Vi è mai capitato che le vostre nonne o i vostri nonni o i vostri genitori vi raccontassero di quando le porte delle case erano aperte, le sedie erano fuori in cortile o sui balconi, pronte a ospitare il ‘far filò’ quotidiano? Abitudini e consuetudini che il tempo ha cancellato. O forse no, perché ritornano in una nuova forma: voilà le ‘social street’.
In tutto il mondo oggi sono più di 300 e in Italia coinvolgono circa 30.000 persone. La prima esperienza è via Fondazza nel centro di Bologna, fra strada Maggiore e via Santo Stefano, 1850 abitanti e tanti studenti. Luigi Nardacchione, uno dei fondatori, ha raccontato a Ferrara questo esperimento sociale che sta fra tradizione e innovazione, nella sede della Protezione civile di piazza Castellina, nell’ambito del primo degli incontri “La città si-cura”, organizzati dall’Ufficio sicurezza urbana del Comune e dal Centro di mediazione –
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Tutto è iniziato nel settembre 2013 dalla considerazione che “ormai non si conosce più il proprio vicino”, da qui “un’idea semplicissima e forse proprio per questo rivoluzionaria”: creare un gruppo su Facebook per conoscere il vicinato e ricreare quella fiducia, quel senso di comunità che esistevano in un passato in fondo non così lontano. A partire dal semplice saluto per la strada si tenta di abbattere il muro dell’individualismo cresciuto fra le persone in questi anni, si lavora su una povertà di cui non si parla molto spesso perché è funzionale alla società dei consumi: la povertà di relazioni sociali. “Quando sappiamo che attorno a noi c’è un contesto sociale che può fornire una rete di appoggio in caso di bisogno ci sentiamo più sicuri”, assicura Luigi. Un altro elemento fondamentale è che in via Fondazza “non esistono categorie di persone, ma persone che condividono spazi”, in modo che tutti coloro che ci vivono possano “sentirsi parte di qualcosa” sottolinea Luigi.
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Come ha affermato Nicola Grandi, via Pitteri a Ferrara è una delle prime realtà a seguire l’esempio bolognese nel novembre 2013, “lo scopo è conoscerci meglio, parlare, condividere, rendere la strada più vivibile”: una cassettina per il bookcrossing, un oblò di una lavatrice trasformato in una bacheca di quartiere, cene di vicinato, un orto condiviso di erbe aromatiche, osservazioni astronomiche collettive, sono solo alcuni esempi delle attività dei “pitteriani”.
Quando ci si sente parte di qualcosa, spesso accade che si sia più propensi a prendersene cura: dobbiamo riabituarci a pensare che casa nostra non finisce sulla porta. Se è vero che servono più spazi di aggregazione e socializzazione spontanea, è vero anche che bisogna cambiare prospettiva e iniziare a pensare che lo spazio pubblico non è dell’amministrazione, ma è di tutti i cittadini e quindi di ciascuno di noi. I beni comuni non sono beni che non appartengono a nessuno, appartengono a tutti e tutti hanno il diritto di usarli e il dovere di conservarli per il resto della collettività, presente e futura.
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Federica Pezzoli
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