Regolarmente accade che prese di posizione come quella assunta nei giorni scorsi dal cardinale Bagnasco e dal presidente dell’Age (Associazione italiana genitori) contro le iniziative del Miur per contrastare, a partire dalle scuole, ogni forma di discriminazione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, riaprano un’annosa questione, che per di più ha contribuito a mantenere nell’ambiguità il ruolo del sistema formativo del nostro paese, quando non a frenarne la crescita in qualità.
Mi riferisco al peccato originale del sistema scolastico pubblico italiano, quello per cui nel 1894 il ministro dell’Istruzione all’epoca, Guido Baccelli, esordiva in parlamento, a proposito dei nuovi programmi per la scuola elementare, con la frase: «Istruire quanto basta, educare più che si può».
Da allora ai giorni nostri sulla scuola è piovuta ogni sorta di educazione, dal virile e patriottico indottrinamento del regime fascista alle educazioni più gentili alla salute, all’ambiente, stradale, alimentare, digitale, multimediale, alla legalità, alla cittadinanza attiva e l’elenco sarebbe ancora molto lungo se solo lo volessimo completare, tutto sempre comprimendo questo ampio spettro di compiti, attribuiti alla scuola e ai suoi insegnanti, nel modesto orario settimanale delle discipline.
Non è mia intenzione aprire una querelle, tipo l’uovo e la gallina, riproponendo una sterile quanto inutile contrapposizione tra educazione e istruzione. La connessione delle due funzioni è di una tale reciprocità che salta agli occhi anche dei più sprovveduti.
Ma non siamo inglesi. Gli inglesi tale problema non potrebbero mai porselo, perché l’hanno risolto a monte avendo un’unica parola da poter usare: education, che, al di là delle apparenze, significa istruzione.
Dal 1948 l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclama: «Tutti hanno diritto all’istruzione». Ma se si vanno a rileggere gli atti del dibattito della commissione che giunse, attraverso non pochi compromessi, a questa formulazione, si vedrà che si confrontarono due modi diametralmente opposti di concepire l’istruzione. Quello dei paesi con sistemi scolastici autoritari per ragioni ideologiche o religiose, e quello dei paesi con sistemi scolastici che autoritari non sono.
Può il diritto all’istruzione essere garantito in tutto il mondo a prescindere dalle differenze culturali, religiose, politiche e sociali? Purtroppo sappiamo che non è così, perché la volontà di condizionare i comportamenti delle persone, soprattutto quelli delle giovani generazioni, porta a una prevaricazione dell’educazione sull’istruzione come fonte di sapere e di conoscenza, uccidendo la possibilità per ognuno di scegliere e quindi di essere uomini e donne liberi.
Forse è anche per questo che i nostri padri costituenti, con un’intelligenza e lucidità che ancora a distanza di tempo lasciano stupefatti, la parola educare la usano una volta sola e nel testo dell’art. 30 a proposito della famiglia che deve “istruire ed educare i figli…”. Mentre lo Stato riserva per sé il solo compito di istruire: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione…” (art.33), “L’istruzione […] è obbligatoria e gratuita” (art. 34).
Non è un caso che dal dopoguerra in poi nel nostro Paese ci sia il ministero dell’Istruzione e non più il Ministero dell’educazione nazionale dei Gentile e dei Bottai.
Lo Stato non ha una sua visione educativa, non ha una sua pedagogia. Se così fosse sarebbe uno Stato confessionale, uno Stato di sudditi anziché di cittadini. La nostra scuola è pubblica e laica, laica nel significato che appartiene al popolo, non al cardinale Bagnasco e neppure a nessun presidente dell’Age o di qualunque altra consorteria politica o religiosa.
La visione educativa deve averla la società nelle persone che la compongono, nelle sue organizzazioni e associazioni, visioni che non possono che essere le più varie, specie in un mondo globalizzato, sempre più a grana multiculturale e multietnica.
La scuola statale istruisce attraverso la ricerca, l’esercizio della critica e l’apprendimento del sapere, perché ognuno costruisca la conoscenza necessaria alla propria crescita, a creare se stesso, come è nell’etimologia della parola crescere, consapevoli che l’esperienza scolastica, fortunatamente, non è esaustiva della formazione delle persone.
È proprio dalla tutela, dalla difesa e dalla qualificazione del ruolo della scuola pubblica come luogo dell’istruzione che discende la garanzia che ogni insegnamento in essa impartito non è mai una forma di indottrinamento, salvo quello, ma da ciascuno liberamente scelto, della religione cattolica.
E d’altra parte come potrebbe essere di fronte a quella dirompente modernissima forza prescrittiva che è il primo comma dell’articolo 33 della Carta costituzionale: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.
Ciò che indigna, ciò che nessuno cittadino, a partire da chi esercita professione di cultura nelle nostre scuole, dovrebbe tollerare, non è già la presa di posizione di questo o quel gruppo, di questa o quella gerarchia ecclesiastica, ma che il governo del paese si inchini al loro volere, ritirando i propri provvedimenti per combattere l’omofobia, umiliando la scuola, chi vi lavora, i suoi studenti, tradendo i principi dettati dalla Costituzione su cui ha giurato.
C’è da chiedersi che Paese è quello che continua a tollerare simili sfregi, che educazione costruita sull’argilla darà mai ai suoi figli? Sono questi i sepolcri imbiancati di cui parla papa Francesco? E allora cosa aspetta la Chiesa a dare una mano a sbiancarli a partire dalla scuola?
O dovremo assistere all’espandersi anche tra le aule scolastiche della scandalosa obiezione di coscienza che, umiliando le donne, la loro dignità e la nostra, si consuma ogni giorno negli ospedali del sistema sanitario pubblico?
Pare che in Francia lo stiano già facendo e in Italia gli epigoni siano sul piede di guerra, quello di tenere a casa dalle lezioni scolastiche i propri figli un giorno al mese per protesta contro una scuola che, poiché fa il suo mestiere di istruire, insegnare, informare, mina i valori della famiglia e dell’educazione cattolica. Liberi di farlo, sottostando alle regole sulle assenze da scuola, ovviamente. Nel caso, presumo, assenze ingiustificate.
Non libero il nostro ministro dell’Istruzione, appunto, di subirne il ricatto, svilendo ancora una volta di più la scuola della nostra Costituzione, ridotta ad essere nana su spalle da giganti.
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Giovanni Fioravanti
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