). … Tutto questo mentre la minaccia costante di perdere la vita, che puntualmente ci veniva ricordata quasi ogni ora, alitava sui nostri colli come una belva ansimante in cerca di altre vittime innocenti.

Il fatto che il vaccino ci sia stato imposto e che per molti non ci sia stata alcuna libertà di scelta sicuramente ha incentivato la nostra progressiva sensazione di essere prede perseguitate in balia di decisioni altrui, nel mirino di cacciatori, di un’entità soffocante che deliberava tutt’altro che democraticamente al posto nostro.

Che fosse stato il covid o qualcos’altro a decidere per noi, in qualche modo la nostra capacità decisionale è stata fortemente limitata, assorbita in un agglomerato informe di dpcm, isolamento, paure e il rischio di perdere una vita dignitosa.

Quello che si sta criticando qui ovviamente non sono i vaccini. Viva la scienza, viva i vaccini che ci salvano dalle malattie e viva il genio dell’uomo capace di congegnare tali scoperte. Quello che qui si sta palesemente criticando invece, sia ben chiaro, è la totale mancanza di possibilità di scelta in tutto questo, che non ha fatto altro che incrementare, anche e soprattutto tramite i già citati media quasi a reti unificate, una specie di caccia a chi la pensa diversamente, una persecuzione psicologica che si è scaraventata ingiustamente su chi non ha voluto identificarsi nel pensiero unico vigente in quel periodo.

È raccapricciante vedersi tutt’a un tratto tagliati di netto i propri diritti, un taglio sorretto da motivazioni illogiche, quelle della limitazione del contagio, che avrebbe potuto esserci anche semplicemente mantenendo i dovuti dispositivi di protezione e gli accorgimenti in merito a distanziamento e sanificazione di ambienti.

Eppure la maggior parte dei cittadini vi è stata costretta: prima, seconda, terza dose, quarta in forse, con tutti possibili effetti connessi, effetti che non ci sono mai stati nella maggior parte, è vero, ma in alcuni ci sono stati, irreversibili, gravi, come anche la morte.

E in chi fortunatamente quegli effetti non si sono mai verificati, la paura di averli, in qualunque momento, non li ha forse condotti a vivere in un clima di stress psicologico costante? La costrizione a nuove dosi, e la tessera del lasciapassare, la minaccia dell’esclusione dalla società, e la paura di nuove varianti, hanno sicuramente scatenato in tutti noi una pressione psicologica fuori dal comune.

La nostra mente può tollerare solo un certo carico di stress, poi scoppia. Soprattutto in una società come la nostra in cui di solito si tende a sottovalutare l’importanza del carico emotivo reprimendo le nostre emozioni, simulando tranquillità, quando invece tolleriamo a fatica tutto quello che ci sta capitando (per varie ragioni).

Molti si sono adattati quasi subito, altri hanno accettato malvolentieri, altri ancora hanno iniziato a soffrire. Vedersi braccati perché non ci si è voluti vaccinare, sentirsi considerati degli untori (senza alcuna motivazione scientifica), colpevolizzati perché ci si è avvalsi del diritto della libertà di scelta, è stato un ulteriore fardello gravoso per il nostro già esasperato carico emotivo.

Oltre a chi non si è voluto vaccinare per libera scelta, c’era chi non poteva per motivi di salute, chi si era stufato di inocularsi un possibile set di vaccini da 12, o chi semplicemente non ne poteva più del sempre più maniacale controllo del governo su ogni singola mossa del cittadino.

Green pass e super green pass, tamponi a prezzi esagerati per i non vaccinati, violenza immotivata in manifestazioni di protesta del tutto pacifiche, la stampa monotematica fondata su un pensiero totalmente unilaterale, lo screditamento spesso anche aggressivo nei confronti di chi gentilmente osava esporre un parere che andava anche di un minimo contro l’idea unica generale, hanno sottolineato aspetti della società del Covid a dir poco inquietanti.

Tutta questa situazione non ha fatto altro che appesantire il carico di un lavoratore medio italiano che, oltre al covid, oltre alle spese e alla cura della propria famiglia, oltre ai rincari in bolletta, oltre ad essere costretto ad un vaccino forzato pur di al mantenere il proprio lavoro, si è visto limitato in ogni sua “scelta”, vedendosi arrivare a tutta velocità un aut aut grande quanto un tir, che ha impattato inevitabilmente, e con tutta la violenza possibile, nella sua vita, in ogni suo aspetto.

La vaccinazione è importante per la prevenzione di molte malattie, ma il modo con cui, questa vaccinazione in particolare, è stata estorta, lo è altrettanto, in modo negativo, perché rileva aspetti della nostra società che credevo, ingenuamente, non esistessero. E vaccinarsi è fondamentale per combattere numerose malattie, ma che sia una scelta riflettuta, totalmente consapevole, è allo stesso tempo imprescindibile. L’imposizione coatta è pura violenza.

Il punto centrale di questo articolo non è la vaccinazione ovviamente, ma è l’insieme di provvedimenti, di modalità con cui è stata gestita la pandemia che ha fatto venire a galla una pressione sociale e di conseguenza psicologica che ha nociuto profondamente a tutti noi in maniera indistinta, lasciando strascichi che probabilmente continueranno a condizionarci ancora per anni.

Il ragazzo che si è dato fuoco il 31 gennaio 2022 potrebbe essere un esempio. Darsi fuoco. 33 anni. Nessun comportamento antisociale o sospetto rilevato precedentemente a questo terribile evento. Il culmine esasperato di una condizione psicologica portata allo stremo concretizzatosi nel peggior modo possibile? Darsi fuoco è la somatizzazione di una perdita di controllo incommensurabile.

Ma non solo perdita di controllo, anche di speranza, della capacità di attendere che tutta questa esasperante pressione sarebbe giunta al termine prima o poi. Un ragazzo giovanissimo che decide di mettere fine alla propria vita. Un desiderio macabro quanto rilevante di un possibile senso di oppressione e di frustrazione allarmanti.

Eppure è sembrato che tutto tacesse.  Nessuno che si sia chiesto perché, nessuna testata giornalistica che si interessasse alle ragioni alla base di quell’atto estremo. Perché? Un’azione così grave, che a mio parere potrebbe essere considerata l’emblema metaforico di questa società del covid: il cittadino esasperato che vorrebbe darsi fuoco, ridotto al limite nelle sue capacità decisionali, di gestione della violenza psicologica subita, che ormai senza forze, si è arreso permettendo alla propria paura di divorarlo vivo.

Sembrava un incubo, eppure non lo era affatto:  un mondo distopico, fatto solamente di virus assassini in cui la belva mediatica contava sistematicamente i morti, tipo caduti di guerra, ricordando sommessamente (ma nemmeno tanto) che il prossimo saresti potuto essere tu, un’economia che sembrava volerti succhiare fino all’ultima goccia di sangue, vaccini obbligatori, cittadini gli uni contro gli altri.

Come se tutto questo non fosse bastato è stato volutamente aizzato l’odio, il disprezzo, la discriminazione, basata su ingiustificati pregiudizi presentati sotto false spoglie scientifiche, e in sostanza prettamente politici, che hanno incentivato isolamento, crudeltà, ignoranza.

Ignoranza perché molti non ragionano, ma preferiscono lasciarsi trascinare dall’odio quando si ha paura. Molti prediligono la rabbia e l’aggressività alla calma e al rispetto per la libera individualità che spetta di diritto ad ogni singolo essere vivente. Ci si lascia trasportare dalla massa, che freme nel puntare furiosamente il dito contro qualcuno, piuttosto che fermarsi a riflettere, sul senso di tutto quello che sta accadendo.

Sono  state aggressivamente, violentemente, negligentemente imposte delle norme che, proprio per il modo con cui sono state forzate, hanno lasciato ferite indiscusse in tutti noi, non solo da un punto di vista psicologico, ma anche fisico. Alla fine la nostra psiche governa tutto il resto, e se si fa qualcosa controvoglia questo non potrà mai portare a dei risultati positivi.

Sono stati calpestati gli individui, con la scusa di fare del bene… ma a chi esattamente? Si è dato per scontato che ciascuno di noi fosse così stupido da non conoscere cosa sia meglio per sé stesso? E anche se fosse stupido, perché hanno provato a negare persino la libertà di essere stupido? Perché qualcuno dovrebbe considerarsi degno di prendere decisioni al nostro posto, all’improvviso dichiarandoci  incapaci di pensare a noi stessi?

E perché è stato usato l’odio come arma fondamentale per attaccare i pochi rimasti a pensarla diversamente?

Quante atrocità si compiono nel mondo, eppure non ho mai visto così tanto spropositato accanimento verso chi semplicemente non si è arreso nell’affermare il proprio diritto di decidere del proprio corpo… condannandolo ad essere considerato un criminale. Si è stati condannati a vergognarsi di non voler assecondare un pensiero generale, al disprezzo e alla colpevolizzazione costante di chi ha esercitato un proprio diritto, e tutto ciò è stato gradatamente normalizzato.

Normalizzare l’odio rimane terrificante, qualunque sia il contesto l’odio e l’aggressività non avranno MAI ragioni. Quasi come se esistessero ambiti e ambiti, come se l’odio fosse deprecabile in alcuni e non in altri, a volte semplicemente si giustifica, si normalizza. Tutto ciò è aberrante. Perché l’odio e la discriminazione, indipendentemente dall’ambito sono sbagliati, sempre. Privare un cittadino di libertà – una libertà sempre condizionata al rispetto degli altri, sia chiaro – è aberrante, oltretutto nascondendosi dietro bugie, inganni.

Questa è la società del covid, almeno in Italia.

L’ideale sarebbe non dimenticare, imparare che l’odio non è mai la soluzione, come anche lasciarsi andare alla paura, non dimenticare che la propria frustrazione non si risana di certo maltrattando (fisicamente o psicologicamente) un altro essere umano che palesemente non ha fatto nulla a nessuno.

Si dovrebbe imparare che la paura e l’irrazionalità vanno sempre a braccetto nella natura umana, ma che l’irrazionale rabbia che ne potrebbe scaturire in questi casi è sempre catalizzata verso mete sbagliate. La violenza non è MAI la soluzione a nulla, e se qualcuno la fomenta in qualche modo bisognerebbe prenderne immediatamente le distanze.

La società del covid non va dimenticata, perché non va dimenticata l’importanza della libertà individuale, e la libertà del prossimo, a prescindere da tutto noi siamo dalla nascita INDIVIDUI LIBERI, e se non nuociamo a nessuno, non dobbiamo sentirci in colpa solo perché facciamo quello che noi riteniamo più giusto per noi stessi. Il SENSO DI COLPA e la vergogna DEVONO ATTIVARSI quando realmente facciamo del male a qualcuno, NON RISPETTANDO LA SUA LIBERTÀ, i suoi diritti, la sua individualità.

È finita una pandemia, ma ne rimane un’altra: la pandemia dell’ipocrisia, della crudeltà umana, che si approfitta del dolore per fare soldi, la pandemia del pregiudizio, la pandemia di una politica, apartitica, che impone e non accoglie l’umanità del suo popolo. La verità è che continuiamo a navigare, in bilico tra il naufragio e l’affogamento imminente, in una società malata, impregnata di corruzione e malessere psicologico, una società limitata e indebolita dalla paura, resa inerme e incapace di riflettere, perché stordita da finte “verità” imbellettate, dai social, dai media, dal nostro stesso governo.

La verità però, prima o poi esce sempre fuori, e l’unica cosa che metterà fine a questa pandemia, reale, concreta, è il vaccino contro la chiusura mentale, la paura che non fa ragionare, il pregiudizio che condanna chi è diverso e prende di conseguenza scelte diverse dalle nostre, il vaccino che dovrebbe stimolare in nostro sistema immunitario alla produzione di solidarietà, comprensione, amorevole appoggio, gli uni con gli altri, in un sistema che ci vorrebbe unicamente divisi, impauriti, soli, confusi.

Per leggere gli articoli di Giusy De Nittis su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

Parole e figure / Essere me

“Essere me” è la cosa più bella del mondo. Ce lo racconta Luca Tortolini e Marco Somà, in un omaggio al celebre King Kong

Essere me, di Luca Tortolini e Marco Somà, edito da Kite, è un albo controcorrente che smonta forse il più grande tra i miti della nostra contemporaneità: la bellezza della fama.

Tutti (o almeno tanti), oggi, vorrebbero essere ricchi e famosi, ad ogni costo, subito, velocemente, facilmente, fulmineamente. Essere rincorsi da fan urlanti muniti di videocamere e telefonini, da fotografi o giornalisti con la penna (o il tablet) in mano alla ricerca di un autografo o di una fugace stretta di mano.

Ma siamo sicuri che questo convenga? Sono molti a non pensarla proprio così. Un tempo erano coloro che fuggivano dai paparazzi sfrontati, invadenti e maleducati, in questo bell’albo illustrato è una grande e indimenticabile icona del cinema che ci racconta il retrogusto amaro del successo.

“Tutti pensano che io viva in un sogno da fiaba. Mi dicono “come vorrei essere nei tuoi panni”. Ma il mio più grande desiderio sarebbe andare in giro nudo. E non mi è permesso.”

A parlare un gorilla, Ughm, dichiaratamente ispirato al personaggio di King Kong, strappato al suo ambiente naturale, umanizzato, elegante e raffinato, agro di finzioni, di gente che gli sta attorno per proteggerlo, per aiutarlo, per fargli compagnia. Di spot senza senso da girare, di cocktail party da frequentare, di contratti da firmare.

Ughm è stanco di essere un divo, vorrebbe il suo spazio, parlare come crede, fare quello che vuole, vivere come tutti gli altri. Ma che, a causa di una fama insaziabile, non può. Non è libero, è schiavo del sistema, di chi lo vuole come deve essere e non come è. Non veste i suoi veri panni. Basta popolarità, basta umani, basta lusinghe, basta set e recitazioni, basta solitudine. Nemmeno la fidanzata si può scegliere.

La gabbia preme, la voglia di ascoltare i propri desideri impera.

Una lotta contro quell’essere come gli altri ci vogliono, come gli altri ci vedono, come si deve essere, come si conviene che sia.

Un grido di libertà, la forza di scappare, di mollare tutto. E chi s’è visto s’è visto. Au revoir.

Un libro, in un’atmosfera hollywoodiana da Viale del tramonto, che fa bene, un invito a lasciar andare ciò che pare più conveniente ma che, alla fine, non fa davvero per noi.

Un invito a voler essere solo noi stessi – la cosa più bella del mondo – e a volerci bene.

 

Luca Tortolini e Marco Somà, Essere me, Kite edizioni, Padova, 2020, 32 p.

La pace è la via: incontri con le Combattenti per la Pace:
tutte le date del tour italiano di novembre

La pace è la via: incontro con le Combattenti per la Pace

Incontri con l’israeliana Eszter Koranyi e la palestinese Rana Salman, Co-direttrici dell’organizzazione pacifista nonviolenta Combattenti per la Pace (Combatants for Peace)

15-21 Novembre, Milano, Torino, Firenze, Roma, Napoli
Evento organizzato da Multimage e dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli con Assopace Palestina, Centro Studi Sereno Regis, MIR, Pressenza,  Rete A.Gi.Te., Volere la Luna.

Dal 15 al 21 Novembre prossimi saranno in Italia Eszter Koranyi e Rana Salman co-direttrici di Combatans for Peace, movimento pacifista israelo-palestinese sulla cui storia e instancabile impegno di riconciliazione Multimage ha recentemente pubblicato il libro Combattenti per la Pace che verrà presentato a Milano Book City 2024 con due appuntamenti:

  • venerdì 15.11, h 21 ospiti del Co-Housing Base Gaia, Via Crescenzago 101;
  • sabato 16.11, h 11,30 alla Casa delle Donne di Milano, Via Marsala 8/10.

Sarà un’occasione d’incontro con questa importante esperienza di attivismo pacifista pressoché ignorata dai media mainstream, che si è inaugurata vent’anni fa dalla coraggiosa obiezione di coscienza di ex militari israeliani ed ex militanti palestinesi desiderosi di trovare un’alternativa alla spirale della violenza e si è via via sviluppata in un movimento di uomini, donne e sempre più giovani, con un fitto programma di iniziative condivise, percorsi di advocacy e interventi di interposizione nelle aree della Cisgiordania assediate dai coloni, che potrebbe considerarsi il prototipo di quella società ‘bi-nazionale’ che nessuno osa più sognare e che per questi Combattenti per la Pace è già una realtà.

Dopo gli appuntamenti di MilanoBookCity 2024 il tour di Eszter Koranyi e Rana Salman si svilupperà tra Torino, Firenze Roma e infine Napoli con la seguente agenda di incontri:

  • Torino, 16.11 – h 17.30: al CAM – Cultures and Mission, Via Cialdini 4, a cura del Centro Studi Sereno Regis con l’adesione delle Rete A.Gi.Te., MIR e Ass.ne Culturale Volere La Luna;
  • Firenze, 17/11 – h 21: alla Casa del Popolo 25 Aprile, Via Bronzino 117 (e il mattino dopo incontro con l’Amministrazione di Firenze in relazione al recente riconoscimento dello Stato di Palestina) a cura di Assopace Palestina;
  • Roma, 18/11 – h 17.30: a Spin Time, Via S.ta Croce di Gerusalemme 55 (e il mattino dopo incontri a livello istituzionale) a cura di Assopace Palestina;
  • Napoli, ospiti del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, per i tre incontri previsti tra il 19 e il 20/11, all’interno di una XVI Edizione interamente dedicata alle “Culture della Pace” : Martedì 19/11 h 16.00 – Proiezione del film “No Other Land”,  a seguire: incontro con le ‘Combatants for Peace’; Mercoledì 20/11,  h 10,00 Auditorium MANN – Gli studenti napoletani incontrano Eszter Koranyi e Rana Salman; h 16.30 Piazza Forcella: “La lezione delle Scuole di Pace di Strada”.

Ulteriori info e contatti stampa: info@multimage.org

In copertina: Eszter Koranyi e Rana Salman (Foto di Andrea Krogman)

Questo articolo è uscito in anteprima sulla agenzia pressenza il 4 novembre 2024

Il risparmio non è più una virtù… praticabile

Il risparmio non è più una virtù… praticabile

Anche quest’anno l’Acri (Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio Spa) ha presentato un’indagine, realizzata in collaborazione con Ipsos, che restituisce una fotografia relativa al modo in cui gli italiani gestiscono e vivono il risparmio, che nel tempo ha subito una trasformazione significativa.

Le generazioni precedenti consideravano il risparmio come un pilastro fondamentale della gestione finanziaria personale, associato a virtù come la prudenza e la saggezza, ed era visto come una garanzia per la sicurezza finanziaria della famiglia contro le incertezze della vita.

Oggi, il risparmio è considerato principalmente come una necessità per garantire tranquillità e stabilità economica (per il 38% degli italiani), specie dai Boomers (i nati tra il 1946 e il 1964; la generazione Z dei nati tra il 1995 e il 2010 è così definita invece perché viene dopo la X, dei nati tra gli anni ‘60 e ‘70, e la Y, cioè i millennial, nati tra gli anni ‘80 e ‘90) presso i quali il dato raggiunge il 46%. In seconda battuta è un’opportunità per raggiungere specifici obiettivi.

I giovani sono consapevoli di avere priorità e obiettivi di risparmio differenti da quelli dei loro genitori e seguono le loro priorità (lo dichiarano rispettivamente il 63% dei GenZ e il 64% dei Millennials vs il 56% del totale).
Il 33% degli italiani percepisce, inoltre, di avere una capacità di risparmio minore rispetto alle generazioni precedenti a causa delle condizioni macroeconomiche attuali, in particolare l’aumento del costo della vita (70%) e le condizioni lavorative contemporanee (60%), e per i cambiamenti negli stili di vita (60%).

In particolare, l’aumento del costo della vita è sentito dalla GenZ (76%) e dai Boomers (77%), mentre le differenti condizioni lavorative sono menzionate dalla GenX (65%). Trasversalmente alle generazioni rimane alta l’attenzione al risparmio, quando possibile.

Le priorità di risparmio riflettono anche un cambiamento nei bisogni e nei desideri. I più maturi tendono a risparmiare principalmente per far fronte a un futuro incerto, concentrandosi su spese impreviste, al rischio di spese mediche (rispettivamente 61% e 50%) e per raggiungere la sicurezza finanziaria. Al contrario, i giovani sembrano più orientati al presente, risparmiano per permettersi viaggi e svaghi (Gen Z pari all’28%; Millennials pari al 29%), indice di un desiderio di esperienze piuttosto che di accumulo di beni materiali, che è una delle cifre delle nuove generazioni.

Sono anche le prospettive economiche dell’Europa e soprattutto dell’Italia ad impensierire gli italiani e ad incidere sul risparmio. Essi pensano infatti che la situazione economica rimarrà stabilmente negativa.
Nel complesso, è venuta meno la ripresa di fiducia del periodo post-pandemico.

A intaccare la fiducia hanno probabilmente contribuito diversi fattori: le tensioni politiche interne all’UE emerse con più forza all’indomani delle elezioni europee, comprese le questioni relative alla migrazione e alla gestione delle frontiere; i profondi cambiamenti nel panorama geopolitico e le tensioni per i conflitti in atto che hanno influenzato la percezione della capacità dell’UE di mantenere una posizione forte e unitaria sulla scena internazionale; un’Europa che appare ancora come il luogo della libertà di scambio e movimento (29%), ma ingessata da troppa burocrazia (33%), e da una mancanza di omogeneità delle regole nei diversi Paesi, non riuscendo a far sì che tutti gli stati membri operino in modo trasparente e democratico; minore soddisfazione verso l’Euro rispetto al picco del 2021 (40% vs 49% nel 2021), anche se la maggior parte degli italiani continua a ritenere che nel lungo periodo l’Euro offrirà un vantaggio (50%). Ciò nonostante, la maggioranza degli italiani continua a ritenere che l’uscita dall’UE sarebbe un grave errore (61%).

Il Rapporto evidenzia anche che il numero di famiglie in difficoltà lavorative è in leggero aumento, passando dal 15% nel 2023 al 17% nel 2024. Sono persone che in parte non trovano il lavoro auspicato, o che hanno avuto un peggioramento nelle proprie condizioni lavorative.

E non va dimenticato che il numero di individui in povertà si assesta ormai da diversi anni a 5,7 milioni (poco meno di 1 italiano su 10) e che la povertà sale tra chi lavora, un effetto forse legato all’inflazione, che ha colpito maggiormente chi non aveva possibilità di rivedere il proprio paniere di acquisto, e alle condizioni contrattuali.

Qui l’indagine integrale: www.acri.it/eventi/100-giornata-mondiale-risparmio

L’articolo di Giovanni Caprio è già uscito sull’agenzia pressenza del 2 novembre 2024

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“Sinistra pensante. La battaglia delle idee”:
incontro pubblico, Ferrara, martedì 12 novembre 2024 alle ore 17

In questi decenni la sinistra ha subito una sconfitta sul piano delle idee. In particolare su tre questioni: la pace, la democrazia, la politica. Abbiamo visto scomparire due idee fondamentali dal suo lessico e dalla sua pratica politica: la giustizia sociale e il pensiero critico. Nell’incontro si proporranno alcuni esercizi di riflessione come linee guida per perplessi non disponibili ad accettare risposte semplici a domande complesse.
Il primo imperativo: capire cosa è accaduto. Il secondo imperativo: elaborare un’idea di politica partecipata. Dentro la nuova sinistra le parole chiave dovrebbero essere: partecipazione, cultura, formazione permanente.

E’ vitale uscire dal ‘campo chiuso’ di una idea oligarchica della politica. Occorre un’invasione di campo! Soprattutto da parte dei giovani che, come ricordava l’indimenticabile Sandro Pertini, non hanno bisogno di prediche, ma di esempi di onestà, competenza, coerenza etica, coraggio politico.
I partiti di sinistra devono riformarsi e accettare un confronto e un’alleanza alla pari con sindacati, associazioni, movimenti, liste civiche che sono cresciuti in questi anni dando vita ad una originale esperienza di ‘autonomia politica del sociale’. In estrema sintesi, si tratta di raccogliere l’invito di una grande personalità  della sinistra politica e intellettuale del secolo scorso, Claudio Napoleoni: “Cercate ancora!”

 

L’incontro è promosso dalla Biblioteca Popolare Giardino