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Ferrara film corto festival

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Io odio la guerra, mi fa paura, toglie a tutti dignità. La definizione “crimine di guerra” non so chi l’abbia inventata ma la trovo assurda, è la guerra in sé che è un crimine. Lo è sempre. Bombardare un ospedale è un “crimine di guerra”? Sicuramente sì. Mandare al massacro migliaia di giovanissimi soldati è un “crimine di guerra”? Altrettanto sì. È una definizione che eviterei di usare, sembra fatta apposta per sancire una separazione fra un orrore giustificato e uno da condannare.

L’orrore è orrore per tutti, come la morte è morte per tutti. Una persona giovane è una persona giovane, un bambino è un bambino, un morto è un morto, maschio o femmina, piccolo o grande, non so che differenza faccia. Non so perché e quando la dovrebbe fare. Non so a chi possa servire questa distinzione tanto fittizia quanto fasulla.

Tutto ciò che noi chiamiamo guerra è anche un “crimine di guerra”, inutile cercare percorsi definitori poggianti su premesse false. “Guerra” e “crimini di guerra” sono di fatto due sinonimi, due parole orribili e nefaste che hanno accompagnato la vita dell’essere umano da quando è comparso sulla terra e che testimoniano quanta cattiveria sia insita in questo homo sapiens che di sapiens ha solo la presunzione di definirsi tale.

Ogni volta che una persona viene uccisa, che una vita viene spezzata, che un bambino resta orfano, un giovane vedovo, un anziano solo come un cane, vedo la guerra. Il suono della parola guerra è orribile. Un sibilo violento e metallico che squarcia il cielo e impedisce alle nuvole di continuare ad essere bianche. Le fa diventare rosse di sangue e nere di odio in un batter d’ali. La guerra sa di bruciato, puzza di carne umana cotta, di sangue che riempie i canali di scolo e li trasforma in tombe. La guerra è una parola che porta con sé molta disperazione.
Non ci sono attenuanti per chi la fa, come non ci sono per tutti coloro che la potevano impedire e non l’hanno fatto.  La guerra si porta dietro un carico di terrore e sofferenza inaccettabili, interrompe la vita di chi muore e rovina quella di chi resta, per sempre.

Ogni volta la storia si ripete, ogni volta le armi sono più distruttive perché più precise e sofisticate. Individuano il ‘nemico’ e lo massacrano, non resta nulla, forse qualche brandello di una divisa che sembrava bella, che avrebbe potuto fare colpo su quella ragazza brava a scuola a cui pensavano tutti e che nel frattempo è morta anche lei dilaniata da una bomba, esplosa nella sua macchina, raggiunta da un proiettile vagante, morta in un sotterraneo mentre con la testa sotto il cuscino cercava di non sentire le sirene.
La guerra è questo, è la morte sulla terra. È la perdita di ogni speranza, è l’abdicazione dei nostri sentimenti più nobili alla brutalità e alla ferocia condensate dentro la vita come l’antimateria in un buco nero.

Tutto quel sangue rosso come il fuoco e viscido come un albume colorato è ciò che ci tiene in vita, la nostra linfa, il nostro nutrimento, il nostro giorno e la nostra notte. Senza sangue il cuore non pompa più, si ferma e si addormenta nel suo dolore. La morte di un cuore è la morte della persona che lo ospita. La morte di tanti cuori è una catastrofe umana. È la fine della nostra dignità.

Dopo la guerra non resterà pace a chi la guerra ha voluto, né a chi l’ha subita. La parola pace diventa una parola vuota perché non può più nutrirsi di buoni ricordi ma di orrore. Diventa un coccio pieno d’aria, una noce senza gheriglio.
Non si instaura la pace dopo la guerra, perché nessuno sa più cosa sia, né dove la si possa trovare. Si perde la bussola, la strada maestra verso la civiltà. L’odio per le vite spezzate e rubate al loro tempo non riesce a comprendere alcun tipo di pace se non attraverso un percorso catartico lungo, accidentato, non alla portata di tutti.
Resta il dolore. Un dolore che grida forte e che sovrasta tutto: i buoni pensieri, l’aria leggera, gli occhi trasparenti dei bambini.

Negli occhi trasparenti dei bambini non esiste la consapevolezza della guerra. Forse è proprio per questo che sono trasparenti. Negli occhi trasparenti dei bambini c’è la voglia di giocare, di crescere e di vivere.
La guerra li rende improvvisamente opachi, non brillano più. I bambini “in guerra” hanno gli stessi occhi opachi dei vecchi, la stessa malinconia, la stessa indifferenza. Non vedono più niente di bello, ciò che era bello non esiste più. Gli occhi dei bambini “in guerra” non vedono l’amore perché l’hanno perso, non vedono la pace e non vedono alcun perdono. Gli occhi dei bambini “in guerra” non vedono l’alba azzurra, le nuvole bianche, il sole che spunta da laggiù e scalda il cuore. Sono occhi abituati al rosso, al nero, al viola, alla morte e non brillano più.

Negli occhi trasparenti dei bambini ci sono tutte le nostre speranze e tutto il nostro futuro, senza quegli occhi possiamo morire tutti perché tanto non cambierà più niente, il sole non brillerà, l’erba non sarà più verde e il cuore non trionferà. Togliamo ai nostri bambini la vita e nessuno ce lo perdonerà, nemmeno noi riusciremo a perdonarcelo. Senza perdono non c’è pietà, non c’è speranza, si perde la strada della verità.

Interminabili frotte di uomini vanno verso l’ignoto, camminano abbracciati e persi su strade di cemento e ghiaccio. Vanno verso ciò che li salverà dalla guerra e in cambio regalerà loro la tristezza sulla terra. Senza patria, senza casa, senza speranza e senza un ritorno. Un passo dopo l’altro, un sospiro dopo l’altro, uno sguardo dopo l’altro, cento sguardi, mille sguardi, infiniti sguardi che sanno di dolore e dentro i quali si possono specchiare gli sguardi di tutti.

Mi chiedo se per tutta la gente che scappa e si muove raminga sulla faccia di questa brutta terra, che vista dall’altro sembra un’oasi azzurra e verde e vista da quaggiù sembra un mostro di cemento, potremo fare qualcosa, aprire le nostre case, dare a loro il pane. Ma questo basterà per togliere l’orrore dai loro occhi, il ricordo dell’odore del sangue e dei morti per strada?
Basterà per farci sentire migliori e non attanagliati dalla consapevolezza che la guerra è una sconfitta di tutti? Di questa povera umanità che arranca e arranca e arranca.

La Prima Guerra Mondiale è stata un tragico esperimento naturale: durante il conflitto la psichiatria moderna ha acquisito per la prima volta la consapevolezza che lo stress della guerra può arrivare a fare impazzire i soldati. Gli inglesi l’hanno chiamata shell shock , da noi era il vento degli obici: era la malattia nata sui campi di battaglia e nelle trincee della Prima Guerra Mondiale.
I soldati colpiti da questa sindrome allora misteriosa avevano una varietà incredibile di sintomi: palpitazioni, paralisi o tremori in tutto il corpo, incubi, insonnia; a volte smettevano di parlare. Alcuni sembravano perdere il senno per sempre, altri recuperavano dopo un periodo di riposo.[Vedi qui]

Una possibilità per dimenticare la guerra è la follia. Il rifugio in quei mondi inventati dove c’è spazio per fare ciò che si vuole, tornare a casa, riaprire la porta, guardare il vaso di fiori sul tavolo e pensare: “Questa primavera è proprio bella. Le violette hanno sparso profumo per tutta la stanza.”.
La follia permette di ritrovare l’amante morto sotto le bombe, di nuovo vivo, in una nuova dimensione dove esistere, navigare sopra una canoa di bambù e arrivare in un bel posto, sopra l’acqua e sotto il cielo come esige una vita sana, come promette l’aldilà.
La follia fa risuscitare i morti, li depone in un vaso di cristallo da cui escono di notte come spiriti famelici che danzano con chi li ama e per sempre li custodirà.
La follia permette di portare ogni mattina a scuola i bambini mentre loro sono sepolti, chiusi in una cassa, avvolti di terra e mangiati dai vermi.
La follia permette una nuova vita a chi vita non ha più.
Ho sempre avuto pietà per la follia, per chi non ha potuto stare tra noi perché lo starci era impossibile, perché la sofferenza era troppa, perché la solitudine uccide tutti, un po’ alla volta, un po’ al giorno, un po’ in tanti giorni e alla fine per sempre.

Non voglio abituarmi alla guerra e non voglio che nessuno si abitui.
Guadate l’orrore e indignatevi tutti i giorni, tutti i minuti della vostra vita, ogni attimo, ogni sospiro. Un bambino morto è la fine dell’infanzia, di tutte le infanzie possibili.

E ci ritroveremo come le star, a bere dell’whisky al Roxy Bar … (Vasco Rossi). Già, ci ritroveremo come delle vecchie star con gli occhi pieni di orrore, con le mani fasciate, i denti rotti, i capelli bruciati, gli occhi spenti e il dolore nel cuore. Questa è la guerra, questo è ciò che ci lascia. Penso che solo un folle possa affrontare tutto questo per il suo bene, per quello della sua famiglia, della sua nazione.
Non esistono beni che si nutrono di guerra, non esistono speranze per chi ammazza, per chi toglie la vita a chi è piccolo e a chi gliel’ha donata. Non c’è rimedio né pietà per chi fa la guerra, non cambia nulla che sia bianco, rosso o verde, povero o ricco, sano o folle, che abbia o non abbia delle giustificazioni, che creda di non avere alternative. Non c’è nessuna giustificazione possibile e senza giustificazione è difficile trovare la pietà.

Ferrara film corto festival

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Catina Balotta

Sociologa e valutatrice indipendente. Si occupa di politiche di welfare con una particolare attenzione al tema delle Pari Opportunità. Ha lavorato per alcuni dei più importanti enti pubblici italiani.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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