di Roberta Trucco
“C’è martirio e martirio. L’iconografia del supplizio femminile nella storia dell’arte”: è il titolo di una conferenza che ho ascoltato pochi giorni fa al museo di Sant’agostino a Genova, organizzata dal comitato cittadino di Senonoraquando.
Santa Caterina di Alessandria, Santa Anastasia, Santa Barbara, Sant’Apollonia, Sant’Agnese e molte altre. Tutte donne colte, donne indipendenti, alcune diaconesse, donne che parlavano in pubblico e che, dopo un diniego al potente di turno sono prima state rinchiuse in prigione, o nei bordelli per essere corrotte, e poi – dopo processi spaventosi – sacrificate nei modi più orrendi. Perché il no al potente non era un semplice rifiuto a un singolo, ma il diniego ‘all’ordine Naturale’ su cui si fonda il patriarcato e il potere stesso.
In questi pochi mesi del 2019. Angela, uccisa a Genova nell’aprile del 2018 dal suo compagno: il giudice ha deciso di dimezzare la pena al suo assassino perché “disperato, deluso, risentito del comportamento di lei…”. A Bologna all’assassino di Olga è stata dimezzata la pena perché in preda a una “tempesta emotiva”. Ad Ancona, l’assoluzione da parte di un collegio giudicante al femminile di uno stupratore perché lei era “troppo mascolina”. Tutti tentativi agghiaccianti di reintrodurre il delitto passionale abolito nel 1981, che prevedeva attenuanti per uomini che uccidevano donne per punirle delle loro condotte disonorevoli. Condotte appunto che si discostano dall’ordine Naturale. Donne che hanno l’ardire, con i loro rifiuti, di spostare l’ago della bilancia su cui si misurano i valori della comunità.
Non serve dunque guardare al passato: i supplizi femminili non finiscono perché la libertà delle donne non rientra nel sistema in cui viviamo. L’ autodeterminazione viene sbandierata nelle dichiarazioni dei diritti umani, ma deve restare inattuata e inattuabile per le donne, simbolicamente le deboli per eccellenza: per loro, condizione duratura, mentre i bambini crescono liberandosi da questo stigma. E, dunque, meritano sì la protezione, ma non la libertà di scelta, che se riconosciuta minerebbe le fondamenta del sistema patriarcale.
Non stupisce quindi che rappresentanti del governo presentino il Ddl 735, conosciuto come Ddl Pillon, decreto da cui anche il Movimento delle Donne per la Chiesa ha preso distanze chiare e nette. Nella dichiarazione delle donne per la Chiesa si legge: “Il substrato culturale del decreto parte innanzitutto da una immagine del tutto stereotipata della donna e dalla volontà di confinarla nel ruolo di madre e moglie […] denunciamo l’utilizzo della religione come strumento di potere, nel nostro caso di potere patriarcale, che ha buon gioco nell’estrapolare e strumentalizzare alcuni passi delle scritture per legittimare una condizione di inferiorità femminile che non può riferirsi al messaggio evangelico, ma che si ha estremo interesse a mantenere immutata”. (Leggi di più QUI)
Un decreto il cui obiettivo primario, anche se celato dietro la fallace e menzognera dicitura “garanzia di bigenitorialità”, è quello di distruggere l’autorevolezza delle donne e le libertà da loro recentemente conquistate.
Non stupisce che rappresentanti del governo come il ministro Salvini, presenzieranno al Wcf, il Congresso mondiale delle famiglie, che si terrà a Verona il prossimo 29/30 marzo. Un forum che vede riunirsi gruppi reazionari sparsi per il mondo che proclamano un ‘ordine Naturale’ in nome del quale sanciscono la subordinazione delle donne quale diritto sociale inalienabile, perché unico in grado di stabilire un ‘Ordine’ (leggi anche ‘Seguaci di un Dio violento’ su ‘Estreme Conseguenze’).
Per i pochi potenti e i pochi ricchi di questo pianeta l’unico modo per mantenere lo status quo è rifondare ‘l’ordine Naturale’ a partire dal suo primo tassello: la subordinazione di un genere e dunque la soppressione della sua autodeterminazione.
Come mi disse un paio di anni fa in un’intervista Grazia Francescato, leader dei Verdi, ecofemminista, da sempre in prima linea in difesa della natura e dei diritti delle donne: “l’ideologia patriarcale riduce la Natura a merce da sfruttare, la considera passivo oggetto di dominio. Identico processo di sfruttamento/oppressione riservato alle donne”.
Il volto della protesta però in tutti i campi è donna. Berta Cachares, Marielle Franco, Malala, Nadia Murad, Emma Gonzalez, Alexandra Octavio Cortes, Nasrin Sotoudeh, Greta Thunberg, Teresa Forcades… E potrei continuare.
“Non possiamo risolvere una crisi se non la trattiamo come tale […] E se le soluzioni sono impossibili da trovare all’interno di questo sistema significa che dobbiamo cambiare il sistema”, ha detto Greta Thunberg, mentre Alexandra Octavio Cortes ha affermato: “Il sistema è rotto”.
Il sistema vacilla, e purtroppo è fisiologico che in queste condizioni ci sia una recrudescenza reazionaria, ma bisogna continuare a picconarne le fondamenta con coraggio.
Il pianeta è femmina è interesse di tutte e tutti impedirne il massacro.
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