Skip to main content

IL FESTIVAL DEVE FARE ANCORA UN PASSO:
Internazionale diventi un presidio permanente di informazione diffusa

di Michele Ronchi Stefanati

Circa un anno fa, il 10 ottobre del 2019, sulle colonne del quotidiano La Nuova Ferrara, avevo proposto di fare di Internazionale a Ferrara un presidio permanente di informazione diffusa. Chiesi cioè agli organizzatori di pensare a un cambio di format del festival che, dal 2007, porta a Ferrara giornalisti da tutto il mondo.
Il nuovo format consisteva in una sua estensione nel tempo, certo, ma anche e soprattutto nello spazio: un Internazionale a Ferrara della durata di un anno e con incontri non solo nel centro cittadino ma anche in luoghi periferici, marginali, nei paesi della provincia e nei luoghi di lavori, di cura, di istruzione. Nelle fabbriche, nei bar, nelle scuole, nei negozi, nelle aziende. L’idea era quella di diffondere idee internazionali e informazione di qualità su ciò che accade in Italia e nel mondo, favorire lo scambio tra dimensione locale e internazionale, arrivando anche a chi normalmente è escluso, per mille ragioni, volontariamente o suo malgrado, dalla tre giorni del festival.

Nei giorni successivi alla pubblicazione della proposta, sono state numerose le adesioni a quell’idea, provenienti da Ferrara e dal mondo, sia da semplici amanti del festival che dagli addetti ai lavori, giornaliste/i, attiviste/i, intellettuali, come il linguista Federico Falloppa (Università di Reading), il criminologo Federico Varese (Università di Oxford), lo scrittore Diego Marani, la giornalista del Times Federica De Caria [Cfr La Nuova Ferrara 12/102019]. Poco più tardi, sono arrivate le risposte, positive, delle istituzioni co-organizzatrici, nelle persone dell’assessore alla cultura, Marco Gulinelli, della presidente dell’Arci, Alice Bolognesi e dello stesso direttore della rivista Internazionale, Giovanni De Mauro, che esprimeva interesse per la proposta, pur chiedendo, giustamente, di non sobbarcarsi per intero lo sforzo organizzativo [Cfr La Nuova Ferrara 16/102019]

Va dato merito a Internazionale e a tutti gli organizzatori del Festival per essere riusciti, a solo un anno di distanza, oltretutto in piena pandemia, a realizzare una parte consistente di quella proposta, facendo di Internazionale a Ferrara un festival della durata di un anno [Cfr Huffingtonpost.it 30/09/2020]
Mi dispiace, però, che la parte più decisiva della proposta, quella appunto di costruire un presidio permanente di cultura e informazione diffuso su tutto il territorio, capace di raggiungere tanto le periferie, le zone marginali, i piccoli paesi, quanto i luoghi di lavoro, di cura, di istruzione, sia rimasta, almeno per il momento, inascoltata.

Il 3 ottobre 2020 ero all’incontro introduttivo di questa nuova edizione, la prima di “Internazionale tutto l’anno”. L’incontro si chiamava “Vite che contano”, era al Teatro Comunale, e scrittrici e giornaliste afro-discendenti parlavano del movimento Black Lives Matter e della vita dei neri in Italia. In quell’occasione, ho sentito la scrittrice afro-discendente Espérance Hakuzwimana Ripanti dire che a quell’incontro, in quello splendido teatro, con quelle splendide persone a parlare e a ascoltare, c’era un “problema di accesso”, aggiungendo che “il pubblico è al 99% bianco” e chiedendosi “dove siete tutti? Perché so che ci siete”. Intendeva dire che, mentre tra i relatori erano state giustamente chiamate attiviste, giornaliste e scrittrici nere e un giornalista, accademico e scrittore nero, tra il pubblico i neri erano pochissimi. Eppure in Italia, eppure a Ferrara, i neri ci sono, e sono tanti. Perché non erano lì, in quel momento? Ed è esattamente questo il problema che rimane irrisolto: se il festival continua a essere negli stessi luoghi di sempre (il centro città di una città capoluogo), continuerà a intercettare sempre lo stesso pubblico, quello che ne ha meno bisogno.

Internazionale è, involontariamente, un festival elitario. Il pubblico che partecipa è già in possesso di sufficienti strumenti conoscitivi, è già educato alla complessità grazie al proprio percorso personale, e trova nel festival conferma di idee che ha già, e che lì, in quei tre giorni, può sviluppare ulteriormente, aumentando peraltro il divario con chi quegli strumenti (istruzione di qualità, stimoli familiari, viaggi all’estero), per mille motivi, spesso indipendenti dalla sua volontà, non ha avuto la fortuna di averli.
Chi partecipa in quei tre giorni ha poi la fortuna di non lavorare nel week-end o di fare sfiancanti turni di notte, di avere sostegno nella cura dei figli, se ne ha. Chi partecipa ha dunque la possibilità fare code di ore, se necessario, senza che nella sua vita succeda nulla di irreparabile, ha la fortuna di non avere parenti malati a carico (o di avere qualcuno che se ne prende cura mentre si è assenti), ha la fortuna di non essere ricoverato/a per qualche malattia che gli impedisce di andare a un incontro a cui vorrebbe prendere parte. Il pubblico che partecipa ha probabilmente avuto la fortuna di non essere mai stato definito “clandestino, spacciatore, criminale, bivaccatore seriale” perché ha la fortuna di non avere avuto bisogno, nella sua vita, di fare o essere nessuna di queste cose: ha avuto probabilmente la fortuna di nascere in un paese del nord del mondo, di non essere perseguitato, di avere sempre, o quasi sempre, soldi sufficienti a campare, di avere un letto, una casa, degli amici, una famiglia presente. Chi partecipa ha la fortuna di essere, in larga maggioranza, parte di un gruppo sociale privilegiato. Chi partecipa a Internazionale a Ferrara è, insomma, un’élite.

La proposta era ed è, quindi, di estendere il festival nello spazio e nel tempo, facendolo durare tutto un anno, con appuntamenti settimanali o mensili, sparsi (ma coordinati tra loro da un unico programma e un’unica organizzazione), in luoghi marginali (e non concentrati solo nel centro città del comune capoluogo) e andando poi anche nelle fabbriche, nei negozi, nelle scuole, nei bar, nelle cliniche, nelle aziende di Ferrara e della provincia. Lo scopo è proprio quello di rivolgersi ad un pubblico più ampio possibile, a chi normalmente non ha familiarità con certe idee e notizie provenienti da tutto il mondo, a chi non ha avuto e non ha la possibilità di studiare, viaggiare, fare certi incontri con libri, idee e persone, a chi, senza saperlo, si approccia all’informazione senza spirito critico ed è in completa balìa delle cosiddette fake news.
Lo scopo è di rendere accessibile a tutti l’incontro con persone e idee internazionali che da anni circolano durante il week-end di Internazionale a Ferrara e che per loro natura combattono pregiudizi, disinformazione, ingiustizie sociali, economiche, climatiche e sono un antidoto potentissimo a tutto quel pensiero retrogrado, sciovinista e razzista che oggi trova sempre più largo spazio, a Ferrara, come in Italia e oltre.

Ci sono, chiaramente, dei problemi organizzativi da risolvere, acuiti ora dalle regole di prevenzione del contagio (distanziamento, ingressi limitati, spazi ampi, necessità di arieggiare, mascherine, liquidi igienizzanti, prenotazioni, tracciamento, autodichiarazioni ecc.). Oltre a questo, c’è bisogno di sponsor, e qui gli stessi luoghi dove si svolgeranno gli incontri potranno dare una mano, ma servono più fondi per sostenere un progetto che diventi permanente, e non possono essere solo soldi pubblici. Internazionale è catalizzatore di sponsor che altrimenti un progetto come questo non potrebbe avere, se organizzato solo dalle istituzioni locali. Il ruolo della rivista è dunque fondamentale, anche per la capacità di coinvolgimento di tutti quegli ospiti che vanno a Ferrara proprio perché è il festival di una rivista che ha grande credibilità e autorevolezza e con cui la maggior parte degli ospiti spesso collabora.
Tuttavia, Internazionale non può sobbarcarsi tutta l’organizzazione, serve allora un impegno da parte dell’intera comunità: Comune, Provincia, Regione Emilia Romagna, Arci, Università, associazioni, privati.

Per fare questo, dovrà esserci una forte volontà da parte di tutti noi, di chi ama il festival, la rivista e le idee che circolano in quei giorni e da parte di chi è preposto a lavorare per il bene comune, ovvero le istituzioni. Occorre dunque capire l’importanza che un presidio permanente di informazione diffusa come questo potrebbe avere sul tessuto sociale (ed economico, visto il numero di presenze, anche e soprattutto da fuori) della zona. Il nuovo Internazionale a Ferrara potrà poi fungere da modello nazionale e non solo, per chi volesse imitarlo, come esempio di superamento della cultura effimera dei festival, che hanno spesso il difetto di non lasciare niente sul territorio una volta finiti i pochi giorni di eventi. Internazionale a Ferrara come presidio permanente di informazione diffusa avrebbe, insomma, inevitabili ricadute positive da ogni punto di vista e sarebbe di grande giovamento per tutta la comunità.

L’idea è di costruire una città sempre più colta, aperta al mondo, un territorio intero che combatta quotidianamente disinformazione e pregiudizi e che conservi in modo permanente l’atmosfera, l’apertura mentale, la vivacità intellettuale e l’attivismo dei tre giorni di Internazionale a Ferrara. Una città capace di coinvolgere, come accade dal 2007, giovani da tutta Italia e dal mondo e di attrarre le migliori esperienze intellettuali, artistiche, di giornalismo libero e investigativo (pensiamo a Noam Chomsky, Angela Davis, Virginie Despentes, per citare tre nomi tra i tantissimi ospiti di statura mondiale arrivati a Ferrara in questi 13 anni di festival), ma di farlo tutto l’anno e ovunque, non solo tre giorni l’anno nei luoghi nobili del centro cittadino del comune capoluogo.

L’idea di Internazionale a Ferrara come presidio permanente di informazione diffusa è un’idea che viene dal basso, da tante, tantissime cittadine e cittadini che da anni si dicono, sospirando, “ah, se Ferrara fosse sempre così, com’è nei giorni di Internazionale”. È un’idea che ha avuto subito l’appoggio di intellettuali che insegnano nelle più prestigiose università europee e di tanti partecipanti al Festival. Organizziamolo, dunque, insieme: Comune, Provincia, Regione, Arci, Università, associazioni, privati, volontarie e volontari, in collaborazione con la rivista Internazionale. Un presidio permanente di informazione diffusa è infatti perfettamente in linea con le idee alla base della rivista diretta da Giovanni De Mauro e anche con quelle di un altro grande De Mauro, Tullio, che tanto ci ha insegnato sulla necessità di portare a disposizione di tutti, nessuno escluso, lingua, informazione e cultura, come indispensabili strumenti di emancipazione e riscatto sociale.

sostieni periscopio

Sostieni periscopio!

Tutti i tag di questo articolo:

Redazione di Periscopio



PAESE REALE
di Piermaria Romani

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)